Silvano Danesi – Relazione al Convegno “L’Astrologia del divenire” – 22 Settembre 2018 – Terra del Sole – Castrocaro Terme, Palazzo Pretorio

“Alessandro il Grande, re dei Macedoni, discepolo del sapientissimo Aristotele, invitando Dindemo, re dei Bramani, ad esprimersi in una disputa filosofica sorta tra di loro, lo esortò con queste parole: «La comunanza del sapere è un atto di liberalità e non teme di venire dispersa; quando comunichi e trasmetti il sapere agli altri, così come da una sola fiamma si possono accendere molti lumi, tu non arrechi alcun danno alla prima sorgente, che anzi ha la proprietà di risplendere maggiormente tutte le volte che trova il modo di essere utile agli altri»”.

Ruggero Bacone, Lettera a Clemente IV

 

Gli asterismi e lo zodiaco sono antologie mitologiche e poiché, come scrive Carlo Rovelli: “I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti”[1], i miti narrano di eventi scientifici.

Il filosofo della scienza Karl Popper, nel suo: “Logica della scoperta scientifica”, scrive:“Gli analisti del linguaggio credono che non ci siano problemi filosofici genuini, e che i problemi della filosofia, ammesso che ce ne siano, siano problemi concernenti l’uso linguistico, o il significato delle parole. Invece io sono convinto che esista almeno un problema al quale sono interessati tutti gli uomini dediti al pensiero. Il problema della cosmologia: il problema di comprendere il mondo, compresi noi stessi E la nostra conoscenza, in quanto parte del mondo. Sono convinto che tutta la scienza sia cosmologia, e per me l’interesse così della filosofia come della scienza risiede unicamente nei contributi che queste due discipline hanno portato a questo problema”. [2]

Nell’introduzione al testo del filosofo, scienziato e alchimista Ruggero Bacone (1214-1294), “La scienza sperimentale” edito da Rusconi, Francesco Bottin scrive che “alla fine del XII secolo”, le istanze religiose della “teologia mistica […]” hanno avuto “l’opportunità di trovare un fondamento filosofico e scientifico grazie alle nuove traduzioni di testi greci e arabi. Il Liber de causis, una compilazione di testi neoplatonici, verrà appunto tradotto da Gerardoda Cremona intorno al 1187. In quel periodo diverranno accessibili ai Latini molte altre opere filosofiche e scientifiche, dal Fons Vitae di Avicebron, alla Metaphysica di Avicenna, al De radiis di al-Kindi e al De aspectibus di Alhazen, oltre ad altre ad opere di Euclide e di Tolomeo”. [3]

In questo recupero di opere filosofiche e scientifiche la metafisica della luce trova un fondamento scientifico, sul quale si innesta la riflessione di Ruggero Bacone, con il De multiplicatione speciarum che si propone “di determinare scientificamente le leggi ottiche in base alle quali tutta la realtà risulta connessa con l’Essere Supremo”. [4] Ruggero Bacone sostiene che è attraverso la propagazione delle species o forma visive delle cose che l’universo entra in una complessa sinergia che riguarda sia le più piccole cose terrestri, sia i grandi movimenti stellari. Da qui anche la sua concezione della vera astrologia, che si basa sullo studio scientifico degli influssi astrali, che non fa previsioni specifiche, ossia gli oroscopi delle fattucchiere, ma deve occuparsi degli influssi generali («astronomus non debet dicere rem specialiter sed universaliter». (Opus maius).

Nell’Opus maius Bacone scrive: “I veri astrologi non hanno la pretesa di conoscere con certezza le vicende umane, ma si limitano a stabilire in quale modo l’influsso astrale può modificare i corpi e come tale influsso sui corpi poi si riversa a sua volta negli animi, spingendo a compiere determinate azioni pubbliche o private, pur restando immutata in ognuno la libertà di giudizio. Infatti, benché l’anima razionale non sia sottoposta a costrizione nelle azioni che compie, tuttavia può venire fortemente influenzata indotta a morire spontaneamente proprio quelle cose verso le quali le forze celesti ci inclinano…”. (Opus maius).

Bacone ritiene che le forze emanate dai corpi celesti siano in grado di modificare i nostri organi e l’attività dell’astrologo, che si basa su conoscenze scientifiche, consista nello spiegare gli eventi in base agli influssi generali.

Questa concezione unitaria dell’universo, che ovviamente va collocata nel XII secolo, non è dissimile dalle attuali idee relative ad un universo ologrammatico e frattalico.

Ed è qui, probabilmente, il senso autentico dell’astrologia del divenire.

L’universo, per Bacone, è stato costruito in modo armonico e il sapere umano ha il compito di conoscere e ricostruire tale armonia. Questo è un compito attualissimo.

Nella lettera a Clemente IV, con la quale accompagna l’invio al Papa del testo “La scienza sperimentale, Ruggero Bacone, dopo aver affermato che “il bene dell’umanità intera dipende dallo sviluppo del sapere, mentre al contrario l’intero universo ricava un gran danno dal ristagno degli studi”, si occupa delle varie materie e, a proposito dell’astrologia, scrive che “non vi è nulla da obiettare contro l’astrologia, in quanto fa parte del sapere scientifico, ma solo contro l’uso dell’astrologia nelle pratiche magiche”.

Il Sole non è maschio e la Luna non è femmina

 E’ necessario, anzitutto, sfatare il luogo comune che il Sole sia maschile e la Luna sia femminile.

A Fuerteventura, nell’antica lingua locale, Magec è la dèa del Sole, Achuguayo (pronuncia Aciuguàio) è la luna ed è maschile. Achamán (pronuncia Aciamàn) è il dio del cielo ed è dio supremo. Chaxiraxi (pronuncia Ciaciraci) è la Dèa madre. Il dio del cielo, pertanto, è distinto dal dio supremo celeste. Interessante notare che in spagnolo chàman è sciamano.

Il dio Sin arabo (da cui Sinai) è la luna, così come l’egizio Thoth. In tedesco il sole è die Sonne (femminile). Per i giapponesi il Sole è la Dèa Amaterasu.

Da dove nasce l’idea che il Sole, maschio, insemini la Terra, femmina e che la Luna sia connessa con il femminile? Dall’archetipo patriarcale pastorale tribale con il quale gli dèi celesti degli indoeuropei allevatori e dei semiti pastori, ossia di tribù di nomadi, si sono imposti nel III millennio sulla Grande Dèa Madre Universale. La fisiologia non ci dà alcuna indicazione che sostenga la prevalenza del maschio sulla femmina anche nella procreazione. Lo spermatozoo è penetrante e l’ovocita è includente, ma la formazione della morula avviene con il paritario apporto genetico del maschile e del femminile.

Il Sole, chiaramente, emette, a causa delle reazioni nucleari, energia radiante nel campo elettromagnetico (fotoni, raggi gamma, e via discorrendo). La Luna emette energia radiante riflessa. Indubbiamente la Luna con la sua massa influisce sulle maree e sul menarca, ma non per quasto può essere considerata femminile.

Se consideriamo il Sole, la Luna e le stelle e ogni realtà cosmica da un punto di vista energetico, possiamo, credo, avvicinarci ad una possibile fisica dell’astrologia, materia, quest’ultima, che non conosco se non nelle sue definizioni generali.

Come ho già scritto in altri articoli, tutto ciò che esiste trova, a mio parere, la sua origine in un Fondamento di Informazione Significante (FIS) che agisce (energia E) e agendo dà luogo ad eventi.

“Secondo i fisici – scrive in proposito Siegel – la migliore definizione di energia è «il potenziale di fare qualcosa». Questo potenziale si misura appunto come movimento fra la possibilità e l’attualità lungo uno spettro di probabilità chiamato talvolta funzione d’onda o curva di distribuzione delle probabilità. […]. Una parte di questo flusso emergente di energia ha una valenza simbolica, ossia un significato che va oltre il pattern di energia in se stesso. Dal campo delle scienze cognitive sapevo che questo significato simbolico poteva essere definito «informazione»”. [5]

L’energia contiene informazioni e le informazioni sono trasportate lungo onde di energia. Alcuni scienziati, come David Bohm, ritengono che l’universo sia composto essenzialmente di informazioni e che gli schemi energetici emergano da questa base della realtà fatta di informazioni.

Questa Informazione Significante in azione, che potremmo definire Anima dell’insieme dei mondi, della quale le anime individuali sono frattali inducenti eventi, è Informazione Significante Energeticamente Morfogenetica (ISEM). Questa Anima dell’insieme è un’idea della divinità che la mia mente riesce a comprendere; è un creatore comprensibile.

Il Fondamento del Tutto è Informazione e la conoscenza è la modalità con la quale gli esseri umani apprendono dal Fondamento e interagiscono con il Fondamento.

Possiamo a questo punto pensare ad un Fondamento di Informazione Significante (FIS) che per sua Volontà si attiva come Informazione Significante Energeticamente Morfogenetica (ISEM), la quale dà vita alla morfogenesi di Eventi Energeticamente Informati (EEI).

Il concetto di Anima, pertanto, riassume quello di Informazione Significante Energeticamente Morfogenetica (ISEM).

Dai culti stellari al culto solare e la necessità del ritorno alle stelle

Nel terzo millennio a.C. avviene un rivolgimento teologico e cosmogonico e si assiste, in molte culture, al progressivo passaggio dai culti stellari ai culti solari. Cambiano gli orientamenti, che prima erano rivolti ad alcuni asterismi particolarmente significativi per i sapienti del tempo e cambia la forma dei complessi megalitici, che assume l’andamento circolare tipico di Stonehenge.

Hadingham[6] cita la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva nel 2002 a.C. un “Culto di Maggio”, legato al primo maggio, quindi ad Aldebaran, sopresso intorno al 1600 a.C. da adoratori del solstizio, quindi del Sole, provenienti dall’Egitto o dalla Grecia.

Siamo in un periodo di piena affermazione degli dèi patriarcali indoeuropei e del culto solare in Egitto.

Un esempio di recente scoperta, che cito proprio per questo motivo e per non ripetere esempi ampiamente conosciuti, è quello del “Sol de Tejate” a Fuerteventura.

Gianfranco Costa si riferisce alla ricerca che sta conducendo la Agrupación Astronómica di Fuerteventura a proposito di una struttura archeologica conosciuta come “los Soles de Tejate”, sita nel nord dell’isola canaria di Fuerteventura. Si tratta di una coppia di strutture circolari con forma di sole, le cui zone centrali hanno un diametro di 39 metri e da ciascuna delle quali si diramano 59 muri radiali, disposti come “raggi” di un “sole”. “Uno degli elementi più sorprendenti di queste strutture – scrive Gianfranco Costa – è che però vanno ben al di là di un semplice culto solare: si tratta probabilmente di un vero e proprio osservatorio astronomico. […]. Voglio dire che, unica situazione conosciuta nell’arcipelago, è il solo caso in cui si mescolano elementi di culto al sole, alla luna e alle maggiori stelle visibili ad occhio nudo. La struttura ha forma di sole, alcuni dei suoi corridoi puntano agli eventi solari, altri a quelli lunari e contemporaneamente al sorgere e al tramontare delle stelle. Una rarità assoluta”.

