Il cristianesimo è un fenomeno complesso e per nulla univoco e anche la sua diffusione in Europa è avvenuta secondo linee interpretative diverse e spesso tra di loro contrastanti, non solo per le differenti interpretazioni teologiche (basti pensare a Pelagio e ad Agostino), ma anche per le modalità con le quali le istituzioni ecclesiali si sono costituite e strutturate nei secoli.

Un’importante e assai poco conosciuta linea di pensiero e di strutturazione istituzionale è quella del cristianesimo celtico, la quale, in considerazione dell’attuale profonda crisi del cattolicesimo romano, assume una valenza paradigmatica e una forza catalitica enorme per un possibile rinnovamento della tradizione cristiana in rapporto al complesso delle radici europee.

Il cristianesimo celtico ha avuto per secoli un’enorme importanza, nonché un vasto seguito e una sua rivisitazione, in questo particolare momento storico, non ha solo un valore accademico, ma costituisce un apporto di linfa vitale alla riflessione, più che mai necessaria, sull’identità europea e sui valori che nei secoli l’Europa ha espresso.

L’inizio e la fine di un’esperienza durata otto secoli

Nel 1171 Enrico II conquistò l’Irlanda, si fece nominare Ard Ri, impose la feudalità tipicamente germanica, che era assolutamente contraria ai costumi celtici e nel corso del XII secolo i cistercensi di Malachia suonarono la campana a morto per il monachesimo celtico.

Si chiuse così un periodo durato circa otto secoli e iniziato con l’approdo in Irlanda di alcuni monaci africani portatori della nuova religione che prende il nome da Gesù, detto il Cristo.

Il monachesimo, proveniente dalle esperienze africane, era arrivato in Provenza con Cassiano nel IV secolo, ma nel VI secolo i monasteri di Lérins e Marsiglia, guidati e frequentati dall’aristocrazia gallo romana e sottoposti all’autorità episcopale, avevano perso la loro influenza. E proprio nel VI secolo il “monachesimo gallo – scrive Clifford Hugh – ricevette una improvvisa infusione di nuova vitalità dall’Irlanda”[1], con l’opera di evangelizzazione di monaci come San Colombano, San Gallo, Sant’Orso ed altri loro simili e compagni.

Quando i primi cristiani arrivarono in Irlanda incontrarono la spiritualità celtica e i suoi simboli, come l’acqua che scorre e il fuoco che arde: simboli che “alludono a riti religiosi dimenticati”. [2]

I primi cristiani incontrarono Emain Ablach, il paradiso druidico e, scrive Markale, “l’avventura fondamentale dell’eroe celtico, che varca le frontiere dell’Altro Mondo per scoprire i fantastici tesori. E questi tesori sono Dio stesso, o se stessi. Ma l’essenziale consiste nel ritrovarsi”. […] La spiritualità cristiana si appoggiò quindi saldamente al misticismo celtico e alle credenze ancestrali”. […] “E ciò obbediva al principio propriamente druidico secondo il quale la società umana doveva corrispondere alla società divina”. [3] Non sembra, infatti, aggiunge Markale, “che i Celti pagani abbiano avuto una concezione morale fondata sulla dicotomia tra il Bene e il Male. La letteratura irlandese antica ci dà ragguagli abbastanza ampi su questa sorta di tranquilla amoralità dei Celti dell’Età del Ferro. Ciò che è innegabile è che il pensiero celtico era monistico: questo monismo si ripercuote, tanto sulle concezioni morali, quanto su quelle teologiche escludendo il Male assoluto e il Bene assoluto, e approdando a una sorta di relativismo che spesso è stato mal compreso. Non c’è lassismo, ma una ricerca della totalità dell’essere, il quale non può essere buono senza essere cattivo e viceversa. […]. “Quando si studia il druidismo si osserva che i famosi dei del Pantheon celtico non sono altro che forme memorizzate e oggettivate degli attributi conferiti alla divinità, senza alcun dubbio una divinità unica, mai nominata, mai descritta, mai definita. Del resto definire Dio è assurdo: definire l’infinito è un’aberrazione intellettuale”.[4]

L’evangelizzazione della Gran Bretagna

Quella che oggi si chiama Gran Bretagna fu convertita al cristianesimo da alcuni missionari del patriarcato di Antiochia. Questa importante città dell’oriente ellenistico ammessa all’impero romano nel 64 a.C. si impose in seguito come uno dei centri principali della cristianità. Alcuni sacerdoti della vecchia religione druidica si integrarono al cristianesimo e formarono parte consistente del clero originario. L’influenza orientale della cristianità dei primi secoli è evidente; questa influenza rimase poi viva nelle popolazioni di cultura celtica fino all’alto medioevo.

Nel quinto secolo, con il declino dell’impero romano, le legioni romane lasciano la Gran Bretagna, mentre le compagnie di mestiere, ancora organizzate in modo romano, si avvicinarono ai nobili e al mondo monastico, unici committenti delle costruzioni. Le tradizioni dei costruttori si concentrarono all’interno dei culdi e dei monasteri celtici.

E qui necessario un ampio inciso riguardante il rapporto tra druidi, cristiani celtici e costruttori, in quanto riguarda direttamente la tradizione massonica.

Le compagnie di mestiere si raggrupparono in Ministeria e durante le grandi invasioni barbariche i Collegia e i Ministeria trovarono rifugio all’interno dei monasteri.

Non tutti i druidi si integrarono con la nuova religione. Come scrive Arz Bro Haoned: “I druidi che non hanno seguito la via monastica si ritirarono nelle foreste ove vissero come eremiti continuando a insegnare. Essi sono all’origine della tradizione clanica che è durata sino ai nostri giorni”. [5] Una tradizione che è transitata attraverso i riti forestali e rurali. Infatti, come scrive Arz Bro Haoned: “I riti del legno sono forestali e rurali, così come i riti della pietra sono urbani. I primi sono pagani e in linea diretta con i clan ancestrali, I secondi sono cristiani seguaci dell’organizzazione romana dei costruttori nella Gallia occupata. Non si può dimenticare il ruolo del mondo forestale della carpenteria, ma senza omettere di ricordare quello indissociabile della tradizione clanica”.[6]

Secondo Arz Bro Haoned, “degli indizi seri permettono di pensare che le linee di trasmissione della tradizione dei druidi abbia improntato la Fraternità dei costruttori. La trasmissione è avvenuta tramite il simbolismo e i rituali che, malgrado gli aggiustamenti nel corso dei secoli, contengono l’essenza della via iniziatica ancestrale”. […] I rituali massonici contengono l’eredità più o meno velata, più o meno trasparente, della tradizione spirituale dell’Occidente, che non è che la forma adattata della Rivelazione ai popoli celtici”.[7]

“Dall’Antichità in tutte le latitudini – sottolinea in proposito Arz Bro Haoned -, non si può mancare di osservare il carattere sacro e sacerdotale delle Fraternità dei costruttori. Presso i Celti, come in ogni altra, l’arte di costruire è stata rilevata dai maestri d’opera, membri derivanti dall’ordine sacerdotale. Essendo stata assonnata la tradizione druidica, i druidi-vati maestri d’opera hanno continuato ad operare insieme alle Fraternità dei compagni costruttori. Divenuti apparentemente laici, essi portarono ancora sui cantieri i loro sai bianchi di lino, come i compagni tagliatori di pietre, dei quali erano abito di lavoro”.[8] E’ in questo contesto che “nel 290, una prima carta (legge fondamentale) dei costruttori dell’Impero romano d’Occidente fu editata a Verolamion (St.Albano) emanata da Carausius, governatore della Gran Bretagna e del Belgio”. [9]

Il cristianesimo celtico irlandese

Verso il 432 San Patrizio intraprese la conversione d’Irlanda. Egli nominò Fiacco quale primo vescovo dell’isola d’Irlanda e Fiacco era stato discepolo di Dubtacco, capo dei fili anche per il fatto che “… nel periodo in cui sorse il monachesimo irlandese, i druidi erano in procinto di scomparire, di sprofondare nella magia primaria e di perdere la loro influenza a vantaggio dei fili, gli autentici continuatori della tradizione druidica, benché epurata e intellettualizzata”. [10]

Patrizio si alleò con i fili contro i druidi e diede all’Irlanda un inquadramento essenzialmente romano.

