di Gianfranco Costa

Qualche tempo fa scrissi un breve testo di commento alla ricerca che sta conducendo la Agrupación Astronómica di Fuerteventura, di cui faccio parte, a proposito di una struttura archeologica conosciuta come “los Soles de Tejate”, sita nel nord dell’isola canaria di Fuerteventura.

Si tratta di una coppia di strutture circolari con forma di sole, le cui zone centrali hanno un diametro di 39 metri e da ciascuna delle quali si diramano 59 muri radiali, disposti come “raggi” di un “sole”.

Nell’articolo precedente illustravo una mia personale speranza, quella di riuscire a dimostrare che la datazione probabile di tali strutture fosse precedente all’arrivo sull’isola dei gruppi berberi di origine nordafricana, probabilmente avvenuto, secondo gli studi più recenti, attorno al terzo secolo prima dell’era moderna, in epoche distinte.

Gli studi storici attuali suggeriscono che l’arcipelago sia stato abitato dai berberi, di etnie diverse, a seguito della deportazione operata dagli invasori del nord Africa all’epoca dell’impero romano: i gruppi ribelli più determinati, dunque pericolosi nell’economia della conquista, venivano deportati alle isole canarie. Dato che le evidenze archeologiche dimostrano la presenza berbera nell’arcipelago a partire del 300 a.C. è possibile che lo stesso sia accaduto in epoche precedenti all’espansione romana, per esempio ad opera dei fenici, con la fondazione di Cartagine.

Ad ogni modo, gli antichi berberi non avevano nozioni di navigazione. La ipotesi delle deportazioni ad ondate successive spiega dunque il loro arrivo. Portarono con sé, oltre alle loro tradizioni, ai loro animali ed al loro linguaggio, anche le loro religioni, di tipo solare: tutt’ora le popolazioni di lingua amazigh del nord Africa annoverano tradizioni molto antiche di culto a sole e luna.

Uno degli elementi più sorprendenti di queste strutture è che però vanno ben al di là di un semplice culto solare: si tratta probabilmente di un vero e proprio osservatorio astronomico. Un culto stellare.

Voglio dire che, unica situazione conosciuta nell’arcipelago, è il solo caso in cui si mescolano elementi di culto al sole, alla luna e alle maggiori stelle visibili ad occhio nudo. La struttura ha forma di sole, alcuni dei suoi corridoi puntano agli eventi solari, altri a quelli lunari e contemporaneamente al sorgere e al tramontare delle stelle. Una rarità assoluta.

Poche settimane or sono, alla fine del mese di luglio 2018, abbiamo pubblicato attraverso la stampa locale i risultati della prima fase dello studio archeo-astronomico relativo, con un esito molto diverso da quello che ipotizzavo inizialmente, una apparente delusione dal punto di vista personale.

Per riuscire a determinare una possibile datazione siamo partiti da una semplice considerazione: i corridoi formati dagli spazi tra i vari muri radiali sono disposti secondo angoli (azimut) che corrispondono ai principali eventi astronomici, vale a dire quelli solari (solstizi ed equinozi) e lunari (lunazioni maggiori e minori). Però considerando solo questi, si descrivono 14 angoli. Per dare un senso ai restanti corridoi, che sono la maggior parte, abbiamo preso in considerazione anche le levate ed i tramonti delle stelle più luminose tra quelle visibili semplicemente ad occhio nudo, analizzando le corrispondenze con i vari angoli di nascita e tramonto delle 36 stelle più brillanti durante gli ultimi cinque millenni. Così che, alla fine di questa lunga fase di studio, abbiamo verificato che solo attorno all’anno 1.000 d.C. ad ogni corridoio corrisponde una stella, identificando pertanto quella come possibile data di edificazione della struttura.

Anno 1.000 d.C., ovvero in epoca sì preispanica, però sicuramente nella fase in cui la cultura berbera si era stabilizzata già da un millennio. Tutte le nostre considerazioni si riferiscono al sole di ovest, quello che attualmente presenta il miglior stato di conservazione, del quale abbiamo molti dati assolutamente certi, inclusa una misurazione topografica di precisione effettuata da un gruppo di archeologi docenti attorno al 1995, grazie alla quale abbiamo potuto risalire con precisione al calcolo degli angoli dei vari azimut.

Alcuni giorni fa ci siamo di nuovo riuniti per cominciare a definire gli obiettivi della seconda fase dello studio e personalmente ho fatto notare una cosa che personalmente non mi quadra: se il sole di ovest è così preciso, se definisce con precisione impressionante tutti questi eventi astronomici stellari, perché costruirne due? A che serve l’altro?

Così che mi sono domandato se poteva esserci una spiegazione semplice per tutto questo. Ed ecco la nuova ipotesi di lavoro, sulla quale cercheremo di avanzare nelle prossime settimane: l’altro sole potrebbe essere molto, molto più antico, addirittura precedente all’arrivo delle popolazioni berbere.

Per effetto della precessione degli equinozi, che ha un ciclo di circa 26.000 anni, la mia ipotesi è che il primo e più antico dei due soli sia – per così dire – “scaduto” ad un certo punto. Non funzionava più. Voglio dire che, a seguito dell’oscillazione dell’asse terrestre, è possibile che i corridoi del sole di est, dopo alcuni secoli già non corrispondessero al sorgere e tramontare delle varie stelle, tanto da convincere a costruirne un altro, aggiornato alla situazione corrente.

Un elemento illuminante al rispetto è che le due strutture sono perfettamente allineate tra loro secondo l’asse est-ovest, ovvero secondo gli equinozi, gli unici punti che non cambiano nel tempo. In altre parole, le uniche certezze per i costruttori del secondo sole.

Se l’ipotesi si verifica, le conseguenze saranno enormi. Per prima cosa ci sarebbero stati abitanti delle isole canarie antecedenti all’arrivo dei berberi, cosa che l’archeologia classica non può dimostrare senza ricorrere all’archeoastronomia. E, cosa molto più intrigante, gli aborigeni antichi avrebbero avuto conoscenze, saggezze e probabilmente culti molto più antichi dei classici riti solari delle popolazioni nordafricane. Conoscevano le stelle con una precisione davvero notevole.

L’investigazione prosegue.