di Michele Manfredi Gigliotti

Castel del Monte, nella circoscrizione amministrativa di Andria, Città Metropolitana di Bari: un enigma, sia sotto l’aspetto architettonico, sia sotto quello dell’interpretazione simbolica.

Sotto il profilo architettonico Castel del Monte, osservato da lontano, ha tutta l’apparenza di una fortezza difensiva: massiccia, robusta, tarchiata, impenetrabile nell’aspetto, conferisce fiducia e promette di resistere a qualsiasi tipo di attacco esterno, così come ha resistito per circa dieci secoli agli insulti del tempo conservando la sua giovanile bellezza.

Se, però, ci si avvicina o, meglio ancora, vi si entra, anche se l’osservatore non sia fornito di cognizioni tecniche di edilizia militare, ci si avvede immediatamente che il manufatto non è dotato di alcuna predisposizione muraria, né logistica, finalizzata alla guerra di trincea.

Mancano, infatti, dei veri e propri spalti; gli stessi puteali, in cima alle mura di cinta, hanno una altezza inidonea alla protezione fisica dei difensori, essendo collocati poco al di sopra del piano di calpestio al punto da essere considerati più che altro a guisa di una cornice; manca l’indispensabile merlatura del colmo delle mura; mancano, sempre sugli spalti, le piazzuole per la posizionatura delle armi pesanti da lancio e  locali  aggettanti (oggi si chiamerebbero bow-windows) per la colata di liquidi ustionanti o sabbia infuocata, nonché per il deposito di quello che oggi si chiamerebbe munizionamento, quali frecce da balestra, recipienti usati per contenere il c.d. fuoco greco, nonché sostegni murari porta-fiaccole usate per incendiare le frecce, palle da catapulta e quant’altro; mancano le stalle per il ricovero dei cavalli; si contano pochissime feritoie le quali, per la loro stessa conformazione, denunciano più una funzione lucifera che di appostamento di un arciere o, men che meno, attesa la posizionatura dell’arma, di un balestriere;  mancano del tutto le torri di avvistamento; i locali interni della costruzione non sono predisposti in alcun modo per l’alloggiamento di una guarnigione; non sono stati previsti locali idonei per la conservazione dei viveri in quantitativi ottimali e per lunghi periodi di tempo; non esiste un sistema per un sufficiente approvvigionamento idrico cheiropoietico, in aggiunta, quindi, alla raccolta naturale delle acque meteoriche.

L’edificio, in sostanza, non è stato preceduto da un vero e proprio progetto di castrametazione, come si dice in gergo tecnico militare, mirato, cioè, a potere essere teleologicamente adibito a finalità esclusive o prevalenti di natura  bellica.

L’ entrata principale, per la sua stessa conformazione, non può che essere definita se non di natura civile, non possedendo alcuna caratteristica di tipo difensivo militare: l’impressione è rafforzata dalla presenza di uno scalone d’ingresso a doppia rampa con elementi contrapposti, ornato da colonne snelle e scanalate dotate in cima di capitelli corinzi che sembrano sorreggere una finta architrave sormontata da un timpano a forma di cuspide. E’ evidente come tale ricercata classicità cozzi visibilmente con la lineare essenzialità di un edificio militare.

Se il  castello non ha funzioni di difesa, né tattiche, né strategiche, né logistiche, da che cosa, ci si chiede, Federico II è stato determinato a realizzare tale edificio?

Scartata l’ipotesi recentemente avanzata (in quanto non ci sembra percorribile) secondo cui l’edificio sarebbe stato un centro di benessere, la prima risposta che ci viene in mente è quella che, comunemente, viene propalata con una certa superficialità e che ha costituito anche il nostro corredo conoscitivo di natura scolastica, ossia che l’imperatore aveva voluto realizzare una residenza temporanea a conforto della sua attività venatoria. A sostegno della definizione, qualcuno ci ricorda che non è, certo, senza un motivo ben preciso che una delle otto stanze della struttura venga ancora oggi (o forse solo oggi)  denominata la stanza del falconiere.