Nel 574, ossia un secolo dopo l’opera di Patrizio, i fili erano ancora attivi e potenti. “Sembra assai più verosimile – scrive Markale – che i druidi siano stati degli iniziatori, delle guide spirituali e intellettuali, dei consiglieri”,[11] che dei sacerdoti. Essi” sono solo gli interlocutori privilegiati del mondo umano e di quello divino, partecipanti allo stesso tempo all’uno e all’altro. […] La classe druidica, indipendentemente dal livello sociale in cui sorse, reggeva praticamente tutta la vita del gruppo. Nelle assemblee dell’antica Irlanda il druido propriamente detto aveva la precedenza rispetto al re. Tutto era impostato come se la società celtica irlandese fosse un tentativo di ricostituzione sulla terra di un ideale società divina senza che per questo si debba parlare di teocrazia. È piuttosto l’applicazione dalla famosa formula della Tavola di Smeraldo: ciò che è in alto e come ciò che in basso. La classe politica era suddivisa in tre categorie principali: i druidi propriamente detti, sacerdoti, giuristi e intellettuali; i poeti o bardi, incaricati della memoria collettiva e dell’insediamento; gli indovini o maghi che praticavano le forme più popolari di religione si occupavano anche di medicina. Dal V secolo della nostra era, però, i druidi erano in certa misura decaduti: erano diventati soprattutto stregoni, mentre una nuova categoria aveva preso il sopravvento, i fili, che sembrano aver ereditato alcuni antichi poteri religiosi dei druidi nonché la loro filosofia e le loro competenze giuridiche. Sono i fili coloro che i missionari cristiani si troveranno dinnanzi. Ma sono anche i fili che, molto spesso, si convertiranno daranno al cristianesimo irlandese la sua particolare colorazione”.[12]

L’organizzazione ecclesiastica stabilita da Patrizio(385-461) si spense nel sesto secolo. Alla fine del sesto secolo la Chiesa irlandese era divenuta una chiesa di monaci. La tradizione monastica che si instaurò in Irlanda nel sesto secolo rimase pressoché invariata per 600 anni.

“Se si riconosce – scrive Markale – che il messaggio cristico fu diffuso più per annunciare una ‘buona novella’, segnatamente la resurrezione di Gesù, e quindi la vittoria di un uomo-Dio sulla morte, che per costituire quel complesso monolitico che attualmente prende il nome di Chiesa cattolica romana, occorre tener conto delle diverse culture nelle quali quel messaggio si è integrato. Quando i primi missionari raggiunsero i paesi rimasti più celtici degli altri, vale a dire soprattutto le isole britanniche, il dogma era inesistente”.[13]

“L’attività della Chiesa in Irlanda – aggiunge Paolo Gulisano – non si tradusse in una distruzione dei riti pagani e dei costumi ancestrali, ma in una loro assimilazione, purificazione e trasformazione”.[14] “Allorché un missionario riusciva a convertire un capoclan – ci informa Markale -, qualunque fosse la sua importanza, questi donava al missionario un terreno per costruirvi la chiesa e una sua abitazione, l’eremo o una residenza collettiva. Chiaramente quel terreno apparteneva collettivamente al clan, ma il capo e tutti i membri del clan entravano nella comunità appena formata, che spesso prende il nome di monastero, senza rendersi conto che si trattava di una cosa ben diversa dal monastero medievale, luogo chiuso e separato dal mondo. Questa comunità monastica si dedicava lo sfruttamento comune delle greggi e dei campi coltivati, alla caccia, alla pesca e all’artigianato. Ma in cambio del dono di una parte del territorio del clan, il capo conservava il suo potere temporale anche sui religiosi propriamente detti. Spesso gli veniva dato persino il titolo di abate, e per questo occorre essere sempre prudenti quando si parla dell’abate di un monastero di tipo celtico, potendosi trattare senz’altro di un laico e non di un ecclesiastico. In tali condizioni, il clan non scompariva: al contrario era rinnovato, riorganizzato sulle sue basi primitive, con l’unica differenza che esso era ormai cristiano. Ciò spiega la permanenza dei clan il numerosi territori celtici fino all’epoca contemporanea, soprattutto in Scozia. In pratica non ci fu mai opposizione tra i costumi ancestrali e la nuova religione. Ciò spiega il particolarismo del cristianesimo celtico o l’importanza del monachesimo nell’isola di Bretagna in Irlanda. Ancora una volta è doveroso diffidare della terminologia. Un monastero celtico non ha nulla a che vedere con un monastero cistercense. Non è un edificio chiuso ove vivono monaci ripiegati su se stessi. È una comunità ripartita su uno spazio più o meno grande, in cui si trovano diversi edifici, ove si svolge un’attività economica comune, a volte attività politiche militari, come spesso accade nel corso della storia, nonché, cosa molto importante, attività intellettuali parallele a quelle legate al culto. Una struttura monastica del genere e sicuramente assai originale del mondo cristiano, non ha corrispondenti, se non in alcune lamaserie tibetane. Dobbiamo aggiungere che questi monasteri riflettono una fase arcaica. Per quanto tempo sono rimasti così? Non sappiamo molto. Ma lo spirito rimase a lungo, vi ritroviamo le tracce in Irlanda fin verso l’11º secolo. […]. Invece di una fondazione episcopale legata direttamente a Roma (o indirettamente, grazie al sistema gerarchico della metropoli) vi furono fondazioni individuali, in qualche misura anarchiche, secondo i luoghi della buona volontà della collettività locali. Questa fondazione si svilupparono in maniera irregolare, secondo le circostanze. […]. Com’è noto il monachesimo celtico era privo di unità formale: non può essere considerato, pertanto, alla stregua di un ordine monastico. Solo San Colombano, trasferitosi sul continente, creo una sorta di ordine, Basato più su consuetudini flessibili che su una vera e propria regola”.[15]

I monasteri celtici

La tradizione agiografica attribuisce il ruolo-cardine dello sviluppo del monachesimo irlandese a “san Finnian, «maestro di santi», che fu condotto da un angelo a Clonard, dove si costruì la sua cella, che divenne il nucleo del famoso monastero. Non solo Clonard, ma anche altri monasteri, come “Clonmacnoise, Clonfer, Terryglass e molti altri […] sostennero che la loro fondazione era opera di santi che erano stati discepoli di Finnian”. [16] Rimane il fatto che San Finnian ha ereditato il mito riguardante Finn, il capo dei Fianna (druidi guerrieri).