La prima delle strutture è databile al 1000 d.C., ma una struttura adiacente, un altro “sole” potrebbe essere molto, molto più antico, addirittura precedente all’arrivo delle popolazioni berbere.

I due “soli” sono connessi con la montagna sacra di Tindaya, dove il mito afferma essersi posato un dio che ha lasciato le impronte dei suoi piedi. La montagna è segnata in molte parti da graffiti pedomorfi e si pensa che un culto stellare antico fosse praticato con fiaccole accese in notti particolari e con il posizionamento di coloro che le tenevano nelle mani attraverso i graffiti pedomorfi, che facevano da segnali di riferimento. Le luci delle fiaccole riproducevano il cielo dal quale era giunto il dio della montagna.

Cosmologia e cosmoteismo

Nel politeismo, meglio: nell’enoteismo (è il caso, ad esempio, dei Celti e degli Egizi), Dio rimane inconoscibile ed è conosciuto tramite gli dèi, che ne sono gli aspetti manifesti, ovvero le forme pensiero che la mente riesce a concepire in quanto archetipi.

Nel cosmoteismo la base è la natura e non c’è spazio per l’antagonismo religioso. Nell’antichità, in quanto cosmiche le religioni erano internazionali. Le divinità cosmoteiste e politeiste erano traducibili e, di conseguenza, il concetto di falsa religione non esisteva. Gli dèi delle religioni straniere non erano considerati falsi e fittizi, ma divinità simili o uguali alle proprie, solo con un nome diverso.

Nel III millennio a.C. si ha il passaggio dalle religioni cosmogoniche a quelle solari, con la progressiva sostituzione della religione della Dèa Madre con le religioni patrilineari.

In Egitto la rivoluzione eliopolitana (III millennio), pone le basi per la controreligione del dio unico, perfezionata, mille anni dopo, da Akhenaton. Il faraone, da corpo simbolico del principio creatore, originariamente uomo che doveva realizzare Mâat (il giusto equilibrio) sulla Terra, si propone come figlio di Ra e suo unico interprete. Il clero eliopolitano si lega strettamente alla monarchia faraonica.

Akhenaton, mille anni più tardi, introduce la distinzione tra un dio vero e i falsi dèi, dando origine ad una controreligione che divide e rende intraducibili gli dèi altrui. Esiste un solo dio, Aton e Akhenaton è suo figlio. Non solo, ma lui e la sua “sacra famiglia”, ossia Nefertiti e le figlie, sono i soli a poter far da tramite tra gli uomini e l’unico dio. La religione di Aton introduce così una sorta di settarismo intollerante che nessuno degli dèi tradizionali aveva conosciuto. [7]

Con il monoteismo la fobia del diverso sostituisce la tolleranza dell’analogo. Qui troviamo le premesse per le guerre sante, le crociate, i progrom, le persecuzioni. Non può esservi monoteismo “senza brama di supremazia. Dopo che si è riusciti a garantire una posizione prioritaria all’«Uno e Unico» solo facendo indietreggiare gli altri candidati – scrive Peter Sloterdjk – , ecco che il controllo sui retrocessi si configura come un problema cronico. Già nella primissima matrice monoteistica, si delineano i contorni delle caselle che saranno poi coperte dagli avversari di turno del Dio unico. La nuova contrapposizione lascia trapelare presto la sua tendenza polemica. L’uno vero e ultra terreno contro i molti falsi e terreni”.[8]

Il dio cosmogonico si manifesta attraverso la natura. Con l’enoteismo le varie divinità sono epiclesi del dio unico, il Tutto, che rimane inconoscibile ed è immanente, in quanto ogni aspetto della vita è dio e, al contempo, è trascendente, in quanto è dal suo ritrarsi, dal suo essere anche altro che si rende possibile l’identità delle sue infinite manifestazioni. E’ un dio da conoscere attraverso la sua manifestazione essendo egli il punto limite della conoscenza. Il dio Uno-Tutto del cosmoteismo, dunque, invita alla conoscenza.

Gli antichi percorsi iniziatici, per quel che ci è dato sapere, erano intesi a condurre l’uomo verso la conoscenza. Una conoscenza progressiva, che avveniva per gradi e portava, alla fine del percorso, all’epopteia conoscitiva, ossia alla visione somma, all’illuminazione. Il rapporto con la divinità si concretizzava in un percorso di conoscenza.

Le religioni monotesitiche sono strutture chiuse, dogmatiche.

La religione cosmogonica ed enoteistica è una struttura aperta e, in quanto tale, liberatoria. Ogni conoscenza viene considerata provvisoria: un passo nel lungo cammino. Con l’alfabeto archetipico degli dèi si compongono frasi infinite; si cammina sulla via della conoscenza.

Gli dèi sono modalità conoscibili, modelli che la nostra mente riesce a concepire, nella continua tensione verso la conoscenza di un dio che rimane nascosto. Gli dei sono principi, leggi naturali, aspetti psicologici dell’uomo. Le religioni cosmogoniche consentivano e, anzi, stimolavano, attraverso il rapporto con il macrocosmo nei suoi vari aspetti, la conoscenza del microcosmo. Conoscere se stessi era una via per conoscere l’altro da sé e conoscere l’altro da sé era una via per conoscere se stessi. Così in alto come in basso.

Il sole non è Helios, ma è il Sole dei soli

Vi è, nel passaggio dalla religione cosmogonica a quella solare, una implicita riduzione dell’orizzonte, che porterà in seguito all’antropocentrismo e all’idea che la Terra sia al servizio dell’uomo, creata per lui. Un’idea che è la fonte dei guai che sono sotto gli occhi di tutti.

Il Sole al quale guardavano gli antichi abitanti della Terra, i nostri Antenati, non era Helios, ma il Sole dei soli.

Tra gli antichi asterismi uno dei più significativi, interessanti e carico di riferimenti mitologici, a questo riguardo, è quello del Toro, corredato dalle Pleidi e dalle Iadi.

Aldebaran, considerata l’occhio del Toro, è la stella più luminosa dell’asterisma che comprende anche le Iadi e alla costellazione del Toro è associato l’egizio Horus con il suo Sacro Occhio che è chiaramente Aldebaran.

Aldebaran, pertanto, si pone come il riferimento stellare del Sacro Occhio, che non è il Sole.

Chi era Horus? Il nome del sole divinizzato, di un sole iperuranio o di un sole di altre costellazioni?

Horus vuol dire “viso” o “lontano”.

George Hart lo vorrebbe come una forma giovanile del Sole, Har-pakhered, Horus bambino, che i Greci tradussero in Arpocrate, figlio di Iside e Osiride, e come Horus Anziano, Har-wer (Haroeris in greco), forma matura dello stesso neter. Il suo nome, sostiene Hart, è “molto lontano” e deriverebbe, secondo l’autore, dal volo del falco, animale totemico al quale Horus è associato. Secondo questa interpretazione tutto quanto riguarda Horus si risolve nel rapporto con il Sole del nostro sistema solare. [9] Tuttavia, questo lontano potrebbe anche dire lontano dal sistema solare, ossia stella di un altro sistema: il Toro, appunto.

Di diverso avviso è infatti l’egittologo Franco Cimmino per il quale il nome di Horus è riconducibile a varie divinità o aspetti diversi di una sola divinità e la sua espressione principale “è quella del dio dinastico Horus l’Antico (o il Vecchio), divinità celeste il cui nome significa, forse, «Colui che è lontano» [hrw smsw]; uno dei suoi occhi era il sole, l’altro era la luna; era raffigurato in figura di falco e, come simbolo protettore della monarchia, da un sole alato. Era considerato patrono del II, III, XII, XVII, XVIII, XXI nômo dell’Alto Egitto, e del II, XI, XIV, XVII, XIX, XX nômo del Basso Egitto. Nel sistema teologico heliopolitano ebbe la forma di Horus il Giovane (Harpkrates), figlio di Osiride e di Iside e ultimo re della dinastia divina, in tale forma fu raffigurato anche come fanciullo nudo, con il dito in bocca e con la treccia ricadente su una tempia, segno caratteristico dei principi reali eredi al trono. Horus – prosegue Cimmino – fu adorato sotto molti nomi: Hor Khentiriti (Horus comanda ai Due Occhi), Harahti (Horus dell’Orizzonte); Harmakhis (Horus all’Orizzonte); Harendotes (Horus Vendicatore di suo Padre); Harsiêsis (Horus figlio di Iside); Horus Samtaui (Horus che unisce le Due Terre) . Nel mito osiriaco era figlio di Osiride e di Iside, nella sintesi solare era a volte figlio di Rē [Ra]”. [10] A questi vanno aggiunti Horus Behedet (disco solare alato con testa di cobra), Horus il maggiore (hrw wr).

L’origine di Horus è comunque controversa. Di Horus l’Antico, in ogni caso, “si ha prova di origini predinastiche”[11] la qual cosa significa che siamo ben lontani dalla solarizzazione del faraone voluta dal clero heliopolitano dalla III dinastia in poi e dai culti solari conseguenti.

“C’è – scrive Barbara Watterson – una sorta di disputa sulle origini di Horo: non si sa se fosse originario del Basso o dell’Alto Egitto, dato che Bedhet e Nekhen sono i due luoghi che si contendono l’onore di essere stati i primi ad ospitare il suo culto. L’esatta posizione geografica di Bedhet è incerta, anche se indubbiamente si trova nel Delta Occidentale, vicino alla città di Imaret (Città degli alberi), che in età predinastica era il centro del culto di una dea albero, Sekhet-Hor, la quale, secondo il mito, si era tramutata in una vacca (una delle forme della dea Hator) per proteggere Horo bambino”[12]

Horo, divinità antichissima, da dio celeste si è trasformato, in seguito, in dio solare, fondendosi con Ra.

Dell’antichità del culto di Horus sono testimoni le iscrizioni del tempio di Edfu, dove si narra che all’inizio regnava il caos e le acque del Nun ricoprivano la terra. In seguito due divinità, il Grande e il Lontano (attributo di Horus), apparvero su una piccola isola che era emersa dalle acque primordiali. “Dai relitti galleggianti che si incagliavano sulle sue sponde, una delle divinità raccolse un bastone, lo spezzò in due e ne conficcò una metà nel terreno, vicino al ciglio dell’acqua. Non appena lo fece, un falcone emerse dall’oscurità circostante e si posò sul bastone. Immediatamente spuntò la luce su tutto il Caos e il falcone trasformò l’isola in luogo santo”[13].