Ognuno si rende conto, però, che la risposta, che pure contiene una sua verità, non soddisfa del tutto, in quanto se, da una parte, appare incontroverso che una delle funzioni alle quali la struttura è stata adibita è quella di alloggio in occasione delle battute venatorie dell’imperatore, dall’altra, sembra assolutamente eccessivo che Federico, per rendere più agevole l’esercizio della sua passione venatoria, abbia pensato a realizzare una simile struttura, quando avrebbe potuto risolvere il problema in modo diverso, certamente meno impegnativo sia sotto il profilo economico che sotto quello dell’ impegno temporale, anche se il personaggio di cui stiamo parlando é nientemeno che lo Stupor Mundi.

Qualche altra fonte suggerisce una tesi alternativa edificata sulla vanagloria, cui obbedisce la quasi totalità del genere umano e alla quale non si sarebbe sottratto neppure Federico II.

La soluzione, anche quest’ultima come la prima, non sembra appagante non fosse altro perché l’imperatore svevo aveva la coscienza di potere offrire, ad alimentazione di imperitura memoria presso i posteri, un curriculum personale di notevole e pregevole rispetto derivante non dall’esercizio dell’arte edificatoria o di quella venatoria, ma decisamente aliunde. I suoi meriti umanistici, sia come autore che come mecenate, nonché quelli linguistici, gli avrebbero assicurato, comunque, l’immortalità costituita dal ricordo del suo nome da parte delle genti future.

L’intento federiciano va, certamente, al di là di quelle finalità effimere sopra indicate, per innestarsi in una specie di revival della civiltà egizia che aveva dato l’impronta con il suo carisma all’intero bacino del Mediterraneo, al punto che la stessa qualificata, alta cultura greca riconosceva a quella egizia una priorità storica di nascita e una originale profondità di pensiero fino dai primordi delle sue origini.

Riporto qui di seguito quanto scrive in proposito Giuseppe Rampulla (Dei riti egizi e della Tradizione italico-mediterranea, Catania 2011):

“Dall’Egitto proviene una ininterrotta Tradizione composta di riti, culti e sapienza ermetica che, attraverso il mondo ellenico, giunge fino a noi, spesso filtrata e conservata dal Protocristianesimo e dal monachesimo occidentale, ma volutamente occultata o rimossa dall’azione nefasta di coloro che vorrebbero rappresentare in modo egemone e integralista la risposta alla costante esigenza umana di ricerca spirituale”.

La dominazione di Roma finì con il relegare la Terra del Nilo ad un ruolo deutragonistico, intanto incenerendo definitivamente le pagine della sua storia con l’appiccare il fuoco, su ordine di Giulio Cesare nel 47 a. C., ai settecentomila volumi della biblioteca di Alessandria.

L’avvento del Cristianesimo, poi, aveva dato il colpo di grazia all’agonizzante mondo dei Faraoni facendo in modo che la cultura occidentale volgesse la sua attenzione ai modi espressivi alfabetici tralasciando quelli scolpiti nella pietra. Da allora la Terra del Nilo fu ricordata soltanto nelle pagine bibliche ed esclusivamente per quegli episodi intersecanti la rotta della storia del popolo ebraico (Mosé, l’Esodo,

il superamento del Mar Rosso, il flagello delle dieci piaghe [del sangue, delle rane, della grandine, della morte del primogenito e così via]).

Fu giocoforza che, così, andasse  perduta la perizia professionale acquisita nella lettura dei geroglifici, mentre il mondo egizio subì l’ulteriore e definitivo colpo di grazia nel 391 d. C., quando furono dati alle fiamme gli ultimi volumi superstiti che erano fortunosamente scampati all’incendio della biblioteca alessandrina e che si trovavano custoditi, sempre ad Alessandria, ma nel tempio di Serapide.

La costruzione del Castello del Monte presenta caratteristiche tali da costituire ancora oggi un enigma non facilmente risolvibile.

Considerato che il committente dell’edificio è stato Federico II di Svevia e che i costruttori materiali sono stati i monaci cistercensi, la costruzione, oseremmo dire, non può non racchiudere nella sua struttura una funzione con ogni probabilità esclusivamente simbolica che, una volta trovata la chiave, dovrebbe prestarsi ad una lettura facilitata e non più enigmatica.