La struttura monastica celtica era di tipo rurale, pastorale e tribale, non dipendeva da una struttura diocesana come quella romana e l’unità pastorale, la paruchia “era l’area dipendente da un monastero, e il suo capo spirituale era l’abate”.[17] Il monastero era il punto di convergenza spirituale della tribù o del gruppo familiare. “La dinastia regnante, che lo dotava con una parte delle terre di famiglia – scrive Clifford Hugh Lawrence -, manteneva un interesse nelle proprietà del monastero. L’abate era normalmente un membro di quella dinastia e i suoi successori erano pure co-arb, cioè coeredi, della famiglia del fondatore”.[18]

Gli abati laici avevano la priorità rispetto al vescovo chierico. La carica passava di padre in figlio. Uomini sposati furono consacrati sacerdoti e vescovi ed era normale la vita coniugale anche di alcuni sacerdoti e di alcuni vescovi.

Nei monasteri le coppie vivevano sotto lo stesso tetto. L’abate stesso non era necessariamente celibe o consacrato. Il celibato era considerato una perfezione morale, non una regola assoluta. Il sesso non era un tabù. Comunità maschili e femminili vivevano affiancate. Le donne, al pari dei loro fratelli, mantenevano i loro diritti di uguaglianza e avevano appreso dalla sacre scritture che uno dei volti di Dio è femminile.

“In sostanza – sostiene Markale – la funzione dell’abate assunse la medesima importanza che aveva quella dei druidi nell’antica società celtica di epoca pagana. In quei tempi lontani il druido aveva la precedenza sul re della tribù; l’abate aveva la precedenza sul re, naturalmente sul vescovo che era solo un semplice funzionario della gerarchia ecclesiale”.[19]

I monasteri celtici diretti da laici e da uomini sposati nominati sacerdoti erano, in molti casi, la diretta continuazione dei collegi druidici. E’ significativo, per comprendere questo nesso, capire come si ponessero i druidi nei confronti del re e della tribù.

“Abbiamo – scrive in proposito Markale – esempi di druidi ’uomini di Stato’, vale a dire partecipanti alla vita del gruppo sociale a cui appartenevano. Abbiamo esempi di druidi solitari. Ma abbiamo anche indicazioni relative a insediamenti druidici, come nella foresta dei Carnuti, presso Chartres, o sull’isola di Mona (Anglesey). E’ certamente possibile, quindi, che alcuni monasteri celtici abbiano puramente e semplicemente sostituito dei collegi druidici”. [20

Le badesse della chiesa cristiana celtica.

Per capire il ruolo delle donne nel cristianesimo celtico è necessario riferirsi a quello delle donne nel mondo celtico, ossia ad un ruolo sacerdotale con caratteristiche proprie.

“Le donne – scrive in proposito Markale – fecero effettivamente parte della classe sacerdotale druidica, ma ciò non vuol dire che fossero vere proprie druidesse. Sembra piuttosto che i loro ruoli siano stati soprattutto la profezia, forse l’insegnamento, sicuramente la medicina e alcune pratiche che si potrebbero abusivamente considerare magiche. In tal senso, le streghe dei villaggi sono davvero le discendenti di quelle donne appartenenti alla classe druidica”.[21]

Una bella descrizione delle donne nei monsteri celtici ci è fornita da Renata Zanuzzi, la quale scrive: “Lucenti dei mistici chiarori della santità, pudiche nei candidi panni, monache e badesse dagli occhi vivaci sono pur sempre le temprate guerriere dei Celti che, con l’avvento della fede cristiana, non hanno perso la loro onorata prerogativa di esuberanti custodi della fecondità terrena e delle strette porte del soprannaturale. Le donne, al pari dei loro fratelli, ereditano beni che sanno difendere con le armi in pugno. Non soffrono minacce maschili ai loro diritti sociali, intellettuali, sessuali. Quando un uomo reca ingiuria ad una donna, per la legge dell’Isola [l’Irlanda, ndr] reca offesa alla donna stessa, oltre e prima che al di lei padre, o sposo o fratello. Poiché ogni danno arrecato ad altri è riparabile con una negoziazione, il colpevole è condannato a farne ammenda pagando il giusto risarcimento sia alla donna che ai suoi parenti. Forti di una inveterata autorità sacerdotale pagana, le risolute badesse provvedono ai compiti pastorali con il medesimo fervore e pari aggravio di responsabilità degli abati. Predicano con voce sicura e squillante, impongono le mani per guarire gli ammalati. Ricche di carisma, ascoltano le confessioni, stabiliscono nei singoli casi le adeguate penitenze, a volte celebrano Messa e ordinano nuovi sacerdoti. Trascorsa l’ora del trapasso, saranno allora sepolte in pace con la dignità dei vescovi”.[22]

San Colombano, giunto in Gallia, diede vita a monasteri doppi, ossia a comunità di monache “integrate da comunità maschili che – scrive Clifford High Lawrence – rispondevano alla necessità di sacerdoti per le funzioni liturgiche e che provvedevano ai lavori manuali più pesanti. Il capo della congregazione congiunta era invariabilmente una badessa. […]. Il tipo di regno autarchico che le badesse matriarcali esercitavano sia sugli uomini che sulle donne a loro sottomesse costituisce un esempio dell’atteggiamento autoritario, da possidenti, che le famiglie fondatrici conservavano nei confronti di queste istituzioni. La contemporanea Regula cuiusdam Patris ad virgines, che può essere stata l’opera di Valberto di Luxeuil, dà alla badessa lo stesso ruolo di un abate uomo, compreso il potere di sentire le confessioni delle proprie monache e di dare l’assoluzione”. [23]

La badesse dei monasteri fondati da San Colombano sono di nobile famiglia e legate alla dinastia merovingia; governano con energia e quando muoiono sono sostituite da parenti.

Il modello del monastero doppio attecchì anche in Spagna e in Inghilterra, sempre guidati da badesse di nobile nascita.

I monasteri centri di cultura

I monasteri irlandesi, mentre il continente europeo sprofondava in quelli che sono stati definiti i secoli bui della tarda Antichità e dell’alto Medioevo, divennero centri di cultura fondamentali per la conservazione della cultura occidentale.

A Bangor, monastero dal quale partì San Colombano nel 590, arrivarono a cercar rifugio asceti in fuga dall’Egitto, dalla Siria, dall’Armenia. Uomini colti. Altri eremiti in fuga arrivarono dal Continente, dove l’impero romano era crollato, con stupri, deportazioni, torture.

Gli irlandesi, assetati di conoscenza, si lanciarono nella ricerca di ogni libro sul continente. Si dedicarono all’opera di raccolta, studio e trascrizione dei testi reperiti, mettendo in salvo tutta la cultura occidentale che, travolta dal crollo dell’impero, rischiava la dispersione e l’oblio.

Nel monastero di Cluane Inis si studiavano i filosofi pagani di Roma e dell’antica Grecia, mentre da Roma la Chiesa metteva in guardia dal compiacersi di tali letture e riteneva il Trivium inutile. In buona sostanza predicava l’ignoranza. Un atteggiamento che troveremo invariato nel XII secolo, laddove gli scrittòri monastici, soprattutto di impronta benedettina, erano convinti che le attività intellettuali nelle scuole fossero incompatibili con la perfezione del monaco. I prodotti letterari del chiostro dovevano essere funzionali solo alla meditazione. La grande espansione delle scuole, cominciata nelle ultime decadi dell’XI secolo, erano associate al recupero, da parte degli studiosi occidentali, del perduto capitale intellettuale del mondo antico nella forma della scienza greca e araba, resa disponibile attraverso le traduzioni latine.

Troveremo centri di rinascita della conoscenza nella scuola di Bologna (legge) e in quelle affiancate alle cattedrali della Francia del Nord, dove il metodo della disputa, basato sul potere della domanda, sostituiva l’obbedienza alla dogmatica trasmissione del sapere ritenuto consono al buon cristiano.

