di Michele Manfredi Gigliotti

Derveni  (derbeni, nella lingua greca) è un antico toponimo della Macedonia posto a circa una decina di chilometri a nord-est di Salonicco, sull’ arteria viaria che congiunge questa città a Kavala. Fu proprio in occasione della costruzione di questa via che, per una fortunata e insperata casualità, è venuta alla luce il 15 gennaio 1962, una necropoli probabilmente riferentesi allo storico insediamento di Lete, posto molto vicino alla città di Pella che, all’incirca nell’anno 400 a. C., venne eretta da Archelao a capitale della Macedonia al posto di Aigai.

Vicino al luogo in cui Petros Themelis rinvenne l’ antico documento conosciuto come il Papiro di Derveni, in quella stessa occasione, furono rinvenute due tombe contigue e isolate, fuori dal perimetro necropolitano, molto sontuose sia per gli affreschi murari di cui erano decorate, sia, e soprattutto, per i corredi funebri di cui erano state dotate. Evidentemente, appartenevano ad esponenti della aristocrazia locale e, inoltre, il personaggio la cui tomba aveva l’entrata proprio dal sito del ritrovamento del documento e di una pregiata anfora (anch’essa nota come il cratere di Derveni) doveva, con altissima probabilità, essere un seguace dell’orfismo e, allo stesso tempo, appartenere ad una élite di iniziati. Ciò si può ragionevolmente ricavare dalla circostanza secondo cui la  tomba del rinvenimento, come già evidenziato, si trova allocata al di fuori del perimetro della necropoli, come se il personaggio avesse voluto sottolineare quella appartenenza iniziatica che lo poneva, nei confronti dei non iniziati, in posizione egregia (e grege=al di fuori del gregge, della moltitudine, dalla quale doveva mantenersi distinto). E’ molto probabile che la cremazione sia avvenuta tramite una pira eretta proprio dinanzi alla tomba nella quale sarebbero state, poi, custodite le ceneri assieme agli oggetti costituenti il corredo e a un cavallo anch’esso cremato (circostanza, quest’ ultima, che fa ritenere il personaggio avesse intrapreso la vita militare).

Il rito della cremazione dei cadaveri ai tempi a cui ci riferiamo trovava ampia applicazione soprattutto se il personaggio era un seguace del rito orfico e, inoltre, iniziato a qualche rito misterico parallelo.

Il documento, retrocalendabile tra il 340 e il 320  a. C., contiene uno scritto di natura rituale, religiosa e filosofica, riferentesi all’orfismo, il cui autore rimane, tuttora, sconosciuto, anche se dallo studio della lingua adottata, dal modus scribendi, dai temi che sono trattati sono state avanzate dagli studiosi alcune ipotesi di identificazione oscillanti tra Stesimbroto di Taso, Euthiphrone di Prospaldta, Diagora di Melo, Diogene di Apollonia e, per finire, anche Archelao di Atene, devoto discepolo di Anassagora.

Ha osservato puntualmente Angelo Tonelli (Eleusis e Orfismo, I misteri e la tradizione iniziatica greca, Milano 2017-L’edizione di riferimento è quella di T. Kouremenos, G. Parassoglou, K. Tsantsanoglou, The Derveni Papyrus, Firenze 2006) che la scrittura del rotolo (chiunque ne sia l’autore) non è originale e autografa (non vi è, cioè, coincidenza tra l’amanuense del papiro e il suo autore spirituale trattandosi di due persone distinte) e ciò in quanto l’amanuense é incorso in ripetuti errori di copiatura  e, inoltre, la lingua usata è, prevalentemente il demotico ionico (come ionico è lo stile di pensiero) con atticismi e forse rari dorismi.

Il papiro pervenutoci è lungo all’incirca due metri e mezzo ed è costituito da ventisei colonne mutile e frammentate, di varie dimensioni, delle quali molti frammenti sono agevolmente decifrabili, mentre altri sono illegibili. Le dimensioni originarie del documento dovevano, con ogni probabilità, attestarsi in oltre tre metri di lunghezza e sedici-diciassette centimetri di larghezza.

Gli esegeti che si sono occupati del papiro e del suo contenuto sono concordi nel fissare la retrodatazione della scrittura del testo originale tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C. e, di conseguenza, attorno al 400 a.C., quando, cioè, la capitale della Macedonia era stata spostata a Pella. Ciò ha fatto concludere che, quando è stata effettuata la copiatura sul papiro rinvenuto a Derveni, il documento originale doveva già avere almeno un secolo di vita e, per questo, il suo contenuto doveva essere conosciuto.