Sotto il profilo di tale tipo di lettura (che quasi mette in disparte le lettere alfabetiche per rivolgersi esclusivamente al simbolo rappresentativo di una idea, di un concetto, di un principio che accomunano, al di là della lingua parlata, l’Umanità  intera), il castello attira istantaneamente l’attenzione per un suo contenuto, condiviso da quasi tutti i suoi elementi architettonici, almeno da quelli di rilievo fondamentale, e precisamente per il riferimento espresso in modo ripetitivo, ossessionante, quasi monomaniacale, ad un numero: il numero otto.

Infatti, otto sono i suoi lati; otto le torri angolari, formate, a loro volta, da otto lati ciascuna e contenenti, al centro di ciascuna di esse, un altro ottagono di dimensioni ovviamente più contenute; otto le stanze; ottagonali anche le due recinzioni; ottagonale, ancora, il pozzo luce o cortile.

La ricorrenza ossessiva, da parte del progettista-committente o del costruttore oppure di entrambi, al numero otto non può essere una semplice coincidenza fortuita. Se si pensa, poi, che il committente era uomo scientificamente multidisciplinare che, nella capitale del suo impero, la sua Palermo, aveva fondato una società politica multietnica e multireligiosa, offrendo un irripetibile esempio di efficace e riuscita mediazione politica in un momento nel quale i vari credo religiosi perseguivano intenti di prevaricazione reciproca a colpi di spada e scimitarra; se si pensa che gli esecutori materiali del castello, i monaci Cistercensi, possedevano già quello stesso spirito di conoscenza rispettosa e assimilazione che divenne, poi, dote precipua dei cavalieri Templari; se si pensa a tutto questo, riteniamo di avere raggiunto la quadratura del cerchio.

Il riferimento ossessionante al numero otto non può che avere un significato essenzialmente simbolico[1], confermato e ribadito, ove ve ne fosse ancora necessità, dalla evidente circostanza per la quale Federico II, che non avrebbe avuto limiti nella scelta del luogo su cui erigere un castello, elesse il Monte in quanto sito perfettamente e millimetricamente allineato, sia con la  cattedrale gotica di Chartres a nord, sia con la città di Gerusalemme a sud.

E la coincidenza non è solo questa!

Numerosi indizi, tuttora all’attenzione degli studiosi per i dovuti riscontri, rinviano l’architettura del Castello a quelle della piramide di Cheope (Khufu, figlio di Snofu e di Hetep-heres) e della Cupola della Roccia (Qubbat ‘al-Sakhra), posta in cima al monte Moriah, nell’ Haram ‘al-Sharif, la Spianata dei Templi di Gerusalemme.

E’ un dato certo, poi, che anche la cattedrale di Chartres, sempre attraverso il linguaggio espresso tramite i numeri soprattutto della sua pianta, è collegata ad un’altra costruzione anch’essa enigmatica  e misteriosa e, per questo, oggetto di osservazione e studi particolari da parte degli egittologi di tutte le discipline scientifiche, la piramide di Cheope.

Infatti, è avvenuto che, durante l’espletamento di tali riscontri architettonici, si è potuto constatare come sia nella pianta di Castel del Monte, che in quella della cattedrale di Chartres, vi siano palesi riferimenti ai valori numerici della piramide egizia.

Dagli studi effettuati e riportati da Nedim R. Vlora e Gaetano Mongelli in Dalla valle del Nilo a Federico II di Svevia, si è potuto constatare come l’architetto della Grande Piramide abbia fatto costante uso del numero palindromo 111,  di alcune sue frazioni, come 37 e 74, nonché di altri due numeri palindromi 11 e 44 (Lo stesso numero otto, scritto in lettere, diventa, a sua volta, espressione numerica palindroma).

Ulteriori  riscontri non sono stati rinvenuti relativamente ad altri valori numerici.

V’è, tuttavia, la prova storica, perché documentale, che Federico II di Svevia, a partire, quindi, dai suoi tempi, ebbe a coinvolgere nella ricerca mirata alla decrittazione  del segreto dei numeri della Grande Piramide i monaci Cistercensi che, come si è già detto, furono coloro che materialmente costruirono Castel del Monte. La ricerca, a dire il vero, non ottenne grandi risultati perché finì per incanalarsi nella immensa foce a delta di quell’agitato mare magnum delle leggende che, ancora oggi, a circa mille anni dagli avvenimenti ai quali ci riferiamo, avvolgono, inquinandola, la vera storia dei Cavalieri del Tempio.