La struttura insediativa dei primi tre monasteri è a ruota, un’eredità avuta dai druidi. Nei tempi pagani le fortezze erano protette da una triplice cinta. Nelle parti più interne era custodito il centro sacro di consiglio temporale.

A questo proposito è interessante ricordare un gioco ”chiamato «filetto» diffuso nel territorio dipendente dal Priorato di San Colombano in Bardolino, estensione dell’Abbazia di Bobbio sulle sponde del lago di Garda, generose di viti, fichi e mandorle. Il gioco in questione, merlér in dialetto locale, ha per oggetto la raffigurazione murale della “triplice cinta”, simbolo di origine orientale caratteristico dei monasteri irlandesi. Tutto lascia intendere che con questo simbolo qualcuno giocava a filetto, altri ne facevano un misterioso uso”. [24]

Columba Colum-Cill

Colum Cill , da non confondere con San Colombano, era egli stesso un file. “Nel 574 – scrive Markale – intervenne nella disputa che stava opponendo il re d’Irlanda alla casta dei fili sospettata di costituire uno Stato nello Stato. Il re era pronto a interdire i fili o a cacciarli. In quanto membro della famiglia reale, Colum Cille invitò il re a riflettere sul problema, ed ebbe su di lui un ascendente tale da fargli togliere l’interdizione. Ne approfittò anche per fargli confermare solennemente gli antichi privilegi dei fili”.[25] “L’interesse e il suo attaccamento per l’antica cultura – scrive Paolo Gulisano – trovò un’occasione di essere dimostrati quando, già abate, difese appassionatamente nel corso di una dura controversia l’ordine bardico, che un’assemblea nazionale radunata a Drumeat, nell’Ulster, era orientata a sopprimere”.[26]

Autore di un salterio denominato Cathac (guerriero), dopo aver fondato nel 546 il monastero di Derry (Doire: bosco di querce) e poi Durrow (campo di querce), Columba fondò a Iona un monastero nel regno di Dal Riada, regno dal quale nasce una continuità regale celtica scozzese che arriverà fino al 1600 con gli Stuart e che è l’ambiente nel quale la tradizione druidica e quella cristiana celtica penetrarono nella Massoneria, come credo di aver dimostrato nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”.

L’Isola di Iona, uno dei cuori dell’antica chiesa celtica, si trova sulla costa occidentale della Scozia tra le isole Ebridi; fu chiamata Hy o Columkill (l’isola della Colomba della Chiesa) e dagli isolani Innis nan Druidhneah (l’isola dei Druidi), in quanto centro dell’antica religione celtica. Tra gli iniziati dei riti culdei era chiamata Hérédom. Nel 1017 i monaci di Iona furono espulsi dalla Scozia dal Re Nechtan e il loro posto fu preso dai Culdei d’Irlanda che sembra seguissero la stessa tradizione. I Culdei in Scozia rimasero a lungo: quasi quattrocento anni. Non si trova più menzione dei Culdei in Scozia, infatti, solo dopo il 1382. Culdei erano i monaci-druidi che troviamo anche a York al tempo di Atelstano.

I Culdei, monaci e costruttori

Chi sono i Culdei, il cui ordine indipendente da Roma si è avuto in Irlanda fino al XII secolo?

“E’ pensabile – asserisce Arz Bro Haoned – che dalle comunità dei Costruttori culdei sia sorto più tardi l’Ordine della Quercia, ancora presente nel X secolo in Bèarn”. [27] (Aquitania – Pirenei)

Siglavano le costruzioni con una foglia di quercia.

I Culdei, apparsi con questo nome nel V o VI secolo, sono monaci della chiesa cristiano celtica di derivazione druidica, e li troviamo presenti nella cattedrale di San Pietro come clero officiante al tempo del re Athelstân. [28] I monaci Culdei sono eredi del monachesimo irlandese, ossia druidi irlandesi che si convertirono al cristianesimo per salvaguardare l’antica tradizione e che fondarono centri di cultura importanti, come Bangor (Droichead na Banna, 559 d.C.), dove studiavano circa 3 mila monaci e dove veniva conservata la conoscenza di testi greci e latini. Il termine Culdeo, “proviene – secondo Markale – dall’antico irlandese célé Dé, che significa ‘servitore di Dio’. È una categoria di religiosi che nonostante tutte le ricerche effettuate resta tuttora mal definita, per non dire misteriosa. Non manca nemmeno chi li considera i veri eredi dei druidi, che avrebbero trasmesso loro alcune tradizioni occulte conservate sotto un’ortodossia di facciata, ritenendoli soprattutto gli antenati delle diverse sette e comunità che approderanno alla massoneria scozzese”.[29]

Secondo un’altra interpretazione etimologica, il termine Culdei o Kuldei deriverebbe da Culros e da Kaledeus de Cella, “ossia servitori di Dio”, una corruzione di Kelt De o ancora di Kile Dove, “amici di Dio”. Infine, c’è anche chi propone Keldern radici Kul Kal

Comunque sia manteniamo, come suggerisce Harz Bro Haoned, “il termine Kuldéè per chiamare i fili. Nei primi secoli della nostra era, nella Gallia romanizzata, i Collegia, raggruppamenti di carpentieri, erano diretti dai ‘Carpidii’, maestri celtici della tradizione forestale, i quali, nel contesto dell’epoca, non potevano che essere druidi inseritisi nelle organizzazioni dei costruttori”. [30]

Del resto, come suggerisce ancora Harz Bro Haoned, “i Kuldei avevano la reputazione di trattare i malati (ovati) di interessarsi alla musica (bardi) e sarebbero stati gli ispiratori dell’arte detta ‘gotica’, tecnica della volta a ogiva (ovati)”.[31] I Culdei, in buona sostanza, continuavano a tutti gli effetti la tradizione druidica.

Alcuni studiosi ritengono che dei figli di ovati associati alla classe dei produttori e degli artigiani divenuti monaci celtici, avrebbero preso il nome di kuldei, servitori amici di Dio.

“I druidi- ovati – scrive ancora Harz Bro Haoned-, maestri d’opera divenuti Culdei, ricostruirono comunità di operai che trovarono lo stesso stato di prima il cristianesimo celtico. Non è che un seguito del periodo precedente, con la stessa filosofia di prima tinta ad una colorazione cristica che non ha portato niente di più, secondo la nostra percezione”. […]. Il termine culdei è applicato sia ai druidi ovati maestri d’opera, sia a tutti coloro i quali parteciparono sotto la loro direzione all’atto di costruire, riuniti nella medesima comunità. In seguito, solo quando i costruttori culdei raggiunsero i monasteri celtici, si parla di ‘monaci culdei’ in Gran Bretagna in Italia”. […]. A riguardo delle informazioni raccolte sui Culdei, a noi sembra possibile di guardarle come ‘corporazioni’ dirette da druidi ovati. Queste organizzazioni avevano come scopo di assicurare funzioni liturgiche, d’insegnamento e d’artigianato. Chiamate anche ‘Gens d’Art’ la corporazione comprendeva forestali, fonditori, tagliatori di alti fusti, fabbri, carbonai e, ovviamente carpentieri”.[32]

E’ del tutto evidente il rapporto con la Massoneria, che avvalora quanto ho scritto anche nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”.