Di particolare interesse è il nome Hor Khentiriti, ossia Horus comanda ai Due Occhi, che ne evidenzia la non identificazione con l’occhio solare.

Horus dunque, non è il Sole, ma un altro sole. Quale?

Un’indicazione precisa ci viene dall’associazione di Horus con l’Occhio del Toro, ossia con la stella Aldebaran.

Il nome antico di Aldebaran è Sar. Ar è verbo che significa ascendere e la S ne determina una coniugazione causativa.

Se Ar è ascendere, S-Ar è causare l’ascensione.

Aldebaran è, dunque, indicata come la stella che causa l’ascensione.

Aldebaran, nella cosmogonia egizia, è l’occhio del Toro, quindi l’occhio di Horus, l’Udjat.

As Ar è il nome egizio di Osiride, divinità associata ad Orione.

Nel complesso, l’insieme delle due costellazioni del Toro (Horus) e di Orione (Osiride) sembrano riferirsi ad un regalità divina condivisa: Sar (Aldebaran – Horus) e Asar (Osiride).

Non a caso i faraoni egizi si ritenevano i legittimi successori di Horus, ossia dell’Occhio del Toro, la stella Aldebaran in quanto riferimento ad una regalità divina e diventavano, dopo la morte fisica, Osiride, ossia ancora re divini.

Sar e Asar trovano assonanze significative anche in altre lingue.

La radice As, che in indoeuropeo significa “essere” (il celtico Esus, l’umbro Aesun)[14] la ritroviamo nel ceceno[15] , lingua nella quale As ar significa “ispirazione divina”. Gli antenati linguisitici dei ceceni sono gli Hurriti. La lingua urastica, come quella hurrita, apparteneva ad una particolare famiglia della quale le lingue più vicine sono quelle del Caucaso. In sanscrito Svara è il suono e Svar è la luce. Sharrukin (grecizzato in Sargon) è il nome di un grande re-sacerdote babilonese. Sar (Shar) in accadico è il re. Dunque il significato di Sargon (Sar – gon) è stirpe di re, nato da Re.

La costellazione del Toro è intimamente legata alle Pleiadi, che dagli antichi Egizi erano dette Terra delle Migliaia. Se consideriamo che mille si scrive in egiziano antico con il simbolo del fiore di loto, Terra delle Migliaia potrebbe avere anche il significato di Terra del Loto e il Loto è il fiore sul quale è nato Horus. La regalità divina originerebbe, secondo il mito, dal sistema stellare Toro-Pleiadi-Iadi, non dal Sole del nostro sistema solare. (Gli egiziani antichi usavano spesso il linguaggio analogico, omofonico, enigmatico, ermetico, da Ermes, ossia Thot).

Per inciso faccio osservare che l’Arca dell’alleanza è chiamata Aròn (‘aron).[16] Aronne (Aaròn), il fratello di Mosè e come Mosé sacerdote egizio di alto rango, è pertanto colui il quale si occupa dell’Arca dell’alleanza. Ar On, stando al significato di Ar, vorrebbe dire ascensione al cielo (On-Anu, il cielo).

Aldebaran, le Pleiadi, le Iadi sono dunque un punto di riferimento di grande interesse per uno scavo mitologico.

Cosa si nasconde dietro il richiamo all’occhio del Toro?

Aldebaran, abbiamo visto, era la stella dell’ascesa. Lo era per molte culture antiche. Gli indù, ad esempio, la chiamavano Rohini, Stella dell’ascesa. In Ebraico Sar significa volare via, Shar sapere e anche porta.

L’Occhio di Horus, dunque, non è il Sole, ma Aldebaran e poiché Horus è detto “Colui che comanda ai due soli”, ossia alla Luna e al Sole, è del tutto evidente che ha un “terzo occhio”, ossia che il suo Sacro Occhio è altro dal Sole e dalla Luna.

Poiché il suo animale totemico è il falco e gli occhi del falco Horus, a questo punto, sono il Sole e la Luna, il Sacro Occhio di Horus, ossia Aldebaran, non è collocabile nei due occhi dell’animale, ma simbolicamente nella sua fronte, argomento sul quale andrà fatta qualche opportuna riflessione.

Prima di analizzare ulteriormente la questione del Sacro Occhio, torniamo per un attimo al Culto di Maggio, quando la levata eliaca di Aldebaran, studiata nei secoli dai Druidi, indicava l’inizio dell’estate (Cet Samain) e la levata eliaca di Antaers (Scorpione) la fine del periodo estivo e l’inizio dell’inverno: Samain.

Inizio e fine dell’estate coincidevano anche con la levata e con il tramonto eliaco delle Pleiadi, sette luminari che potrebbero benissimo, sia detto per inciso, avere un interessante riferimento anche alle sette luci che si accendono e si spengono ritualmente nel rituale massonico, dove avremmo i due occhi comandati da Horus (il Sole e la Luna, alla destra e alla sinistra del Maestro Venerabile), con davanti a sé le Pleiadi (la Menorah), le quali stanno in stretta relazione con Aldebaran, ossia con l’Occhio Sacro, che è esposto dietro il Maestro Venerabile. Tutto torna? Forse si, ma il cielo potrebbe riservare altre sorprese.

In Hadingham[17], come abbiamo visto, il “Culto di Maggio” dà origine ad un calendario con l’anno diviso in otto parti (quattro levate eliache, due solstizi e due equinozi) tra le quali il primo maggio e il primo novembre. Questo fa pensare ad Aldebaran (Toro) e ad Antares (Scorpione), in levata eliaca con il tramonto delle Pleiadi: l’uno in opposizione all’altro nello zodiaco: Antares, anti Horus, ossia Seth, del quale è antica l’associazione con la costellazione dello Scorpione.

Riassumendo: Horus, il Toro, è figlio di Iside (Sirio, la Stella del Cane) e di Osiride (Orione). Il suo Sacro Occhio è la Stella dell’ascesa: Aldebaran.

Osiride, successivamente inserito nell’Enneade di Heliopolis, è una divinità antichissima, patrono di Busiris nel Delta del Nilo che, secondo Franco Cimmino, “si amalgamò ben presto con un dio arcaico, Andjty, ed ebbe somiglianze con gli dèi della fertilità dell’Asia Anteriore che, come lui, erano morti e resuscitati. Il suo culto, impiantato solidamente ad Abydos, forse nell’immediato periodo pre-dinastico, soppiantò quello del dio sciacallo locale Khentamentiu, «Colui che è alla testa degli Occidentali», del quale assunse il carattere funerario”. [18]

E gli Shemsu-Hor, i “seguaci di Horus dei quali parla Manetone come predecessori di Menes (I dinastia), chi erano? Dèi, esseri di un altro mondo o di un altro sole? Non sappiamo.

L’Occhio di Horus (Aldebaran), ossia l’Udijat, come è ormai noto da studi consolidati, è inoltre la rappresentazione grafica di proporzioni numeriche rappresentabili anche come frazioni (1/64, 1/32, 1/16, 1/8, ¼, ½, 1/1) che indicano, nel loro insieme l’unità in termini di 64/64.

Questo per quanto riguarda l’occhio destro. Per quanto riguarda il sinistro, mutilato, secondo alcuni miti, da Seth e ricomposto da Thot, sarebbe incompleto, ossia 63/64. Mancherebbe un sessantaquattresimo. Da qui la necessità di portarlo a completezza (guarirlo) con il rito dello sputo.

L’Occhio sacro e il pane celeste

Nel Libro dei Morti, il cui vero titolo è “Libro per uscire al giorno”, ossia per penetrare nella luce immortale[19] e in altri testi della letteratura egizia antica, troviamo molteplici riferimenti all’Occhio.

Anzitutto l’Occhio nella letteratura egizia è definito “sacro” e nelle varie descrizioni si alternano, come è del tutto evidente, definizioni che si riferiscono al cosmo e all’universo e altre che si riferiscono al Sole.

Vediamo di seguito i vari capitoli del Libro dei Morti.

Capitolo XVII: “Completa l’Osiride N giustificato l’Occhio sacro dopo che aveva oscurato il suo sguardo in quel giorno della lotta dei due Combattenti. …. El'Occhio destro di Ra all'epoca dei disordini quando gli diede libero corso. Ed è Thoth che, sollevando la sua capigliatura, apporta vita, salute e forza senza interruzione per il suo possessore (variante): se il suo Occhio è malato e se l'altro Occhio piange, allora Thoth lo lava. Vede, l'Osiride N giustificato, Ra nato dall'Ieri al di sotto della Coscia della vacca Mehur, che è l'Occhio dell'Osiride N giustificato e reciprocamente. Cosa è questo? E l’Abisso delle Acque celesti (variante): l’immagine dell’Occhio di Ra al mattino della sua nascita quotidiana. Ora Mehurt è l’Occhio di Ra [perciò] io sono uno di questi dei al seguito di Horo”.

Capitolo XLI: “….il Signore della Grande Corona l’abitante dell’Occhio sacro e dell’Uovo…..Egli è colui che è nell’Occhio sacro…” “Egli è l’Uno che procede dall’Uno”. “Egli è nel sacro Occhio”.

Capitolo LXIV: “Io produco una fiamma con la luce che proviene dal mio Occhio”. “…..abbracciare il sacro Occhio”.

Capitolo CI: “….il sacro Occhio di sette cubiti, la cui pupilla è di tre cubiti”.

Capitolo CXXV (registro inferiore): “Il tuo pane proviene dal Sacro Occhio, la tua birra è dall’Occhio sacro e le tue offerte funerarie [letterale «dell’Uscita alla Voce»] vengono dall’Occhio sacro”.

All’Occhio sacro si elevano lodi.