Anche se il problema testé prospettato non appare di fondamentale importanza, ma solo marginale, riteniamo che l’affermazione non sia del tutto condivisibile, in quanto si sconosce, tuttora, se vi sia stato un originale (per il quale, infatti, è opportuno parlare di probabilità della sua esistenza che si basa sull’ipotesi formulata da Tonelli), da chi sia stato scritto e in quale anno abbia visto realmente la luce.

Ciò che è certo è che il reperto documentale presenta evidenti tracce di bruciature, il che ha fatto ritenere agli studiosi che si sono occupati del rotolo, che lo stesso ha seguito, tale e quale, la sorte del cadavere del personaggio della tomba: entrambi, unitamente ad un cavallo, appartenuto verosimilmente al defunto, sarebbero stati posti sulla pira che li ha inceneriti. Le ceneri, poi, assieme al rotolo parzialmente combusto, sono state sepolte nella tomba.

La ricostruzione dell’evento, secondo i limiti cronologici e fattuali sopra riportati, confermerebbe, aliunde, sia il contenuto fortemente religioso del papiro, sia la sua natura di precettazione rituale.

Per qualche motivo che non conosciamo, il fuoco della pira ebbe a risparmiare il documento che, così, è pervenuto sino a noi.

Dagli elementi riassuntivamente sopra esposti (riferimento all’orfismo del contenuto del papiro) e dalla ulteriore circostanza che, nella  cwra dell’antica Lete, a qualche chilometro di distanza dal sito in cui sono state rinvenute le due tombe di Derveni con il relativo corredo tombale, era allocato un importante tempio dedicato a Demetra e Kore, si possono ricavare de plano i seguenti corollari:

1)Il personaggio seppellito nella tomba di Derveni era un seguace dell’orfismo in tutte le sue specificazioni (religiose, filosofiche, rituali), al punto che viene cremato, assieme al papiro che contiene una lunga e dettagliata chiosatura di un inno orfico, secondo la ritualità e il credo orfici (per i quali il corpo non è altro che la prigione dell’anima, così che la morte non può che essere se non un evento felice, rappresentando una evasione dalla prigionia, mentre la cremazione rappresenta, simbolicamente e definitivamente, la cancellazione della parentesi triste di tale prigionia (swma: il corpo) e l’iniziazione verso una vita trasumanata nella quale l’iniziato crede fermamente di dovere raccogliere i frutti della sua scelta iniziatica);

2)La notevole vicinanza del santuario di Demetra e Kore ha fatto ragionevolmente ritenere che il personaggio cremato fosse, oltre che un seguace dell’orfismo, anche un iniziato al culto, parallelo e complementare rispetto a quello orfico, delle due divinità femminili e che, per questo, avesse disposto nel modo che precede per la sua catabasi  (discesa) all’Ade.

Il papiro di Derveni, oltre ad essere il primo ed unico papiro rinvenuto sul suolo greco che sia giunto sino a noi, è, allo stesso tempo, il più antico documento scritto nella lingua della Grecia che oggi il mondo possieda.

Occorre precisare, in proposito, che il clima della Grecia, al contrario, ad esempio, di quello dell’Egitto molto secco ed arido, non ha in generale favorito la conservazione degli scritti su papiro. Quello di Derveni, paradossalmente, si è conservato solo in virtù delle bruciacchiature subite a causa del fuoco della pira al quale è stato esposto e che ne ha impedito il suo ammaloramento. Se, però, per un verso, il fuoco ha contribuito alla preservazione del materiale papiraceo, per altro verso, lo ha indebolito determinandone una assoluta fragilità. E’ stato per questo che molte colonne della scrittura sono andate perse, allorquando, senza alcuna adeguata precauzione, si è tentato di srotolarlo. Finalmente e fortunatamente a compiere l’incombente venne adibito Anton Fackelmann della Biblioteca Nazionale di Vienna, il quale, applicando una metodologia da lui stesso messa a punto e formata da una miscela di succo fresco di papiro e gomma arabica, in una con la creazione di un effetto termico ed elettrostatico, provvide allo srotolamento del papiro consentendo, così, agli esperti di iniziarne l’apprensione e la traduzione del contenuto nelle varie lingue moderne, lavoro che ha visto, finalmente, il suo epilogo dopo circa mezzo secolo dal suo rinvenimento e precisamente nel  2006.