I monaci Culdei avevano un rituale iniziatico composto di 7 gradi di iniziazione. “Un rituale di consacrazione – scrive in proposito Harz Bro Haoned – è giunto, in parte, fino a noi. Ecco il contenuto. La consacrazione culdea è conferita dal druida che impone il suo torque dopo un’elevazione destinata a caricarlo di sovranità divina, grazie allo spirito di Taranis, e che recitava il seguente incantamento: “O Dio dall’ampio sguardo, vedi a chi noi imponiamo il torque oggi, vedi il servitore che noi abbiamo chiamato per servire da guado tra voi e gli uomini, invia su di lui lo Spirito di Taranis, che egli sia fortificato dai sette doni della tua sovranità per eseguire fedelmente il suo compito E si sforzi di vivere secondo lo spirito”.[33]

”Il rituale Culdeo – afferma sempre Arz Bro Hoaned – ricorda, altrimenti, la rigenerazione ciclica simbolizzata dal dramma evocante la morte e la rinascita del Kernunnos, divinità della natura e ,di fatto, della foresta”. [34]

La Tradizione del Tasso

La tradizione costruttiva dei monaci riguarda anche un altro ordine abbastanza misterioso: i Tironianensi, chiamati dal re scozzese Davide, discendente di Mac Alpin, in Scozia per costruire cattedrali e l’abazia di Kilwinning.

Chi sono questi monaci?

Per rispondere all’interrogativo, come ho scritto nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, è necessario andare a Chartres, uno dei luoghi dove è maggiormente evidente la trasmissione della tradizione druidica nell’arte dei Liberi Massoni.

Nei pressi di Chartres, in una foresta conosciuta con il nome di Tiro, il monaco benedettino Bernard d’Abbeiville (1050-1118), meglio conosciuto come fondatore dell’ordine dei Tironianensi, nel 1109 stabilì l’Abbazia della Santa Trinità di Tiron. Bernard, dopo aver vissuto tre anni da eremita nella foresta armoricana di Craon (nei pressi di Ballots Nayenne, vicino a Rennes), si fece paladino di un ritorno al cristianesimo delle origini, molto vicino al cristianesimo di tipo celtico-culdeo largamente diffuso, come s’è visto, specie in Scozia.

I monaci tironianensi diventarono celebri per le loro capacità di costruttori. A Tiro si formarono migliaia di fabbri, architetti, artigiani. Abbiamo così, vicino a Chartres, una scuola che fu il principale centro di formazione muratoria del XII secolo. Ed è ai monaci tironianensi, costruttori di Chartres, che, come s’è detto, Davide, discendente di Mac Alpin e fondatore del Regno feudale di Scozia, nel 1124, assegnò l’incarico di costruire cattedrali in Scozia e, tra queste, l’abbazia di Kilwinning.

Tiro potrebbe derivare dal latino, con il significato di “iniziato, apprendista, novizio”. Secondo alcuni studiosi ci sarebbe invece un collegamento tra il Tiro della foresta vicino a Chartres e Tir Eoghain in Irlanda, luogo dal quale viene il primo “ma can tsaoir”, che significa “figlio del costruttore”.

In Irlanda, nell’Ulster, c’è la County Tyrone o Contae Thir Eoghaid o anche Owensland, ossia la terra di Eóghan.

Il nome Eóghan (irlandese), Eòghan (scozzese) e nella versione gallese Owain, deriva dal celtico êoghunn, che contiene il prefisso og, dal significato di giovane. Un probabile significato di Eóghan (Owain) è: nato dal Tasso (Taxus baccata) o nato sotto la protezione del sacro Tasso.

La storia ci ricorda di Sant’Eoghan di Ardstraw, nato nel 618 d.C. nel Leinster e figlio di Cainneach, il quale, rapito dai pirati e portato in Bretagna, studiò dai cluniacensi e, liberato, continuò gli studi nella Casa candida di Sant Ninian, con Finnian di Moville. Tornato in Irlanda fondò Kilnamanagh nell’isola Wicklow e poi andò nella valle della Mourne, nei pressi di Tyrone.

Concentriamoci sul nome Eóghan, nella sua versione gallese Owain, che richiama Owen e Ywain, ossia Ivano: il primo eroe dei Mabinogion e il secondo di un romanzo di Chrétien De Troyes.

Come varianti di Owein o associato ad Owein abbiamo Owain e Ednywain, Ewein e Ednywein, Ywein e Ednowain, Yvein e Ednywen e Yvain. Poiché il prefisso edn significa da, abbiamo Ednywain da Owein, Ednywein da Ewein, Ednowain da Ywein, Ednywen daYvein.

Edwin, colui che è protetto dal Tasso

L’assonanza dei vari antroponimi con il mitico Edwin che diede le costituzioni ai massoni (vedi il mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”) è evidente e Edwin significa, a questo punto, nato o protetto dal Tasso e poiché operò, secondo la leggenda, a Eburacum (York) il luogo del Tasso, è altrettanto evidente che il Tasso acquista un significato di primaria importanza.

Analizzando il significato del nome del luogo ove il mito fondativo contenuto negli Old Charges viene collocato, ossia York (Eboracum), comprendiamo l’importanza simbolica di questa collocazione.

Eboracum o Eburacum deriva dal celtico Eborakon (luogo del Tasso – Taxus baccata).

Eburos (termine latinizzato) ha corrispondenze nel gallese efwur, nell’irlandese jobhar, nello scozzese iorc e nel bretone evor.

Il tasso (I nel linguaggio arboreo) è il legno sul quale un file o un druida irlandese incidevano ogam divinatori. Eboracum, ossia York, è dunque un luogo della divinazione.

La runa Eihwaz equivale all’albero del Tasso, in irlandese ýr, come la forma breve di Eihwaz. Il legno del Tasso era adatto per incidervi incantesimi, sia presso i Germani, sia presso i Celti. “L’attribuzione di poteri magici all’albero del Tasso – scrive Polia – risale probabilmente alle origini della cultura indoeuropea”. [35]

Il Tasso era anticamente considerato l’albero della morte e della rinascita; albero della morte in ragione della velenosità delle sue foglie e delle sue bacche, della quale testimonia già nel IV secolo a.C., Teofrasto (il veleno del Tasso era utilizzato per rendere più micidiali le punte di freccia e di lancia, ma veniva anche usato per curare i morsi di ragni e serpenti); albero della rinascita, in ragione dell’eccezionale longevità riconosciutagli (si tratta comunque della specie europea più longeva). I tassi più vecchi si ritrovano in Gran Bretagna.

Al Tasso di Fortingall, nel cuore della Scozia, sulla cui età gli studiosi hanno opinioni assai discordi, vengono attribuiti dai 2.000 ai 5.000 anni. L’incredibile durata del suo legno (di Tasso è il più antico manufatto umano di legno, costituito da una lancia pressoché intatta, rivenuta a Clacton in Inghilterra, e datata 150.000 anni fa), ne hanno fatto anche un simbolo di immortalità e di saggezza omnicomprensiva.

Per i popoli germanici, il Tasso era l’Albero della Rinascita, ed era associato al 21 dicembre, giorno nel quale il Sole rinasceva e ricominciava il ciclo annuale di vita e morte. Nel calendario dei Celti, presso cui fu albero sommamente sacro, il Tasso era associato alla festa di Samhain, situata nel mese di novembre, durante la quale si aprivano le porte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Si credeva che il Tasso fosse il guardiano delle porte che mettevano in comunicazione i due mondi, che purificasse i morti e proteggesse l’anima nel suo viaggio verso l’aldilà, prevenendo l’interferenza degli spiriti malvagi. Anche i Greci lo considerarono una sorta di porta di accesso verso gli Inferi e lo avevano dedicato ad Ecate, dea degli Inferi; i sacerdoti di Eleusi lo utilizzavano durante i loro riti misterici come simbolo inscindibile di morte ed immortalità.