Capitolo CXL: [Titolo:] Libro letto [ lett.: “fatto” ] l’ultimo giorno del mese di Mechir, quando l’Occhio è pieno, l’ultimo giorno di Mechir. A dirsi dall’Osiride N giustificato: Si manifesta una Potenza che splende all’orizzonte. Atum sorge facendo sgorgare la sua rugiada e il glorificato splende nel cielo. La dimora dell’Obelisco è in letizia a causa di coloro che vi sono riuniti al completo. Vi sono grida di gioia in mezzo al santuario ed acclamazioni circolano nella Duat e Adorazioni nella bocca di Atum e di Horo dai due Orizzonti, poiché sua Maestà ha dato ordini alla Compagnia divina che lo segue. Ordina sua Maestà di elevare lodi all’Occhio ed ecco! [ alla ] mia carne egli ha dato forza e tutte le mie membra sono rinnovate, non appena è uscito l’ordine dalla bocca di sua Maestà. [ Var.: “di Ra” ]. Il suo glorioso Occhio riposa sulla sua sede, sopra la sua Maestà in quest’ora della notte. Quando si completa la quarta ora, la terra è felice nell’ultimo giorno del mese di Mechir, poichè‚ la maestà dell’Occhio è alla presenza della compagnia degli dei e Sua maestà sorge come all’epoca primeva allorché l’Occhio fu sulla sua testa come Ra- Atum. L’Occhio di Shu, Geb, Osiride, set, Horo, Monthu, il Dio dell’Inondazione, Ra dell’Eternità, Thoh Nai l’Eternità, Nut, Iside, Neftis, Hathor, Nekhet, Mert, Maat, Anubis, la Terra che procura l’Eternità, l’Anima e il Corpo di Ra. Fu ristorato l’Occhio alla presenza del Signore della Terra ed allorché fu completato e riunito, tutti questi dei furono in letizia, in quel giorno con le mani dietro a loro [ Var.: “coloro che erano silenziosi” ] ed ecco, una festa è celebrata per ogni Dio. Essi dicono: Acclamazioni a te, lodi a Ra! Che l’equipaggio faccia navigare la Barca e che Apep sia abbattuto! Acclamazioni a te, lodi a Ra che fa esistere la forma di Khepra. Acclamazioni a te, lodi a Ra: vi è gioia per lui poiché i suoi avversari sono eliminati. Acclamazioni a te, lodi a Ra che ha respinto i Capi della Progenie della Rivolta! Acclamazioni a te e lodi all’Osiride N giustificato. – RUBRICA – A dirsi sopra un sacro Occhio in puro lapislazulo o malachite rivestita d’oro. Offerte di ogni buona cosa siano fatte innanzi ad esso, quando Ra giunge l’ultimo giorno di Mechir. Venga inoltre fatto un altro Occhio in diaspro da porsi su qualsiasi parte del corpo a piacimento. Allorché si dirà questa formula nella Barca di Ra, egli [ il defunto ] sarà trainato insieme a quegli degli e sarà come uno di loro e sarà fatta la sua resurrezione nella Necropoli. Allorché si è letta questa Formula e parimenti fatte le offerte quando l’Occhio è pieno: quattro altari che brucino per Ra – Atum; quattro altari che brucino per l’Occhio sacro; quattro altari che brucino per quegli dei e su ognuno di essi: tre pani, cinque forme di pane a punta, di qualità fine a bianca, cinque forme a punta di dolci, sabbia [? ], cinque “bjak”, incenso, una misura di frutta e una di carni arrosto”.

L’Occhio genera, distribuisce giustizia, ordine ed equilibrio.

Capitolo XXXV: “Gli occhi del Grande sono abbassati ed egli compie per te la sua distribuzione di giustizia mettendo in equilibrio gli ordini”.

Capitolo LXXVIII: “Egli ha prodotto generazioni infinite con il suo Occhio, l’Unico del Signore dell’Universo”.

Capitolo XCII: “…al comando dell’Occhio di Horo….”

Cap CXIV: “Maat è nata sulle braccia allo splendore di Neith nella Fortezza e l’Occhio è illuminato da chi rettifica la bilancia…”

Capitolo CXVI: “…e Maat è condotta sulle braccia del Divoratore dell’Occhio, da colui che giudica”.

Capitolo CXVII: “…l’acqua che tiene in equilibrio il trono dell’Occhio di Horo [omissis «che fa la sua strada»] nella Valle del Lago grande. L’Occhio di Horo, la sua immagine, sono io”.

Capitolo CXXIII [Titolo:] Altra formula. – A Dirsi dall’Osiride N: Omaggio a Te, Atum! Io sono Thoth. Io ho posto l’equilibrio tra i due Combattenti, ho posto fine alla loro contesa e ho fatto cessare le loro lamentele. Ho liberato il pesce Adu dal suo viaggio all’indietro e ho fatto ciò che tu hai ordinato per lui. Ed io riposo da allora entro il mio stesso Occhio. Io sono libero da impedimenti e vengo.

 L’Occhio è la sede dell’Uno

Cap CXV: “Io scopro il volto dell’Occhio dell’Uno e il cerchio delle tenebre è squarciato”.

Cap XLII: “….il Signore della Grande Corona l’abitante dell’Occhio sacro e dell’Uovo…..Egli è colui che è nell’Occhio sacro…” “Egli è l’Uno che procede dall’Uno”. “Egli è nel sacro Occhio”.

Capitolo XCVI: “Io sono colui che risiede nel mezzo del suo Occhio”.

Capitolo XCIII: “….nell’Occhio di Atum…”.

Capitolo CXXIII: “Ed io riposo da allora entro il mio stesso Occhio. Io sono libero da impedimenti e vengo”.

L’Occhio destro è il Sole e l’Occhio sinistro la Luna

 Stele di Napoli: “O signore degli dèi, Arsafe re delle Due Terre, o sovrano delle Rive, che sorgi e illumini la terra! Tu il cui Occhio destro è il sole e l’Occhio sinistro è la luna, tu la cui anima è la luce, tu dal cui naso è uscito il vento per far vivere ogni cosa”.

Inni ad Amon Ra signore di Hibis: “La vegetazione vive grazie al tuo Occhio sinistro, tutti gli uomini l’amano, nel suo nome benefico di «Luna»”.

Capitolo II del Libro dei Morti: “O Unico, splendente dalla luna”.

Gli occhi di Horus l’Antico erano, dunque, considerati il sole e la luna e, in seguito, con il prevalere della teologia helipolitana, si specificò l’attribuzione dell’Occhio solare a Ra e di quello lunare a Horus.

 La trasformazione del Sacro Occhio ne ha falsificato il significato

La sostituzione dei culti stellari con il culto solare ha reso incomprensibili molti riferimenti mitologici a fondamenti scientifici ancora presenti, come tracce, nelle mitologie precedenti. Un classico esempio è, ancora una volta, proprio il Sacro Occhio.

L’Udjat, l’Occhio sacro, è presente in varie mitologie che ritroviamo anche nella simbologia massonica, quando non è stata manipolata da sapienti mani gesuitiche. In particolare la mano gesuitica è responsabile della trasformazione del Sacro Occhio in un occhio antropomorfo. L’autore della trasformazione è Athanasius Kircher (1602-1680), che così facendo ha oscurato i significati antichi del sacro Occhio egizio, trasformandolo nell’onnipresenza del dio giudaico cristiano.

Kircher fu il più celebre “decifratore” di geroglifici del suo tempo, malgrado buona parte dei suoi presupposti e “traduzioni” in questo campo da allora siano stati smentiti. Egli tuttavia condusse uno dei primissimi studi sui geroglifici egiziani, stabilendo il legame corretto tra la lingua egizia antica e il copto, per il quale è stato considerato il fondatore dell’Egittologia. Tentò di stabilire collegamenti tra l’Egitto e il cristianesimo, piegando quanto poteva conoscere del primo alle esigenze della teologia corrente del secondo, mentre è del tutto evidente che si dovrebbe fare il contrario, come suggerisce Ahmed Osman nel suo “Cristianesimo, un’antica religione egizia”(Hermakis).

Il sacro Occhio, riportato alle sue lontane origini, ha ben poco a che fare con l’occhio onnipresente del dio giudaico cristiano, in quanto è, secondo Geroge Hart, “simbolo dell’ordine cosmico, della giustizia e della regalità” ed è, soprattutto, uno scrigno sapienziale che ha in sé alcune indicazioni sui segreti della vita.

Il segreto di Aldebaran in una leggenda vedica

 Una leggenda vedica antica narra che l’innocente Rohini (Aldebaran, la Stella dell’Ascesa, il Sacro Occhio di Horus) è inseguita dall’infame Prajapati (Orione) che è fermato dalla freccia (cintura) scagliata da Sirio.

Giuseppe Acerbi, nella prefazione a Orione di Tilak, sostiene che gli asterismi di Orione e Aldebaran, nella loro mitologia, celano un segreto cosmologico; l’origine effettiva del Kaliyuga, al di là della cronologia offerta tradizionalmente (3.102 a. C. ).

Aldebaran, oltre ad essere associato a Belenus è il Sacro Occhio di Horus.

Prajapati, dio del sole e della fertilità, in quanto Padre degli esseri temporali (ossia del mondo manifesto) è temporale nella sua paternità, è detto rishya e sia rishya, sia rohit hanno il significato di cervide. Prajapati ha assunto la forma di un cervide. La stella Sirio custodisce Prajapati sotto forma di Orione, ovvero di testa di antilope. Orione è dunque la testa del cervo. Prajapati è il dio disperso e in quanto disperso manifestato nella molteplicità e Orione, nella leggenda è la Testa.

I tre principali elementi delle leggende vediche sono: amore, freccia, decapitazione.

Il cervo e la Testa ci riportano ad elementi essenziali della mitologia connessa con il Dio Cornuto. Il Dio Cervo, Karn, dove la radice KRN indica contemporaneamente la pietra e le corna, associando inestricabilmente la Dea Madre al Dio Cornuto.

Saturno, Venere e la Luna nella la religione cosmogonica araba

Nell’antichità Saturno era considerato il sole antico. E Saturno lo ritroviamo nella divinità araba preislamica Hubal, come figlio e probabilmente paredro della Dèa una e trina.

“Nell’epoca in cui Maometto cominciava la sua predicazione – scrive in Toufica Fahd – predominava alla Mecca il culto di Hubal, un’antica divinità accanto alla quale c’era la triade femminile citata nel Corano (LIII, 19-20), vale a dire al ‘Uzzà, al –Lāt e al-Manāt….. Al ‘Uzzà, la principale delle tre, al punto che le altre due venivano considerate «le sue due figlie», aveva come padre al-Lāh. Le tre erano chiamate banāt al-Lāh, «le figlie di al-Lāh». Al-Lāh, forma assimilata di Al Ilāh, l’equivalente dell’accadico Il e del cananaeo El, indicava, come questi ultimi, la divinità impersonale e si confondeva normalmente con la prima persona della trinità costituita dal Padre, dalla Madre e dal Figlio. L’importanza assunta dalla Madre al’Uzzà, dal figlio Hubal e dalle due figlie al-Lāt e Manāt, aveva finito con l’eclissare Allāh, il padre di tutti, il Dio universale. La missione di Maometto consisterà nel restituire la sua funzione di primo e unico ad Allāh, come avevano fatto Abramo con Elohīm e Mosè con Yavhe”.[20]

Hubal è una delle principali divinità preislamiche che era adorata fondamentalmente alla Mecca. In Medio Oriente era un dio lunare associato col dio semita Baal, sincretismo di Saturno. L’origine di Hubal infatti è “Hu-Baal”. Una grande statua era nella Kaaba, suo centro di culto prima della riforma religiosa istituita da Maometto nell’anno 630, che la distrusse insieme agli altri 360 idoli lì presenti.

La mezza luna caratteristica dell’Islam proviene dal dio lunare Hubal o Hu-Baal (Baal – Saturno) e anche da suo fratello Nannar-Sin, tutti e due del linguaggio sumero e rappresentati dalla Luna e dagli uccelli, principalmente aquile.