L’esperienza di Derveni ne richiama alla memoria altre similari, tra le quali non si possono omettere dal ricordare: il Rotolo del Mar Morto, con i manoscritti di Qumran, rinvenuti nell’anno 1952, anch’essi, per una fortunata casualità, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Khirbet Qumran, nelle cui immediatezze visse la setta degli Esseni (altrimenti detti figli di Zadock) di cui, sembra, fece parte anche Gesù. In questo rotolo, composto da una lamina di rame arrotolata a guisa di papiro, lunga ottanta centimetri e larga trentacinque, in due esemplari, un originale e una copia, il popolo ebraico aveva inciso l’inventario di tutti i  preziosi che facevano parte del tesoro del Tempio o di Salomone (calcolato, prudentemente, in ventisei tonnellate di oro e sessantacinque di argento); i codici di Nag Hammadi, costituiti da tredici papiri contenenti testi  dal contenuto gnostico, sia cristiani che pagani, che un gruppo di beduini del villaggio di al-Qasr  ha casualmente rinvenuto in una giara di terracotta nascosta in una grotta in Egitto, nei pressi di un monastero cenobita sito nell’isola di Nag Hammadi.

Per potere procedere alla lettura dei documenti per ultimi menzionati, sono state affrontate molteplici difficoltà, soprattutto con riguardo al rotolo di rame che si trovava in avanzato stato di ossidazione.

Ma, il rinvenimento che più di ogni altro si avvicina a quello di Derveni, sia per la difficoltà di lettura dei testi fortemente rovinati dal fuoco, sia per importanza dei  contenuti manoscritti, è quello relativo alla Campania, precisamente ad Ercolano ove furono rinvenuti i papiri (Papiri di Ercolano) della biblioteca fondata da Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, anch’essi, come quello di Derveni, ridotti ad una informe poltiglia a causa della nube piroclastica sprigionatasi dal Vesuvio nel 79 d. C.. Anche in questa ultima occasione, nel tentativo di srotolarli, ne vennero distrutti e polverizzati parecchi sino a quando un nostro fisico, Vito Mocella, decise di tentarne la lettura penetrando al loro interno senza srotolarli. L’idea, rivelatasi vincente, fu quella di usare la medesima tecnica, mutuata dalla scienza medica, che veniva praticata per effettuare una TAC: la tomografia a raggi X a contrasto di fase resa disponibile all’European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble, Francia. In tale maniera, quindi, i ricercatori dell’Istituto per la microelettronica e microsistemi del CNR di Napoli, riuscirono a leggere il contenuto dei papiri senza averli preventivamente srotolati. Detto questo, non siamo riusciti a comprendere come mai per il papiro di Derveni non si sia adottata la medesima tecnica usata per quelli di Ercolano, che avrebbe evitato la distruzione di parecchi fogli e di numerose colonne di scrittura del documento.

Il Papiro di Derveni, classificato come il manoscritto più antico d’Europa, è stato inserito da parte dell’ Unesco nel Memory of the World, in quanto ritenuto  documento di fondamentale importanza a testimonianza del cammino dell’Umanità, degno di essere ricordato in ogni epoca e da ogni generazione.

Prima di affrontare quelli che vengono considerati i tre argomenti più importanti del testo papiraceo (TEOGONIA, COSMOGONIA, ANTROPOGONIA), sui quali la mente umana in ogni epoca storica non ha mai smesso di indagare al fine di pervenire, scartando ipotesi fantasiose o di pura fede, a vere e proprie certificazioni sulle origini dell’Universo, è necessario evidenziare che è stato proprio l’orfismo a fare riferimento, per la prima volta, ad una entità chiamata anima (yuch)), diversa e contrapposta al corpo (swma), anzi della quale il corpo rappresenta la prigione da cui l’anima tenta in ogni modo di evadere, alla fine riuscendovi sempre.

Il papiro di Derveni fa riferimento, ovviamente, ad una teogonia orfica. Secondo tale filone di pensiero, l’origine di tutte le cose create nell’Universo è costituita dalla NOTTE (Nux), la quale, occorre precisarlo, non è intesa come l’altra faccia della LUCE (faos) e, quindi, del giorno avendo essa, invece, una connotazione ontologica autonoma: la Notte esiste sempre e comunque e quando sembra che non ci sia non è perché venga annichilita, ma semplicemente affievolita dalla luce, la quale ultima soltanto, al contrario, viene meno e manca per cause e motivazioni da ricercarsi nella sua stessa natura.