Dotato di un legno eccezionalmente resistente e flessibile, oltre che durevole (può mantenersi inalterato per migliaia di anni), venne fino dai tempi remoti prescelto per la fabbricazione di archi, frecce e lance e, data la sua resistenza, come ottimo materiale da costruzione.

“Lo Schneider – scrive Polia – propone per l’Albero Cosmico Yggdrasill un’interpretazione parallela a quella tradizionale di «Destriero del Terribile», cioè di Odino, risalendo al protogermanico inguaz, forma prossima di eihwaz «tasso» e facendo derivare drasill da *ðrasilaz «colonna» (dalla radice indo europea dher- che esprime il senso di «reggere», «sostenere»). La forma più arcaica dell’Albero Cosmico, pertanto, non sarebbe stata quella del frassino, ma quella del Tasso (Taxus Baccata)”. [36]

In base a questa relazione Tasso-Yggdrasill, York si propone simbolicamente anche come centro.

Al Tasso di Fortingall (Scozia), vecchio di 5 mila anni, si aggiunge quello di Defynnag vicino a Sennybridge in Galles, altrettanto vecchio di 5 mila anni. Nel cimitero di La Haye-de Routot, in Francia, ci sono tassi che hanno dai 1.300 ai 1.500 anni.

Una leggenda irlandese, riportata da Fred Hagender (Lo spirito degli alberi) sostiene che in Irlanda da un unico albero antichissimo, il mitico Albero del Mondo, furono staccati cinque ramoscelli che diedero origine, piantati nelle cinque province d’Irlanda, agli alberi sacri d’Irlanda: Bile Tortan, Eo Mugna, Eo Rossa, Craeb Daithi e Bile Uisnig. I testi medievali si riferiscono a due tassi, una quercia e due frassini.

Riporta Alfredo Cattabiani che secondo una leggenda dei Cimri, gli antichi abitanti di lingua celtica del Galles e dello Strathclyde, il Tasso sarebbe il più vecchio essere vivente, potendo raggiungere i 19.683 anni”. [37]

Il Tasso, dunque, appartiene ai figli dell’Albero del Mondo e come tale era ritenuto sacro. Non a caso l’alfabeto ogamico veniva scritto su tavole di Tasso.

Il Tasso in antico inglese è iw o eow, in anglosassone ich o ioh, in germanico ivo, in bretone iuin, in gallese ywen, in scozzese ibhar, in gaelico iur e in antico irlandese idhadh.

Nelle verie versioni ritroviamo le radici di York (Eburacum) e di Edwin.

Il Tasso, porta della conoscenza eterna

Il Tasso è anche una “porta”; è l’albero della morte come riposo, ma anche come Iniziazione. Non per altro era connesso alla Dea Ecate, corrispondente della Cerridwen celtica e anch’essa protettrice di un magico Calderone di trasformazione e saggezza. Conoscere il Tasso significa conoscere ciò che si cela al di là della Porta, ciò che è contenuto nel centro del Calderone. Ciò che rappresenta il Tasso è qualcosa che trascende la mera morte. Esso rappresenta i Misteri custoditi nel Silenzio ed è la Porta verso la Conoscenza che trascende la vita manifesta perché è parte stessa dell’Eternità.

Dormire oppure meditare all’interno delle grandi cavità del Tasso, come facevano anche alcuni santi cristiani irlandesi, che sceglievano questo luogo per pregare, significa abbandonarsi totalmente e concedersi a ciò che questa grande e antichissima pianta vuole insegnarci, ed accettare di percorrere il Passaggio tra un ciclo e l’altro, senza per forza smettere di respirare, dato che la morte si presenta a noi in infinite forme.

Ciò che ci insegna il Tasso, unendo la morte (il veleno) con la vita (la longevità), e trascendendo entrambe, è soprattutto che non esiste discontinuità tra queste due fasi, ma che al contrario sono complementari l’una per l’altra e unite. Allo stesso modo noi dobbiamo imparare ad accettarle entrambe, a conoscerle e a trascenderle.

La qualifica di legno ideale per gli archi portò nel XVI secolo quasi all’estinzione del Tasso in Europa. Il principale importatore era la Gran Bretagna. I pezzi grezzi venivano ricavati dalla parte esterna dei fusti: un terzo di alburno per la zona di trazione, due terzi di durame per quella di compressione. L’evoluzione delle armi da fuoco salvò i pochi popolamenti di Tasso rimasti.

Impieghi fondamentali erano: impiallacciature, legno per archi e balestre, spine di erogazione (es. nelle birrerie). Il pregiato legno veniva utilizzato da falegnami e tornitori nella produzione di mobili, intagli e molti altri utensili per la casa.

Il bastone dei druidi era fatto in legno di Tasso perché esso faceva parte dei Cinque Legni Sacri. Le tavolette di esecrazione erano intagliate in legno di Tasso e di Tasso erano molti oggetti rituali.[38]Nell’antica Britannia, per la legge era più grave un’offesa verso un Tasso che nei confronti di un uomo, perché l’essere vegetale non era in grado di difendersi. In Irlanda si narra che il Tasso costituisca l’albero più antico tra tutti quelli creati da Dio nel Paradiso Terrestre. È curioso sapere che uno degli attributi del Re d’Irlanda sia “Eochaid”, ossia combattente con il Tasso. La Ruota del Druido Mog Ruith è in legno di Tasso. Una saga irlandese narra di un giovane eroe che si chiamava Ibartsciath, ossia scudo di Tasso. Questo albero era talmente presente nella vita quotidiana e nella cultura socio-religiosa dei popoli nordeuropei che Giulio Cesare nel “De bello gallico” riporta del suicidio di due re eburi che persero la guerra ed in nome dell’onore si diedero la morte con i semi di Tasso. Nell’ “Amleto” di Shakespeare, il Re di Danimarca viene assassinato nel sonno dal fratello invidioso Claudio proprio con un veleno estratto probabilmente dalle bacche del Tasso. In Baviera esiste un paese chiamato Paterzell, nel quale esiste l’isola dei Tassi, un piccolo bosco sacro fin dai lontani tempi dei Druidi. Il fatto che le tavolette di esecrazione fossero incise su un legno di Tasso apre una parentesi sui supporti di legno sui quali i Bardi incidevano il Coelbren, ossia le lettere sacre: le tre lettere del nome del divino e le dieci lettere segrete. Da questo primitivo utilizzo si sono poi sviluppati i libri di legno, ossia degli insiemi di bastoni a sezione quadrata ove venivano incide le lettere relative alle strofe della sapienza bardica. [39]

I Tironianensi, dunque, in base a quanto sin qui detto, sarebbero i “costruttori della terra del Tasso”.

Concludendo, il Tasso, albero considerato sacro e asse del mondo, nonché porta tra i due mondi, è il simbolo di una tradizione millenaria e l’intreccio etimologico che lega York (luogo del Tasso) a Edwin (nato dal Tasso), fa di colui che secondo la leggenda fondativa ha dato le costituzioni alla Massoneria, l’anello di congiunzione tra la Tradizione millenaria e la Tradizione massonica. L’intreccio etimologico si estende ai monaci tironianensi, il cui operare come costruttori assume i contorni della trasmissione di una conoscenza millenaria connotata dalla capacità di costruire secondo le regole insite nella natura, che rendono evidente il messaggio nascosto nel mistero del divino

San Colombano

San Colombano, il più importante tra i monaci irlandesi che rievangelizzarono il continente europeo, nasce nel 543 nel Leister, in un ambiente raffinato dove si conoscono l’ebraico, il latino e il greco.