Dal dio Sin deriva il nome del Sinai.

Nel simbolo, successivamente adottato dall’Islam, è riconoscibile l’antico significato della falce di luna che guarda alla stella a cinque punte, simbolo di Venere.

Hunab ku, il vortice centrale di energia

Nella simbologia Maya i numeri che vanno dall’1 al 13 rappresentano l’energia dell’universo che pulsa attraverso la rete cosmica ed è presente ovunque. Questi numeri rappresentano l’impulso che tiene tutto in movimento: sono le onde del grande mare.

Il 7 è numero apicale di un’onda energetica e ne rappresenta il punto di massima potenza.

Il 7 presso i Maya è il numero divino ed è anche il numero correlato alla piramide, come in Egitto (7 e 11).

I sette toni Maya si intrecciano con 20 simboli solari, a costituire il tessuto dell’esistente. Un tessuto dell’esistente che è l’espressione del Grande Spirito e Creatore dei Maya, Hunab Ku: un vortice di energia dal quale proviene ogni cosa.

“«Hunab» – spiega Magda Wimmer – è la parola per significare l’energia divina e «Ku» significa piramide. Hunab Ku è l’autore del movimento e della forma e il suo simbolo è la piramide, che si propone, pertanto, come elemento primario della geometria sacra. Ogni anno, quando i giorni tornano ad essere più lunghi delle notti, i Maya incominciano a preparare il ritorno del messaggero divino. Egli discende nel mondo inferiore per liberare la luce. Nel giorno in cui, in primavera, il giorno ha la stessa durata della notte (equinozio di primavera), egli appare in questo mondo sotto forma di piramide, con il capo ornato di lunghe piume, dai colori dell’arcobaleno, in segno di rinascita della luce”. [21]

La piramide, conseguentemente, è una forma geometrica strettamente connessa con il manifestarsi dell’energia nella materia.

I Maya guardavano al cielo come ad un gioco cosmico e secondo i loro calcoli fu esattamente il 13 agosto 3113 che un nuovo partecipante al gioco cosmico “spuntò all’orizzonte della Terra”: era Venere, che presso i popoli primitivi era ritenuto il pianeta gemello della Terra.

Il 21 dicembre 2012 Venere è scomparsa dal campo visivo e si è presentato il sistema galattico delle Pleiadi.

 Helios chiama Mitra per passare dal Toro all’Ariete

 Mithra non è il sole. Helios, infatti, lo chiama ad uccidere il Toro (la costellazione che segna l’era omonima).

Mithras, nel rituale mitraico che ci è pervenuto attraverso la testimonianza di molti mitrei, è mostrato mentre tiene in mano qualcosa che assomiglia ad una spalla o ad una zampa di animale.

La spalla del toro (o coscia del toro), se la riportiamo allo zodiaco di Denderah, indica Mithra come un dio polare, in quanto la coscia del toro è simbolo dell’Orsa maggiore (a proposito della quale nel rituale è detto: “Questa è l’Orsa che muove e fa girare il cielo”.

Mithra è dunque un dio polare, sol invictus, in quanto non tramonta mai, e, dunque, stella polare e, forse, stella ipercosmica, fuori dallo spazio-tempo, come il Nun.Ad un certo punto del rituale mitraico appaiono sette dei, che sono chiamati “I Signori polari del cielo”, come i Sette Rishi, antichi saggi indù, innalzati al rango di costellazione.Gli antichi contavano sette pianeti nel seguente ordine: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno. In tutti i mitrei vi sono sette altari consacrati ai sette pianeti. Sempre nei mitrei, dove si celebravano i Misteri di Mitra, la scala, con sette scalini “era un simbolo che si riferiva all’ascesa attraverso le sfere dei sette pianeti. […]. I Misteri di Mitra – scrive Albert Pike – venivano celebrati in caverne i cui cancelli erano sistemati ai 4 punti equinoziali e solstiziali dello zodiaco. Vi erano rappresentate le sette sfere planetarie che le anime dovevano attraversare, scendendo dal cielo delle stelle fisse agli elementi che racchiudono la terra; vi erano indicati anche sette cancelli, uno per ogni pianeta attraverso i quali passavano, scendendo e risalendo. Apoprendiamo ciò da Celso, il quale, secondo Origene, dice che l’immagine simbolica di questo passaggio tra le stelle, usato nei Misteri di Mitra, era una scala che andava dalla terra al cielo, divisa in sette gradini o momenti a ciascuno dei quali corrispondeva un cancello, e alla cui sommità si scorgevano le stelle fisse. Il simbolo era lo stesso di quello dei sette Stadi di Borsippa, la Piramide di mattoni vetrificati, presso Babilonia, fabbricata in sette strati, ognuno di colore differente. Nelle cerimonie di Mitra, il candidato passava attraverso sette spaventose prove di iniziazione, delle quali l’alta scala, con sette scalini, era il simbolo”. [22]

Uno degli aspetti più significativi in relazione al fatto che Mitra non sia il Sole (Helios) è scritto nelle immagini che lo riguardano e che sono collocate nei mitrei.

Mitra uccide il toro, mentre uno scorpione attacca i testicoli del toro. Il toro è la costellazione sinonima, mentre lo scorpione riguarda un’altra costellazione. Nella costellazione del Toro sorge in levata eliaca Aldebaran, ossia Horus, il Sole dei soli egizio, mentre nella costellazione dello Scorpione sorge in levata eliaca Antares, l’Anti Horus, il mitico re Scorpione. I due asterismi, inoltre, sono i punti nei quali c’è la levata eliaca e il tramonto eliaco della Pleiadi e l’inizio e la fine dell’estate.

L’iconografia mitraica ci dice che Mitra è un Sole del sole, chiamato da Helios a presiedere al passaggio dell’era (uccide il Toro) da quella del Toro a quella dell’Ariete e che, inoltre, rappresenta il succedersi delle stagioni tra Aldebaran e Antares.

Mitra è, dunque, un Sole di soli che regola l’orologio dell’universo.

Ortzi, il sole dei Baschi

I Baschi distinguevano tra il mondo naturale (berezko), conoscibile e affrontabile con gli strumenti naturali e il mondo soprannaturale (aideko) affrontabile con la magia, dove la magia è la capacità di rapportarsi a forze e dimensioni non categorizzabili nel misurabile, secondo i parametri dei cinque sensi e delle loro estensioni strumentali.

Il legame tra le cose e le loro rappresentazioni era chiamato Adur. “La forza magica Adur – scrive in proposito Carlo Barbera – è la consapevolezza che ogni cosa esistente in questa dimensione possiede un corrispondente vibratorio che appartiene ad un’altra dimensione, connessa alla prima da precisi vincoli causali che le rendono fra loro come il soggetto e l’immagine di esso riflessa nello specchio. …. Addentrarsi nella mitologia basca – aggiunge Barbera – significa essere consapevoli che il mondo non termina dove noi crediamo e che ciò che noi definiamo realtà potrebbe essere solo una parziale immagine riflessa di una realtà multidimensionale, inimmaginabile e fantastica che sembra essere, appunto, quella dell’antico mondo dei Baschi”. [23]

Il cielo, comprendente il sole, era Osti, o Ostri, o Ortzi o Eguzki assimilato a Thor.

Ortzi, e la sua variante occidentale Osti sono il primo elemento in dozzine di parole come “tempesta di nuvole”, “tuono” e “alba”. Per esempio “arcobaleno” è Ortzadar (adar significa corno) e “luce del giorno” è Orzargi (argi significa luce).
In molte cantilene infantili vi si allude come a un essere femminile, figlia della Terra (Lur). Secondo un vecchio modo di pensare, il Sole nasce dalla terra e ad essa ritorna.

Simboli solari sono i cerchi, le svastiche, i fiori di cardo, molto frequenti nell’arte popolare basca e in quella funeraria.
Anche la cultura dolmenica con i dolmen orientati da est a ovest evidenzia l’esistenza di un culto solare.
Sfortunatamente, poco altro rimane del Dio Ortzi e di miti e conoscenza di qualsiasi rituale celebrato in sua adorazione.

Ilargia o Ilargui (dove argi significa luce) era la luna ed il guardiano della morte; accompagnava nell’Aldilà, regolava il mondo della conoscenza segreta, della divinazione e della magia. Mari era dea della terra e Sugaar dio del cielo e della terra. Lur, infine, entità femminile, era figlia della terra. Mari, uno dei “principali geni del più antico mondo basco”[24], purtroppo ignorata dai grandi studiosi delle religioni antiche, come Umberto Pestalozza o Mircea Eliade, è riconducibile al concetto di Madre Terra, Madre Roccia, Madre Pietra, ed è madre anche del sole e della luna (entrambi femminili). In questa idea di Mari ritroviamo un parallelo con la figura della Potnia, anche se qui siamo già in una fase di separazione dell’unità terra-cielo-sole-luna-cosmo che contraddistingueva la Dea Madre mediterranea.

C’erano poi geni vari e il Basjun, il Bassa Jaun[25], il Signore dei Boschi, divinità di collegamento tra il mondo degli dèi e quello degli uomini.

Il serpente basco Sugaar (Fiamma di fuoco), paredro della Dèa Mari, è l’archetipo del druida, il quale, in quanto “serpente” diventa paredro della Dèa Madre. Il grido iniziatico: “Io sono un druida, io sono un Serpente” è la dichiarazione di una ierogamia che rende il druida simile a su, Sugaar, paredro di Mari, serpente di fuoco (Agni-sacerdote), ossia incarnazione dell’archetipo del sacerdote, di colui che conduce al sacro.

Quando il cielo é dio

Dyaus (come Zeus e Juppiter) è il cielo, da deiwos (deus, latino/devo, sanscrito/div, iranico/ diewas, lituano/tivar, germanico antico). Così anche: Diovis, Giove; Djuno, Giunone; Diana, Dioniso e Giano.

La radice indoeuropea Div-Diu-Diau ha il significato di splendere, brillare.

Diverso l’etimo di Dana, come, come Danubio, Dnieper, deriva da una radice che indica l’acqua: l’acqua terrestre, i fiumi e l’acqua celeste.

Il Tuono è il germanico Donar, Thor, il celtico Taranis, il baltico Perkunas, il protoslavo Perun.

Il Fuoco (che scaturisce dal fulmine) è Agni (ignis in latino, ugnis in lituano, agni in slavo antico).

Il Vento è il lituano Wejopatis (Signore del Vento), a cui corrispondono l’iranico Vaju e l’indiano Vāju. La Terra è Gh’em.

L’arcobaleno ponte tra la terra e il cielo

Il rapporto tra l’arcobaleno e l’uomo è da sempre un rapporto di stupore e di meraviglia, perché l’arc en ciel è il ponte tra cielo e terra e al contempo il simbolo delle nozze alchemiche

L’arcobaleno è la conseguenza della dispersione e della rifrazione della luce solare contro le pareti delle gocce stesse, dando luogo ad una suddivisione tradizionale: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto che gli esseri umani hanno associato anche ai vortici energetici del proprio corpo, ossia ai chakra.