Superati, oramai, i tempi bui dell’ostracismo nei confronti del Mondo egizio e ripreso l’interesse scientifico nei confronti di tutte le branche di studi di egittologia (in particolare quelle relative alla decifrazione dei geroglifici che hanno ripreso maggiore forza e vigore per impulso diretto di Napoleone Bonaparte e ad opera di quel grande che risponde al nome di Jean-Francois Champollion), hanno incrementato gli studi comparativi sui numeri relativi a Castel del Monte, Chartres e la piramide di Cheope.

Dalla indagine, sono venute fuori varie geometrie ma, in particolare, una è stata privilegiata dagli studiosi, per la sua pregnanza e la sua attinenza con le realizzazioni volumetriche, da cui si trae il convincimento, oltre ogni possibile dubbio, che le realizzazioni edilizie siano state sussunte sotto le regole e i principi della Vesica Piscis.

Scrive Gaetano Mongelli (citato supra):

”La vesica…costituisce il punto pratico di partenza per generare tutte le altre figure geometriche. Infatti, tracciandone le diagonali e collegandone <i vertici così evidenziati con linee rette, si ottiene un rombo, formato da due triangoli equilateri sovrapposti. I lati di questi triangoli sono eguali in lunghezza al raggio del cerchio di partenza. Dal triangolo equilatero possono facilmente essere derivati l’esagono e l’icosaedro>, in quanto l’intera serie di solidi geometrici regolari, meglio conosciuti come Solidi Platonici, può essere generata da figure piane…Ebbene, dai vertici superiore e inferiore e dentro l’area delimitata  dalla vesica maggiore scaturisce un triangolo con caratteristiche di fronte alle quali il gioco delle coincidenze non regge, dando spazio invece a riflessioni di più ampio respiro, giacché quel triangolo restituisce sorprendentemente l’esatto profilo della Grande Piramide: un contorno che ingloba a sé la losanga dell’essenziale, pur occultata dalla scorza dell’accessorio; una figura dal profondo solco ermetico che suggerisce il thesaurus racchiuso in una mandorla (non a caso per H. Etienne <amandalos significa oscuro, invisibile, interiore>), mentre va facendo luce sul segreto <che vive nell’ombra> e che bisogna scoprire per potersene poi nutrire”.

Nel Medio Evo la simbologia religiosa, espressa soprattutto tramite le cattedrali gotiche, faceva ritenere tali edifici come bibla pauperorum, il libro della povera gente analfabeta, che era incapace di dare suono ed espressione ideale alla grafia alfabetica (che, in fondo, altro non é se non un altro tipo di geroglifico), ma che si sentiva attratta,      quasi fosse una affabulazione, dal linguaggio iconografico e pittografico a cui era in grado di attribuire un senso, anche se non sempre corretto.

Ritengo che sia stato e sia pretenzioso credere che la lettura del linguaggio iconografico sia più facile per gli illetterati. Immergersi in apnea nei concetti iconografici il più delle volte rappresenta esercizio più arduo che non quello di capire un testo scritto quando si è capaci di leggere, per non dire, poi, che anche il linguaggio simbolico, come quello alfabetico, obbedisce a precise regole interpretative che occorre necessariamente conoscere.

Questo genere di decrittazione pretende una vera e propria immersione nei litoglifi, uno scandaglio subacqueo che porta molto in profondità alla ricerca della vera essenza delle cose e non si arresta alle loro caratteristiche accidentali e alla loro apparenza.

Federico II, per essere ricordato dai posteri, non aveva certo necessità di edificare Castel del Monte. Le altre doti che egli possedeva gli avrebbero, comunque, assicurato la fama imperitura. Allo stesso modo neppure il faraone Cheope avrebbe avuto necessità di costruire la Grande Piramide per raggiungere l’immortalità nel ricordo delle genti future. Il fatto è che entrambi, Federico II e Cheope, avevano un sogno, quello di realizzare l’idea che essi avevano del mondo terrestre e celeste, del creato, in una parola dell’Universo-Creato in cui il numero è la base di tutto e il rapporto tra le cose è un rapporto tra espressioni geometriche che si esprimono in numeri. Naturalmente prima viene Cheope, non fosse altro che per questione di età; a Federico va il grande merito di averne intuito la grandezza, di avere compreso che la sapienza di cui il mondo egizio si serviva non era facilmente apprendibile, perché, diversa da quella cosiddetta occidentale, è una sapienza colma di enigmi per penetrare i quali occorre possedere la chiave aurea.