Altro filone orfico-teogonico proviene da Ieronimo e Ellanico, secondo cui il Tempo (Kronos, che coincide con il monte Olimpo, del quale si impadronisce Zeus divenendo, così, anche Signore del Tempo Cosmico) genera l’UOVO, dal quale ultimo nasce un essere ermafrodita, dalla natura ambivalente, sia femminile che maschile, dotato di ali d’oro, testa taurina posta sui fianchi e un enorme serpente posto sul capo. Questo essere, contenendo tutti i semi delle future creature, era detto PROTOGONO (prwtogonos di tutte le cose), in seguito appellato anche Zeus (Zeus), Pan (Pan), Eros  (Erws), Bromio  (Bromios). Il mito precisa che lo stesso Fanes (Fanaios) si credeva fosse stato covato nell’ UOVO COSMICO da parte di Kronos (il tempo) e da Anagkh (Ananke: la necessità). Alla sua nascita, fu Nux, moglie di Crono, a denominarlo  Prwtogonos.

Zeus, dalla doppia natura, essendo costituito, infatti, da pneuma (soffio[vitale]) e nous (mente, intelligenza), divenuto Signore del Tempo cosmico, fagocita  Protogono, ingoiandolo letteralmente con tutto il suo Fallo generatore che viene identificato dall’orfismo con il Sole.

In sostanza, il processo teo-cosmogonico può essere riassunto nel modo seguente:

In origine era solo e soltanto la Nux tou kosmou, la notte cosmica (sembra doveroso evocare un parallelismo più recente, secondo cui in origine era il caos) e solo in un secondo tempo arriva  Fanes o Fanaios (Luce) che, apparendo e scomparendo, si alterna con la visione del buio. Tutte queste realtà primordiali, attraverso il processo sopra esaminato, vengono riassunte e finiscono con il compendiarsi in Zeus, dal quale proviene un nuovo processo poetico-creativo (quando egli crea ex nihilo) o poetico-modificativo (quando aggrega o modella ciò che già esiste in natura). A seguito di una violenza incestuosa (Zeus si congiunge con la propria figlia, Persefone, avuta da Demetra) viene alla vita una divinità particolare, Dioniso, il quale, a causa di una camarilla intessuta e organizzata da Era, finisce divorato dai Titani. Venuto a conoscenza di tale avvenimento, Zeus decide immediatamente di punire gli autori teofagici e li colpisce con la sua arma micidiale, la folgore, che li incenerisce. La fuliggine (aiqalh) che si sprigiona dalla combustione dei Titani colpiti dalla folgore (e non, quindi, la cenere [spodos] come avviene per l’Araba Fenice) diventa la fonte generatrice degli uomini (anqrwpoi), i quali, a causa di tale eccezionale mito antropogonico, risultano essere, quindi, una realtà piuttosto complessa, formati, in tal guisa, dalla fusione di due elementi psicosomatici: l’ANIMA (yuch, che proviene dall’elemento divino, Dioniso, e rappresenta l’elemento nobile e immortale della dualità) e il CORPO (swma, che, invece, proviene dal mondo degli istinti primordiali e cannibaleschi, identificati con i Titani, e rappresenta l’elemento vile, corruttibile e, per questo, effimero [eis=uno; hmera=giorno] di un solo giorno).

Ciò spiegherebbe il sostrato ambivalente della razza umana, la cui natura, essendo partecipe sia dell’elemento materiale e terreno, sia di quello spirituale e divino, appare e si manifesta, a volte in modo angelico, a volte demoniaco.

Da ciò si può agevolmente ritenere che, secondo la religione orfica, l’uomo avesse in sé qualcosa di immortale (ANIMA) che sopravviveva al corpo e poteva aspirare ad una vita immortale nell’aldilà, sempreché nella sua prigionia terrena avesse osservato  alcuni precisi ed ineludibili precetti religiosi, primi tra tutti quello di non mangiare carne (ritualità gastronomica, quest’ultima, che avrebbe inevitabilmente fatto rivivere a Persefone, giudice degli Inferi, il dramma dell’ orrenda teofagia di suo figlio Dioniso da parte dei Titani) e quello di astenersi dall’offrire sacrifici cruenti alla divinità, così come, invece, era consuetudine diffusa nell’ambito della religione d’Olimpia.

Il personaggio cremato a Derveni credeva, con ogni evidenza, a ciò che stava scritto nel papiro tanto da portarselo dietro quale fonte probatoria, di natura documentale, della sua fede nell’orfismo in primis e, secondariamente, per quanto sopra è stato ipotizzato, nel rito iniziatico di Demetra e Kore.

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