L’arcobaleno è il simbolo del vedico Agni, dio del fuoco, messaggero tra Cielo e Terra (le offerte vengono bruciate sul fuoco) che rappresenta l’archetipo del sacerdote, del pontifex, del Logos inteso come relazione. Lo si chiama il sacrificatore o il “cappellano” degli dèi.

Nel mondo vedico Agni rappresenta la sacralità del fuoco ed è detto “cappellano” degli dèi.[26] Agni, il fuoco, è dunque archetipo della sacerdotalità. Nell’Aitareya Brahmana (II,36) si afferma che “il Serpente Ahi Budhnya rappresenta in modo invisibile (paroksena) ciò che Agni è in modo visibile (pratyaksa). Il Serpente è, in altre parole, virtualità del Fuoco … “.[27] Lo Sathapatha Brahmana, infine, dichiara che “la scienza dei Serpenti (sarpavidyâ) è il Veda”.[28]

Agni, fuoco, archetipo del sacerdote, è chiamato “embrione delle Acque”, si ritiene che egli abbia penetrato dall’alto le Acque primordiali e le abbia fecondate. [29] Siamo di fronte alle nozze alchemiche tra l’elemento igneo e il principio acqueo.

Il mito iperboreo e le stelle imperiture

Un mito di grande significato assiale è quello iperboreo, che ritroviamo in molte culture, ed è strettamente legato alla Stella Polare, all’Orsa minore e all’Orsa maggiore (Artio, la Dea Orsa venerata dai Celti) e alle stelle che girano intorno all’asse polare senza mai tramontare. Sono le stelle che gli Egizi chiamavano imperiture. I ricordi polari, secondo Marjia Gimbutas[30], ci dicono che l’orsa fu ritenuta un’antenata, una madre generatrice.

René Guenon, scrive in proposito Godwin, riteneva “che i Celti avessero preservato qualcosa della grande tradizione iperborea e che la figura di Re Artù avesse lì le sue radici: egli ampliò l’etimologia di Artu/Arktos figlio di Uther Pendragon, il cui nome, a sua volta, ricorda la costellazione polare del Drago. Notiamo che la stella più importante Alpha Draconis fu per secoli la Stella Polare attorno al 3000 a.C.”.[31]

Durante le varie epoche preistoriche e proto-storiche diverse stelle furono utilizzate come indicatrici  della direzione cardinale del Nord. Durante il periodo in cui furono costruite le grandi piramidi nella piana di Giza, in Egitto, la  stella polare fu Alpha Draconis (Thuban), mentre durante l’età del Bronzo, la stella luminosa più prossima al polo boreale fu Kappa Draconis, sempre nella costellazione del Drago. Durante l’età del Ferro, la stella visibile ad occhio nudo che indicava la posizione del polo nord celeste fu invece Beta Orsa Minore, (Kochab) una delle componenti della costellazione del Piccolo Carro. Thuban era la stella del Nord dal 3942 a.C. al 1793 a.C . Nel 1793 a.C. Thuban è stata sostituita da Kappa Draconis.

Tra il 1.500 a.C e il 500 a.C le polari, prima dell’attuale, furono Kochab e Perchab dell’Orsa minore.

Nei prossimi secoli Gamma, Beta e Alfa della costellazione di Cefeo saranno prossime alla circonferenza e quindi approssimativamente le stelle polari tra 2000, 4000 e 6000 anni. Tra circa 8000 anni una stella di prima grandezza, Deneb (nella costellazione del Cigno), sarà vicina al Polo; nel 14.000 d.C. toccherà ad una stella molto brillante: Vega (nella costellazione della Lira). Nel 18.000 d.C. sarà la volta della stella Teta (costellazione di Ercole) e nel 23.000 d.C Thuban sarà nuovamente prossima al Polo.

La quantità di tempo della quale tener conto è di circa 25 mila anni-26 mila anni tra un ciclo e l’altro.

Nella tabella seguente le stelle polari nei millenni prima dell’Era Volgare (a.C.).

 

1000 Beta Ursa Minor
2000 Thuban Alpha Draconis – Kappa Draconis Beta Ursa Minor
3000 Thuban Alpha Draconis
4000 Iota Draconis
5000 Theta Draconis
6000 Theta Draconis
7000 Tau di Ercole
8000 Sigma di Ercole
9000 Eta di Ercole
10.000 Iota di Ercole
11.000-13.000 Vega Alpha Lyra
14.000-15.000 Delta Cigno
16.000 Deneb Alpha Cigno
17.000-19.000 Alpha Cefeo
20.000 Beta Cefeo
21.000 Gamma Cefeo

 

Nella tabella seguente le ere zodiacali approssimativamente e convenzionalmente calcolate per i millenni antecedenti l’Era Volgare (a.C.).

 

1 PESCI ERA ATTUALE 0
2 ARIETE 0 2.200
3 TORO 2.200 4.380
4 GEMELLI 4.380 6.580
5 CANCRO 6.580 8.820
6 LEONE 8.820 10.880
7 VERGINE 10.880 13.040
8 BILANCIA 13.040 15.200
9 SCORPIONE 15.200 17.380
10 SAGITTARIO 17.380 19.560
11 CAPRICORNO 19.560 21.720
12 ACQUARIO 21.720 23.980

 

I confini delle costellazioni sono arbitrarie e questo comporta che le diverse “ere astrologiche” in realtà abbiano una durata notevolmente diversa a seconda della convenzione adottata per definirne i confini. L’Unione Astronomica Internazionale ha disegnato, nel 1929,  i confini delle diverse costellazioni che illuminano il cielo. Inoltre vengono attualmente contate nel numero di tredici, avendo incluso anche l’Ofiuco, che si trova anch’esso sull’eclittica, ripristinando un’antica tradizione. Le costellazioni rimenavano comunque dodici, poiché lo Scorpione era accorpato alla Bilancia.

In base a questa definizione, le cosiddette ere astrologiche quindi avranno queste caratteristiche:

 

Costellazione Durata
Vergine 3160 anni
Leone 2570 anni
Cancro 1440 anni
Gemelli 2000 anni
Toro 2620 anni
Ariete 1770 anni
Pesci 2670 anni
Acquario 1710 anni
Capricorno 2010 anni
Sagittario 2380 anni
Ofiuco 1340 anni
Scorpione 480 anni
Bilancia 1650 anni

Il passaggio dal Drago alle stelle dell’Orsa è avvenuta in epoca storica, nell’era dell’Ariete, quando l’osservazione del cielo dei Druidi era attiva, così come lo era quella dei sacerdoti egizi della Casa della Vita e di questo passaggio sono testimoni due miti: quello della nascita di Artù e quello della salita del faraone al cielo delle stelle imperiture.

Il mito di Artù narra che Uther Pendragon amasse la regina Igraine, sposa del re, e che per poterla concupire si sia rivolto a Merlino per farsi trasformare per una notte nel re. Merlino acconsentì a patto che il figlio nato da quall’amplesso gli fosse affidato. Così, grazie a Merlino, Uther Pendragon concupì Igraine e da quell’unione nacque Artù.

Se seguiamo quanto asserisce Guénon, potremmo assegnare ad Arcturus, della costellazione di Boote, guardiano dei buoi, “Septem Triones”, ossia del Settentrione, un collegamento con Merlino. In questo modo Merlino è il Guardiano del Settentrione, ossia del Polo; è colui che assiste al movimento delle Stelle Imperiture e che consente a Uther Pendragon (Kappa Draconis, la Coda del Drago) di tramutarsi nel re e di concepire con Igraine (nel cui nome è contenuto il significato di luce, di sole) Artù, ossia la nuova Stella Polare, l’Orsa (tra il 1.500 a.C e il 500 a.C le polari, prima dell’attuale, furono Kochab e Perchab dell’Orsa minore).

Possiamo a questo punto ipotizzare un parallelo tra i vari personaggi delle mitologie e gli asterismi.

 

Ursa Minor Artù Polare attuale
Arcturus Merlino Gwyddyon
Kappa Draconis Uther Pendragon Polare precedente all’attuale
Sole Igrain Il riferimento al tempo solare (anni) nei quali è avvenuto il passaggio tra le due polari
Aldebaran (Costellazione del Toro) Belenus Levata eliaca inizio dell’estate – Cet Samain – 1° di maggio – Il Sacro Occhio di Horus degli Egizi
Sirio Il Sole dei soli. Levata eliaca di Sirio, Lughnasad – Celebrazione da parte di Lugh della madre terrena Tailtiu – Lugnasad (1-11 agosto) – Iside per gli Egizi –
Antares (Costellazione dello Scorpione) Levata eliaca di Antares – Samain, inizio dell’inverno – Seth per gli Egizi (anti Horus)
Capella (Costellazione dell’Auriga) Levata eliaca di Capella Imbolc – Celebrazione dedicata a Brighit –
Cassiopea Dana – Sede delle anime La costellazione è facilmente riconoscibile per la sua forma a W o a M, dovuta alle sue 5 stelle più luminose.

Cassiopea (la regina d’Etiopia) si incastra fra Cefeo (il mitico marito) e Andromeda (la figlia) ed è attraversata per tutta la sua lunghezza dal piano della Via Lattea.

Cefeo Il marito mitico di Cassiopea che ha abbandonato il trono dopo aver regnato, come stella polare, dal 21 mila al 17 mila a.C. L’asterisma è di Cefeo è di forma pentagonale.
Spica (Costellazione della Vergine). La Vergine nella cui vagina Math, l’Orsa, mette i piedi.
Ercole- Eracle Ogmios La sua caratteristica più significativa è l’eloquenza, in quanto è colui che trasferisce agli esseri umani la conoscenza. Per i Baschi Eracles è sinonimo di maestro. Ogmios deriva dal protoceltico Ogmjos, dal significato di solco e di colui che imprime. Ogmios imprime la conoscenza. Nell’asterisma è importante il quadrilatero centrale, a forma di cuneo, che viene definito “Chiave di volta”.
Pleiadi Levata eliaca a Beltane e tramonto eliaco a Samain
Alcyone Alcyone (Eta Tauri) è un sistema stellare nella costellazione del Toro. Si tratta della stella più luminosa dell’ammasso aperto delle Pleiadi e giace ad una distanza di circa 440 anni luce da noi.
Corona Boreale Arianrohd

La leggenda di Artù nasconderebbe, dunque, l’indicazione del passaggio da Kappa Draconis all’Orsa come stella polare (3000 a.C.). All’Orsa fa la guardia Arcturus, della costellazione di Bootes. Accanto a loro Cassiopea (Danu), la Dea Madre universale (sede delle anime).