Colombano conosceva le tradizioni dei Fianna e molte della antiche tradizioni druidiche; era stato educato nel concetto fondamentale che un uomo per essere tale deve possedere la dignità dalla quale nasce la libertà. Non esiste l’una senza l’altra. “Se togli al libertà – asseriva – togli la dignità”.

La rigida disciplina del monachesimo di San Colombano ricorda quella dei Fianna. Anche il modo di pregare dei monaci di San Colombano ricorda quello dei druidi: “braccia alzate a forma di croce, il crossfigill”. [40]

Il monaco celtico di San Colombano, in sintonia con il pensiero druidico,” in virtù della sua convinzione che l’essere umano può sollevarsi con il solo sforzo della sua volontà … cerca prima di tutto il superamento di se stesso”. [41]

Anche il modo di pregare ricorda antiche ritualità.

”Le loriche – scrive in proposito Markale – hanno anche un aspetto magico. Sono veri e propri incantesimi. Più che preghiere del senso del termine, vale a dire meditazioni, sono anzitutto dei carmi destinati a piegare la volontà di Dio e a fargli compiere le azioni richieste. Le loriche hanno qualcosa in comune con il temibile geis celtico, l’incantesimo magico che in certi casi si lanciava su qualcuno, il cui rispetto era obbligatorio sotto pena di morte, di onta e di espulsione dalla comunità. Per certi aspetti le loriche sono di fatto preghiere contro Dio. … in ogni caso le loriche, al pari del famoso ‘digiuno contro Dio’ di Patrizio e dei grandi santi irlandesi, hanno delle affinità con i riti magici in uso nello sciamanesimo”. [42]

Paolo Gulisano fa dire a San Colombano: “Siamo quelli che scrissero il sacro canone sotto l’ispirazione dello Spirito Santo”. [43] Evidente dichiarazione di indipendenza dottrinale da Roma.

Colombano conosceva Virgilio, Orazio, Ovidio, Giovenale, Marziale, il pensiero greco dai Presocratici ad Aristotele, da Platone a Plotino, con preferenze per Platone e Plotino. Studiò Origene. Matematica e geometria fecero parte del suo bagaglio di studi. A Bangor il livello di studi era ancora più elevato. Tra i monaci celtici la santa ignoranza non era di casa.

Quando fondò sul continente, presso i Vosgi, il suo primo monastero, Annegry, non fece benedire la nuova fondazione dal vescovo di Besançon, ma chiamò il prelato bretone Aidus, proclamando in tal modo la propria volontà di indipendenza. Gli irlandesi erano inoltre portatori di conoscenze e abilità antiche. Della capacità costruttiva dei monaci irlandesi è testimonianza il fatto che da Bobbio, ultima dimora di San Colombano, partirono maestranze per i luoghi vicini. “Forti di sapienza tecnologica scrive Renata Zanuzzi – padroneggiano e applicano conoscenze geometrico matematiche dettate da principi filosofici, tratti dalla tradizione biblica. Usano in sostanza un linguaggio simbolico, le cui origini affondano più ampiamente nelle tradizioni. I concili – scrive sempre Renata Zanuzzi – hanno ripetutamente proibito ai fedeli il ricorso alla simbologia, nel tentativo di arginare l’uso ignorante e improprio, talora subdolo, fatto sovente dai più. Il monachesimo si è reso custode di questo particolare linguaggio universale e se ne serve per scrivere poemi di numeri e pietra. Gli edifici realizzati presentano lati di sei, otto o dieci metri, corrispondenti a 21, 28 e 35 piedi romani, valori che risultano multipli di sette numero sacro ripreso speso nell’architettura altomedievale”. [44]

E’ proprio così vero che la Chiesa ha proibito ai fedeli l’uso della simbologia per impedirne “l’uso ignorante e improprio” o lo ha fatto perché sapeva che nella simbologia ci sono le chiavi di un sapere antico e universale che avrebbe messo in discussione i fondamentali del cristianesimo, religione sincretica, i cui riferimenti essenziali (un dio sacrificato e salvatore, nato senza padre da un intervento divino, ecc.) sono riscontrabili in molte mitologie antiche e, dunque, non risultano per nulla originali? La “santa ignoranza”, come la definisce Jacques Le Goff, è stata la garanzia per chi voleva far credere che il cristianesimo fosse una religione originale e universale?

Il monachesimo, come scrive Renata Zanuzzi, si è reso custode di un particolare linguaggio universale ed è per questo motivo che nelle vicende complesse del monachesimo troviamo al contempo dei grandi illuminati, come San Colombano, San Francesco, Abelardo, Giordano Bruno, oppure dei rigidi seguaci del potere e degli squallidi esponenti della “santa” inquisizione, custode della “santa ignoranza”, fattore essenziale della sottomissione dei popoli, unitamente alla paura, coltivata sin dall’idea del peccato originale, fonte di ansia e di angoscia perenni. E si sa, suscitare e gestire l’ansia e l’angoscia è l’esercizio raffinato del potere.

La testa di Colum risposa staccata dal resto del corpo, destino riservato un tempo ai valorosi eroi della tradizione celtic

Un monastero della Dèa Madre 

Annegray la Vouivre, sede del primo monastero colombano, sorge in un luogo isolato, situato nella valle di Breuchin, nei pressi di un villaggio il cui nome è di tutta evidenza celtico: Voivre (la druidica wouivre, denominazione delle forze telluriche, ossia delle energie della Dèa Madre).

Là, ai piedi dei Vosgi San Colombano costruì le prime capanne di rami attorno ad una costruzione un poco più grande: la chiesa. Poco a poco la colonia si arricchì di costruzioni locali. La popolazione presto accettò lo spirito d’estremo e d’assoluto di questi monaci in ragione dell’esemplarità della loro vita, in contrasto con quella del clero rammollito dell’epoca.

Dei generosi donatori provvedevano alla loro vita e San Colombano non disdegnò di compiere qualche miracolo in loro favore.

Non essendo sufficiente il sito, un altro fu costruito nel 590, non lontano da Luxeuil, che divenne il luogo normale di residenza di San Colombano.

Il monastero di Luxeuil fu edificato nei pressi della sorgente dove la tribù celta dei Sequani praticava un culto alle forze ctonie. Può essere che il culto perdurasse malgrado la romanizzazione, che trasformò la sorgente in terme. Per edificare la chiesa vennero utilizzate le rovine di un tempio di Diana.

Il monastero di Fontaines, fondato verso il 600, era situato in una valle, quella del Breuchot, piccolo affluente della Saône.

Lungo l’antico cammino che collega, seguendo il parallelo terrestre, la Champagne con la Bretagna si concentra una tradizione antica, legata alla cutlura druidica, che si è avvalsa, nei secoli, di successivi apporti che hanno, come quello di San Colombano, mantenuto vive le radici.

E’ forse un caso che Merovingi “adottarono il pioniere del monachesimo gallo quale loro Reichsheiliger, santo nazionale”[45]?

Il simbolo della sovranità merovingia è l’ape e l’ape è il simbolo della saggezza, ma anche di Niit (Neith), la Virgo Paritura, madre delle anime.