 

BIBLIOGRAFIA

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B.PARODI di BELSITO, Miti e storie della Sicilia antica, Ed. Moretti & Vitali, 2005;

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N.VLORA-G.MONGELLI, Dalla valle del Nilo a Federico II di Svevia, Mario Adda Editore, Bari 2004;

N.VLORA-G.MONGELLI-M.S.RESTA, Il segreto di Federico II (Oltre il Castello, oltre il Monte), Galatina 1988.

[1] Nella nostra lingua il numero “otto” contiene il fascino di tutti i numeri palindromi. Con riguardo alla sua accezione più antica, oktou presenta una desinenza cosiddetta “duale”, molto evidente nel gotico e, ancora di più, nel sanscrito. Secondo gli Egizi, l’otto rappresenta l’equilibrio cosmico, al quale, tanto per volere fare qualche esempio attinente, si rifanno, anche la Rotella celtica (simbolo solare dei Celti), la Ruota della legge (Dharmacakra), simbolo della religione buddista, i Petali del loto (che nella religione induista rappresentano il settino cakra che è il più alto della scala), la Torre dei venti, di forma ottagonale, ideata in Atene da Andronico di Cireste per conoscere la direzione  del vento assunto a simbolo dell’alito vitale. Il simbolismo dell’ottagono trova applicazione pratica in moltissime espressioni architettoniche, sia del mondo pagano, che di quello cristiano. Molti battisteri, fonti battesimali, mausolei hanno forma ottagonale e così anche svariate moschee del mondo islamico (per tutte, Qubbat ‘al-Sakhra). Il numero otto sta anche alla base di molte teogonie. La dea Vishnù, nella iconografia indù, è rappresentata con otto braccia. Lo scintoismo, per il quale otto significa infinito, basa la teogonia sulle “grandi otto isole dell’arcipelago”. L’otto rappresenta i due piatti della bilancia quando assumono la posizione statica di equilibrio; l’anello di congiunzione degli opposti; l’ascesa (anabasi)  e la discesa (katabasi); il superiore e l’inferiore; la terra e il cielo; geb e nut; il giorno e la notte; il sole e la luna; il bianco e il nero. Il numero otto si ottiene graficamente congiungendo, in sovrapposizione, una circonferenza ad un’altra. Quella inferiore rappresenta la terra, mentre la superiore è il cielo, tenendo presente, in tale rappresentazione simbolica, che non è il cerchio inferiore a sorreggere quello superiore, come la grafica potrebbe suggerire, ma esattamente il contrario: è il cerchio superiore che esercita una forza attrattiva  su quello inferiore. Anche due serpenti avvinghiati tra di loro, raffigurano il numero otto. Fra l’altro, il serpente è il simbolo della conoscenza gnostica e due serpenti avvinghiati, raffiguranti il numero otto, rappresentano “il totem di una conoscenza gnostica giunta ad un grado molto avanzato” (Da M.Manfredi-Gigliotti, Ipotesi su San Pietro di Deca, pag. 12, Arti Grafiche Zuccarello, 2008). Il numero otto era particolarmente caro ai Cavalieri Templari, al punto che quando costoro entrarono in possesso della Cappella di Safed (che consisteva in una torre circolare) subito sovrapposero all’esterno, con notevole difficoltà esecutiva, lungo il suo profilo circonferenziale, otto lati, trasformandola, in tal modo, in un ottagono. Per questo, in Ipotesi su San Pietro di Deca, ho sostenuto, contro tutte le altre teorie sull’argomento, che, con alta probabilità, la forma originariamente circolare di San Pietro era stata mutata ad opera dei Cavalieri del Tempio: si sconoscono altri motivi per i quali sia stata avvertita la necessità di trasformare il manufatto da circolare in ottagonale con il risultato, palese, di realizzare evidenti asimmetrie architettoniche e iconometriche tra interno ed esterno.