La forma a M o a W varia a seconda delle stagioni: durante l’autunno boreale si osserva altissima nel cielo in direzione nord e la sua orientazione la fa rassomigliare a una M; viceversa, nelle sere primaverili è rasente l’orizzonte settentrionale ed è orientata secondo la lettera W, come lo Chevron, simbolo della Dea.

E’ interessante notare come attorno a Bootes si trovino i principali protagonisti dei miti sin qui descritti (supra). Miti polari, non solari.

“La trasformazione di Artù da eroe polare a eroe solare – fa notare Godwin – è analoga a quella di Apollo, che giunse in Grecia come iperboreo e finì come dio del sole”.[32]

Anche in questo caso siamo di fronte ad una trasformazione che oscura il reale significato del mito, che non riguarda tanto il Sole, ma eventi stellari.

Il passaggio del testimone dalla polare Draconis alla Polare Ursa è attestato anche nella mitologia egizia, che vorrebbe il faraone, dopo la morte, in viaggio verso le stelle imperiture. In ogni caso è attestata dalla posizione dei canali della piramide di Cheope, che puntano (vedi figura a fianco) verso le due polari.

Se nel caso del mito di Artù è ragionevole pensare che il passaggio del tesimone tra Uther Pendragon e Artù sia avvenuto nell’era dell’Ariete precedente alla presente era dei Pesci, non è detto che lo stesso ragionamento valga anche per le indicazioni della piramide, che potrebbero riferirsi ad uno o più cicli precedenti.

Lo stesso destino riservato a molti fenomeni celesti trasformati in fenomeni solari o luni-solari è toccato anche al simbolo della svastica, che in origine era un simbolo polare, riferito all’Orsa.

Simbolo polare che è riprodotto nella croce detta di santa Brigida e, in effetti, relativa alla dèa celtica Brighit, alla quale è legato un altro evento celeste: il passaggio all’era dell’Acquario.

Con Brighit verso l’era del Cinghiale

Nella mitologia celtica il cinghiale è legato a Brighit, la Scrofa Bianca e l’Era del Cinghiale corrisponde a quella dell’Acquario.

Il passaggio d’era precedente riguarda il periodo dal 23.980 al 21.720 a.C., mentre il prossimo passaggio d’era riguarda questo millennio.

Nella tradizione indù, ci fa notare René Guenon[33] , il cinghiale è varâha e il nostro kalpa, ossia l’attuale ciclo della manifestazione, è Shwêta-varâha-kalpa, ovvero il ciclo del cinghiale bianco, che è iniziato nella Costellazione del Cinghiale (Acquario).

La nuova Era del Cinghiale, ovvero dell’Acquario, sarebbe dunque l’inizio di un nuovo ciclo di manifestazione.

La terra sacra polare, sede del centro spirituale primordiale di questo ciclo, è chiamata anche Vârâhî o Terra del Cinghiale e i Druidi, come è noto, erano associati al cinghiale, mentre i guerrieri all’orsa.

La radice var, fa notare Guénon[34] diventa nelle lingue nordiche bor, per cui Vârâhî è sinonimo di Borea. Arianrohd è aurora boreale. Borea, dunque, ovvero la terra dell’Aurora, è la Terra del Cinghiale. Nella mitologia grecaBorea (in grecoΒορέας) è la personificazione del Ventodel Nord, figlio del titano Astreoe di Eos, dea dell’aurora, e fratello di Noto, Apeliotee Zefiro. Viene raffigurato come un uomo barbuto alato, con due volti e con la chioma fluente.

Var o vri, scrive sempre Guénon, ha anche il significato di “coprire”, “proteggere”, “nascondere”.

Il vedico Var-una e il suo equivalente greco Our-anos, sono dunque i “nascosti” i “coperti”, i “protetti”, come l’egizio Amon, il celtico Oiw, ossia il cielo dei mondi superiori, nascosti ai sensi. [35]

La medesima radice ha anche il significato di “scelta”, “elezione” (vara), per cui la Terra del Cinghiale diventa la Terra degli eletti, dei santi, dei beati.

I Druidi, come i sacerdoti egizi, usavano il linguaggio omofonico, analogico, enigmatico per cui il vocabolo essoterico “cinghiale” nasconde quelli esoterici di “boreale”, “nascosto” ed “eletto”.

Sempre Guénon fa notare come il nome bor, ad un certo punto, possa essersi trasferito all’orso, bear in inglese e bär in tedesco, durante un periodo di predominio della classe guerriera (che si identificava nell’orso) su quella sacerdotale (che si identificava nel cinghiale). Gli “eletti”, i “nascosti”, i “cinghiali” sono stati sostituiti dagli orsi. Al potere della Saggezza si è sostituito quello della Forza.

 

L’Orsa dimora dei sette saggi

 

Nella tradizione indù il nome più consueto dell’Orsa maggiore è sapta-riksha. Il sanscrito riksha (orso) è l’equivalente del celtico arth, del greco arto e del latino ursus.

Riksha è anche in generale una stella, ossia una luce (archis, dalla radice arch o ruch, “brillare” o “illuminare”). [36]

Sapta Riksha è la dimora dei sette Rishi, ossia dei sette veggenti, dei sette illuminati della tradizione vedica.

Paolo Diacono, nella sua famosa Historia Langobardorum, parla di sette saggi che dormono in una caverna a nord del mondo. “Nell’estremo lembo della Germania, a tramontana e proprio sulle rive dell’oceano, si può vedere un antro sovrastato da una rupe, e lì, non si sa da quanto tempo, sette uomini dormono immersi in un lungo sonno: così integri non solo nei corpi, ma anche nelle vesti, e da si lungo volgere d’anni, da essere diventati oggetto di venerazione per quelle genti incolte e barbare”. [37]

Nella Terra delle Luci e degli eletti

 Le “sette luci”, dunque, sono la dimora dei veggenti, anch’essi indicati come luce. Sette luci, Septem Triones, ossia un’immagine mitologica legata alla polare, legata ad Arcturus-Merlino-Gwyddyon, laddove gwydd significa sapienza e saggezza.

Il significato sottostante di Terra del Cinghiale e di Sapta Riksha è il medesimo, ossia quello di Terra delle Luci (rishi o vara, quindi eletti e illuminati), ma con una variazione del segno del potere. Al potere del saggio (Arcturus) si sostituisce quello del guerriero e il simbolismo passa dal cinghiale all’orso. Non a caso “per i Greci, la rivolta degli Kshatrya, ossia dei guerrieri, era raffigurata dalla caccia al cinghiale caledonio”. [38]

In un determinato periodo, fa notare Guénon, il nome di Sapta Riksha fu applicato non più all’Orsa maggiore, ma alle Pleiadi, con il passaggio da un simbolismo polare ad un simbolismo equinoziale, dove il tempo d’inizio è in Ariete. Il riferimento celeste si sposta dal Polo all’eclittica, ovvero dalle stelle polari a quelle zodiacali.

Possiamo a questo punto riprendere la leggenda di Artù.

Sotto gli occhi vigili di Merlino- Arcturus, si passa da un periodo di attenzione alle stelle (religione stellare) con la stella polare Kappa Draconis, ad uno di attenzione al Sole (Igraine) che partorisce Artù, l’Orsa (cambia la stella polare).

La religione solare, indoeuropea, vede il predominio della classe guerriera. In un secondo periodo, sempre sotto lo sguardo vigile di Merlino-Arcturus, guardiano dei Sette Buoi (Septem Triones) si arriva al passaggio da una visione polare ad una visione equinoziale (lo zoadiaco, ovvero la Tavola Rotonda), con lo spostamento del riferimento del cielo dal polo all’eclittica e in Ariete. Cambiano i riferimenti, ma non Merlino, il Guardiano.

“All’origine – scrive Guénon – l’autorità spirituale e il potere temporale non erano separati come due funzioni differenziate, ma uniti nel loro principio comune, e si ritrova ancora un vestigio di quest’unione nel nome stesso dei druidi (dru-vid, «forza-saggezza»)…”.[39]

Merlino-Arcturus-Gwyddyon, in questo contesto, pare essere l’unico elemento di continuità, una sorta di luce fissa, immobile, un riferimento che non muta.

La costellazione di Boote, dunque, e la stella Arcturus sono di particolare interesse e il loro ruolo nell’antichità andrebbe ulteriormente indagato.

Il mito delle Fenice in Egitto e nell’Edda norrena

Jean Sylvaine Bailly (1736-1793)[40] cita il mito della Fenice presente sia in Egitto, sia nell’Edda poetica. Petto color del fuoco e ali azzurro cielo, la fenice eddica vive 300 giorni e per 65 è nella sua fase di ricostituzione del corpo, dopo la morte.

L’alternanza di 300 giorni di presenza e di 65 giorni di assenza del sole viene spiegata da Bailly come fenomeno che si presenta a 71° di latitudine, all’incirca all’estremità nord della Norvegia. Giano, divinità romana, tiene nella mano destra il numero 300 e il 65 in quella sinistra, inducendo a pensare ad una sua origine nordica. Borea, come s’è visto (supra) ha due volti. Nell’Edda Freia sottoscrive un contratto con Odino in base al quale il marito può assentarsi dal letto coniugale per 65 giorni all’anno a patto che sia presente negli altri 300. Il Mito di Proserpina, che risiede sei mesi sulla terra e sei negli inferi, farebbe pensare all’andamento annuale del nord. Ancora oggi nella Kamcakta si ha un anno di sei mesi di luce e sei di buio.

L’anno tripartito (tre periodi di quattro mesi) ci riporta alla leggenda di Adone, che doveva trascorrere, per volere di Giove, quattro mesi all’anno nell’Olimpo, quattro con Venere e quattro con Persefone. Bailly riferisce la tripartizione dell’anno alla latitudine di 79°.

“La naturale conclusione – scrive Joschelyn Godwin – fu che queste disparate leggende serbavano la memoria razziale di un’origine nel lontano Nord e di una graduale migrazione a Sud”.[41]

William F. Warren, (Paradise Found, 1885) ritiene che la culla della razza umana sia il Polo Nord.

Bal Gangadhar Tilak (1856-1920) scrive di una dimora originaria artica dell’umanità. “Gli antichi testi indù, nell’interpretazione che ne fornì Tilak, indicano inequivocabilmente un “regno degli dèi” dove il Sole sorgeva e tramontava una volta l’anno, dimostrando quanto meno che i loro autori erano in grado di comprendere le condizioni astronomiche tipiche del Polo Nord”. [42]

Nei Purana indù la terra iperborea è detta “l’isola Bianca” ed ha un centro mitico nel monte Meru, dal quale scorrono 4 fiumi tutti derivanti dal Gange celeste che sgorga ai piedi di Vishnu, nei pressi della Stella Polare.