Secondo Margarete Reimschneider i Celti avevano un dio maschile il cui attributo era quello del cinghiale. “Egli è giovane e porta in braccio l’animale. Però siamo assolutamente all’oscuro sul suo conto e non ne conosciamo neppure il nome”.[46] “Neppure il medioevo – aggiunge Margarete Reimschneider – perse la nozione che il cinghiale fosse un animale divino. Correva voce che tutti i re della stirpe merovingia avessero la spina dorsale coperta di setole al pari dei maiali. Secondo teofano, essi avevano perciò il soprannome di «schiena pelosa» o di «setolosi»”. [47]

Inoltre, dossier segreti riguardanti il Priorato depositati alla Biblioteca Nazionale di Parigi, affermano che i re merovingi, dal loro fondatore Meroveo e Clodoveo (che si convertì al cristianesimo nel 496) erano «re pagani dediti al culto di Diana». (Jana in basco è nutrimento).

E’ possibile che i seguaci del leggendario san Finnian, il Bianco, padre dei santi, simile al mitico druida primordiale Fintan e a Finn, capo dei Fianna, giunti in Gallia si siano facilmente capiti e integrati con i “cinghiali” merovingi, ossia con i continuatori di un’antica tradizione che riposava nelle foreste della Champagne, pronta a riprendere, sia pure in forme diverse, la propria funzione? Monasteri doppi, modo di pregare, rigore da truppe scelte, protezione dei “cinghiali” merovingi (il cinghiale è simbolo druidico), fanno della presenza del monachesimo di San Colombano un innesto di antiche tradizioni irlandesi con quelle, altrettanto antiche, dei nobili post halstattiani della Champagne? L’antica tradizione, per non essere soggetta a persecuzioni, si era travestita con i panni del cristianesimo, accettandone alcune limitazioni?

Nella vita di San Colombano e dei suoi discepoli, Jonas de Bobbio descrive la fondazione del monastero di Luxeuil e, sia pure con l’infarcitura delle solite immagini terrificanti del paganesimo, ci fornisce preziose indicazioni. “Essendo la comunità dei monaci divenuta molto numerosa – scrive Jonas de Bobbio – Colombano si mise a pensare che avrebbe dovuto cercare nello stesso deserto [i Vosgi] un posto migliore per costruire un monastero. A circa otto miglia da là, trovò un’antica postazione militare che era molto solidamente fortificata. Egli la chiamò Luxeuil. C’erano delle acque calde, attorniate da buoni edifici. C’erano inoltre, nella foresta vicina, molte statue di pietra, che i pagani del tempo antico onoravano di un culto miserabile e di riti profani, offrendo loro dei sacrifici nel corso di cerimonie abominevoli. Il luogo non era più frequentato che dagli animali e dalle bestie selvagge, una moltitudine di orsi, di bufali e di lupi”. [48] Colombano fonda dunque il suo monastero in un luogo antico, accanto al quale c’è una foresta con dolmen e menhir, pietre oggetto di culto antico : quindi in un antico luogo sacro megalitico. Nello stesso luogo ci sono delle sorgenti e Colombano chiama il suo monastero Luxeuil, nome che ricorda Luxovius, divinità delle fonti e paredro di Brixia, anch’essa divinità delle acque. Luxovius è un teonimo che ci rimanda a Lug, divinità preceltica dalle molte funzioni (compresa quella relativa alle acque), divenuta una delle principali divinità celtiche e strettamente connesso con la figura antichissima del Dio Cornuto (Kernunnos).

San Colombano fonda i suoi primi monasteri sul continente nei pressi di Saxon Sion: un toponimo che apre uno squarcio su una possibile interpretazione delle origini dei Templari (vedi in proposito il mio: Tu sei pietra”).

Si ripropone, in questa struttura, il rapporto stretto tra tuath, re e druida che è stato alla base della società celtica. “Questo rapporto privilegiato tra il monastero e la sua dinastia fondatrice – scrive Clifford Hugh Lawrence – aiuta a spiegare il successo di san Colombano e dei suoi discepoli nel promuovere il monachesimo irlandese in Gallia. Fin dall’inizio Colombano diresse la sua missione verso la corte merovingia e fece le conquiste più influenti fra l’aristocrazia di corte. Proprio in quella classe sociale a Luxeuil, nonostante la severità delle abitudini, reclutò principalmente i suoi monaci. La corte merovingia divenne un centro propulsore dal quale gli ideali e gli usi del monachesimo celtico vennero ampiamente diffusi sul continente; e nel VII secolo essa fu all’origine dell’ondata di fondazioni monastiche che crebbero sospinte dall’entusiastico patronato di re, regine e membri della nobiltà franca. Parte dell’attrazione che il tipo di organizzazione monastica di San Colombano deve aver esercitato su questa classe deve essere ricercata nella sua indipendenza dall’episcopato e nel controllo continuo che la famiglia fondatrice poteva esercitare sulle proprietà terriere e sul monastero”. [49] La tradizione cristiano celtica, anche in questo caso, rivendica la sua autonomia dalla gerarchia di Roma.

Considerazioni finali

La sua originalità, il suo amalgamarsi con le tradizioni precedenti senza distruggerle, la sua raffinata cultura, la sua autonomia dal cattolicesimo romano, fanno del cristianesimo celtico, durato più di otto secoli, un’esperienza dalla quale attingere per importanti insegnamenti.

Il XII secolo ne ha segnato la fine istituzionale, in quanto i monarchi e il Papa cattolico romano hanno assoggettato il monachesimo celtico alle gerarchie ecclesiastiche di Roma, ma la tradizione non si è persa. In parte si è trasferita nella Massoneria, in parte ha continuato a vivere nella Scozia degli Stuart, in parte si è trasferita nel neo druidismo e, infine, in parte si è mantenuta carsica in piccole comunità ancora presenti nella aree celtiche europee.

Oggi quella tradizione, rivisitata in tutto il suo portato, può essere un alimento prezioso per l’Europa in crisi di identità.

© Silvano Danesi

 

[1] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo

[2] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[3] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[4] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios

[5]Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[6]Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[7]Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[8]Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[9]Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[10] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[11] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[12] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[13] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[14] Paolo Gulisano, L’isola del Destino, Ancora

[15] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[16] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo

[17] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo

[18] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo

[19] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[20] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[21] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[22] Renata Zanuzzi, San Colombano d’Irlanda, Pontegobbo edizioni

[23] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo

[24] Renata Zanuzzi, San Colombano d’Irlanda – Abnata d’Europa – Edizioni Pontegosso

[25] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[26] Paolo Gulisano, L’isola del Destino, Ancora

[27] Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[28] Charles W.Leadbeater, La Massonoeria e gli antichi misteri, Atanor

[29] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[30]Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[31] Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[32] Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[33] Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[34] Arz Bro Haoned – Héritage oublié des druides, Edition Vega, Paris

[35] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[36] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[37] Alfredo Cattabiani, Florari, Mondadori

[38] Alfredo Cattabiani, Florari, Mondadori

[39] Vedi in proposito Iolo Morganwg, Barddas, Anguana Edizioni

[40] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo

[41] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[42] Jean Markale, Il cristianesimo celtico, Arkeios.

[43] In Paolo Gulisano, L’isola del Destino, Ancora

[44] Renata Zanuzzi, San Colombano d’Irlanda – Abnata d’Europa – Edizioni Pontegosso

[45] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo

[46] Margarete Reimschneider, Miti pagani e miti cristiani – Rusconi

[47] Margarete Reimschneider, Miti pagani e miti cristiani – Rusconi

[48] Jonas de Bobbio : Vie de saint Colomban et de ses disciples, I, 10, 17, trad. : Adalbert de Vogüé, 1988, Abbaye de Bellefontaine.

[49] Clifford Hugh Lawrence, Il monachesimo medievale, Edizioni San Paolo