Nel mito dei Tuatha Dé Danann ci sono quattro città, le quattro città mitiche sedi della Conoscenza e dei Saggi del Nord. Siamo a Tir na n’Og e le quattro città sono: Falias (di Fal – siepe e sovranità); Gorias (di Gor – fuoco); Finias (di Fin – bianco); Murias (di Mur – acqua). Da Falias proviene la Pietra di Fal, che riconosce la sovranità del re; da Gorias la lancia di Lug; da Finias la spada di Nuada e da Murias il Calderone del Dagda. Qui i Tuatha De Danann sono stati educati da quattro Druidi o uomini saggi: Morias, Urias, Arias, Senias (in altre versioni: Morfesa a Falias, Esras a Gorias, Senias a Murias e Uiscias a Findias).

Un centro, quattro fiumi, quattro città. Lo schema è molto simile.

Pitea di Marsiglia, geografo greco, tra il 340 e il 285 a.C. (la data esatta è sconosciuta) compì un viaggio a Nord, disegnando una mappa dei luoghi visitati e notando che il giorno più lungo della Bretagna (questo il nome che Pitea ha assegnato a quei luoghi) era di 19 ore, “fatto che dimostra che aveva raggiunto le Shetland settentrionali”.[43]

Il 19 è un numero importante, ai nostri fini, in quanto è legato all’Apollo iperboreo, che viene assimilato a Lug, divinità dei Tuatha de Danann ed è anche il ciclo di Metone, che raccorda il ciclo lunare a quello solare.

“A dire la verità – scrive Ward Rutherford – Apollo è un misterioso ultimo venuto nel pantheon greco e una delle tante storie sulle sue origini è che la sua provenienza fosse celtica”.[44] Riguardo ad Apollo v’è anche un rimando ad Angus Oc – Oengus mac Oc (il tempo), figlio di Brighit e del Dagda. Le forme Aplun e Ablun riconducono alla mela (a appfel in tedesco, apple in inglese, Avalon, l’isola delle mele), laddove “la mela è un frutto caratteristico dell’antico Neolitico europeo e in determinati miti europei, greci, celtici, ma anche germanici, sono presenti le mele dell’immortalità: ne consegue che i portatori delle lingue indoeuropee dovettero scoprire nell’Europa centrale questo frutto e i miti ad adesso legati, integrandoli così nel proprio materiale mitico”.[45]

“Secondo Diodoro Siculo, storico greco del I secolo a. C. Ecateo, – scrive Kruta – avrebbe collocato il paese degli Iperborei al di là delle terre abitate dai Celti, in un’isola oceanica grande quanto la Sicilia. Un santuario monumentale di forma circolare vi sarebbe dedicato ad Apollo, il dio maggiormente venerato e vi si svolgerebbero grandi feste ogni 19 anni all’equinozio di primavera, periodo ciclico alla fine del quale si può stabilire la concordanza fra anno lunare e anno solare. E’ possibile che tali dati sui leggendari Iperborei, apparentemente inediti, fossero la lontana eco di informazioni sulla situazione della Britannia, sulle preoccupazioni astronomiche e calendariali delle popolazioni locali che portarono all’erezione di monumenti ciclopici, come il cerchio megalitico di Stonehenge”.[46]

Apollo è identificato con il sole e con la luce. Nel tempio di Nemrut-Dag ci sono iscrizioni del primo secolo avanti Cristo che lo associano a Mithra ( Saturnalia, Macrobio). La patria di Apollo è “la terra del sole”, la mitica Thule degli iperborei. Ad Apollo era associato il corvo.

Apollo e Mithra divinità polari

Divinità iperboree sono l’Apollo iperboreo per i Greci (assimilato ad Horus) e Mithra, ma Mithra non è il sole. Helios, infatti, lo chiama ad uccidere il toro.

Mithra, nel rituale mitraico che ci è pervenuto attraverso la testimonianza di molti mitrei, è mostrato mentre tiene in mano qualcosa che assomiglia ad una spalla o ad una zampa di animale. La spalla del toro (o coscia del toro), se la riportiamo allo zodiaco di Denderah, indica Mithra come un dio polare, in quanto la coscia del toro è simbolo dell’Orsa maggiore (a proposito della quale nel rituale è detto: “Questa è l’Orsa che muove e fa girare il cielo”). Mithra è dunque un dio polare che viene chiamato dal Sole a stabilire il passaggio dell’era dal Toro a quella dell’Ariete.

Ad un certo punto del rituale mitraico appaiono sette dei, che sono chiamati “I Signori polari del cielo”, come i Sette Rishi, antichi saggi indù, innalzati al rango di costellazione.

Mithra è divinità polare, sol invictus in quanto non tramonta mai, e, dunque, stella polare o, forse stella di altre costellazioni.

Negli Oracoli caldaici non a caso si parla di due soli. C’è dunque un sole fonte della luce che non è il Sole (Helios) e del quale il Sole è figlio. Sirio? Aldebaran? Altro?

Plotino, di questo secondo sole, parla come di “quel sole del regno divino” che “è l’intelletto …. E subito dopo c’è l’anima, che dipende da esso e dimora finchè l’intelletto dimora. Quest’anima, confinando con questo sole [quello visibile, ossia il sole materiale] delimita mediante se stessa, e agisce come un interprete, collegando ciò che proviene da questo sole con il sole intelligibile e ciò che viene dal sole intelligibile con questo sole”.

Tuttavia, ben al di là di interpretazioni mistiche o metafisiche, il richiamo ai culti stellari contiene enigmi che sono ancora tutti da spiegare.

Dal Polo allo Zodiaco e dal 7 al 12

Il passaggio dal riferimento polare a quello solare e zodiacale comporta anche quello dal numero sette al numero dodici.

La fissazione definitiva dello zodiaco con 12 case come percorso del sole, porterà successivamente a molti simboli in base 12, tra i quali, ad esempio, quello assai noto della Tavola Rotonda (i dodici cavalieri con al centro Artù). Tuttavia, sappiamo che Artù non appartiene al 12, ma al 7, ossia alle sette stelle dell’Orsa. Il numero sette è infatti legato ai Septem Triones, i sette buoi di cui è guardiano Arcturus, al quale abbiamo già accennato a proposito del mito di Merlino.

Artù è inscindibile da Merlino, così come la regalità celtica era inscindibile dalla saggezza sacra dei Druidi e la regalità faraonica era essa stessa sacra.

Il tema sottostante non è la teocrazia, ma una regalità che trova la sua legittimazione nel rapporto con la sacralità della Natura, Dea Madre Cosmica Universale e con le sue regole, nel patto con la terra e con il popolo o nell’osservanza dell’ordine celeste e terrestre di Maat. Un ordine ancora una volta naturale.

Merlino è il guardiano della regalità celtica, come Thoth, il paredro di Maat lo è della regalità egizia.

Il 7 è un numero chiave nella tradizione egizia e riguarda, in modo particolare, assieme all’11 la dimensionalità della piramide di Cheope.

Con i miti si entra in un universo intelligente e problematico

Infine, e non certamente per concludere, ricordo che Karl Popper, in una lezione dal titolo: “Considerazioni di un realista sul problema del corpo-mente” scrive. “Queste favole, o storie o miti sono anche le originarie spiegazioni teoriche. Gli inizi della scienza presso i Greci risalgono a Omero e a Esiodo; gli inizi dell’arte, i dipinti in grotte preistoriche di caccia e di animali sono storie magiche; l’arte egiziana e quella assira sono in gran parte illustrazioni di storie o illustrazioni della storia di quell’epoca. E’ così che si arriva allo sviluppo di un mondo 3”. [47]

E che cosa sia il mondo 3 Popper ce lo dice in questo modo. “Con «mondo 3» intendo, più o meno, il mondo dei prodotti delle menti umane”. [48]Un mondo dotato di realtà e di autonomia, che interagisce con il mondo fisico e con il mondo psichico.

Studiare con sguardo critico e attento i miti è accostarsi alle originarie spiegazioni teoriche, ma anche entrare nel mondo 3 nel quale si assiste al “sorgere autonomo di problemi non pensati” e ci si collega ad un “universo intelligente problematico”. [49]

 

[1] Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi

[2] Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Prefazione all’edizione del 1959, Einaudi

[3] Francesco Bottin, Introduzione a: Ruggero Bacone, La scienza sperimentale, Rusconi

[4] Francesco Bottin, Introduzione a: Ruggero Bacone, La scienza sperimentale, Rusconi

[5] Daniel Siegel, I misteri della mente, Cortina

[6] Hadingham, I misteri dell’antica Britannia, Newton, a pagina 98

[7] Franco Cimmino, Storia delle piramidi Euroclub

[8] Peter Sloterdjk, Il furore di Dio, Cortina

[9] George Hart, Miti egizi, Mondadori

[10] Franco Cimmino, Storia delle piramidi, Rusconi

[11] Franco Cimmino, Storia delle piramidi, Rusconi

[12] Barbara Watterson, Alla scoperta degli dei dell’antico Egitto, Newton & Compton

[13] ibidem

[14] T.W.Rolleston, I miti celtici, Longanesi

[15] Vedi in proposito Antonio Manetti – Hera – N.32 agosto 2002

[16] Franco Bandini, “Il tempio nella planimetria gerolosomitana”, in “I templari” a cura di Goffredo Viti – Certosa di Firenze – atti del convegno “I Templari e San Bernardo di Chiaravalle” – 23/24 – 10 – 1992

[17] Handingam – I misteri dell’antica Britannia, Newton, a pagina 98

[18] Franco Cimmino, Storia delle piramidi, Rusconi

[19] Vedi il commento di Boris de Rachewiltz al Libro dei Morti, edizioni Mediterranee

[20]Toufic Fahd, Storia dell’Islamismo, a cura di Henri Charles Puech, Euroclub

[21] Magda Wimmer, I Maya, Newton Compton

[22] Albert Pike, Morals and Dogma, Bastogi

[23] Carlo Barbera, Gli indios dei Pirenei, www.arcadia93.org

[24] José Miguel de Barandarian, Mitología vasca, Txertoa

[25] Lo troveremo scritto in molti modi tra loro simili: Baxa Jaun, Bassa Jaun, Basa Jaon, ecc.

[26] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni

[27] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni

[28] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni

[29] Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Sansoni

[30] M.Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia

[31] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[32] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[33] René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[34] René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[35] Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[36] Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[37] Paolo Diacono, Storia dei longobardi, Tea

[38] Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[39] René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[40] Le citazioni di Bailly sono di Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[41] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[42] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[43] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[44] Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea

[45] Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea

[46] Venceslav Kruta, La grande storia dei Celti,. Newton Compton

[47] Karl Popper, Considerazioni di un realista sul problema corpo-mente, in Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza, la storia e la politica, Rusconi

[48] Karl Popper, La conoscenza e il problema corpo-mente, Il Mulino

[49] Karl Popper, La conoscenza e il problema corpo-mente, Il Mulino