Gli archetipi si rincorrono da una parte all’altra del globo, così come le leggende e i miti e strutturano quel “mondo3” al quale si riferisce il filosofo della scienza Karl Popper come al mondo dei prodotti delle menti umane, che ha una sua autonomia e nel quale si verifica il sorgere autonomo di problemi non pensati: un universo intelligente e problematico.

Scrive Popper: “Chiamo «mondo 3» nel significato più ampio del termine il mondo dei prodotti dello spirito umano; nel senso più stretto, in particolare, il mondo delle teorie, comprese le teorie false; e il mondo dei problemi scientifici, compresi i problemi riguardanti la verità o la falsità delle diverse teorie. In senso lato, appartengono al mondo 3 anche le poesie, le opere, i concerti di Mozart”. [1]

KARL POPPER

“Io – scrive Popper – immagino la cosa così: che la scoperta del linguaggio specificamente umano dipenda dalla possibilità di fare resoconti, di raccontare cosa avvenne. Questo poi conduce al fatto che a volte i resoconti si colorino di desideri. Ciò avviene nel raccontare storie, e poiché, a volte, queste si contraddicono, sorge il problema della verità, il problema della verità o della falsità di un racconto di un resoconto […]. Allo stesso tempo sorge la possibilità di raccontare favole o di raccontare storie. Queste favole o storie o miti sono anche le originarie spiegazioni teoriche. Gli inizi della scienza presso i Greci risalgono a Omero e a Esiodo; gli inizi dell’arte, i dipinti in grotte preistoriche di caccia di animali sono storie magiche; l’arte egiziana è quella assira sono in gran parte illustrazione di storie o illustrazione della storia di quell’epoca. È così che si arriva allo sviluppo di un mondo 3”,[2]del quale “le storie, i miti e le teorie esplicative sono i primi abitanti”. [3]

“Sotto l’aspetto quantitativo – prosegue Popper -, come pure sotto quello qualitativo, la fonte di gran lunga più importante della nostra conoscenza, a parte la conoscenza innata, è la tradizione. La maggior parte delle cose che conosciamo le abbiamo imparate da esempi, o perché ci sono state dette, o perché le abbiamo lette nei libri, o imparando come criticare, come accogliere e accettare le critiche, come rispettare la verità”.[4] Conseguentemente, “il fatto che la maggior parte delle fonti della nostra conoscenza proviene da una tradizione, condanna come futile l’antitradizionalismo. Questo fatto tuttavia non deve essere addotto per sostenere un atteggiamento tradizionalistico: ogni tratto della conoscenza tradizionale e anche della nostra conoscenza innata è aperto all’esame critico, e può essere rovesciato. Nondimeno, senza la tradizione la conoscenza sarebbe impossibile”. [5]

E’ con questo spirito che affrontiamo lo studio di miti, di archetipi, di leggende, di simboli, perché la verità non consente scorciatoie o illusioni, ma nemmeno un’arida logica scientista antitradizionale. Ed è con questo spirito che ci accostiamo alle leggende riguardanti il rapporto tra Celti ed Egizi.

La storia di Gaythelos e Scota, principi d’Egitto

SCOTA O MERYTATON

Una tradizione celtica narra di una terra lontana, l’Egitto, dove un principe ed una principessa, saliti al trono, furono indotti, da vicende politiche di quel lontano paese a fuggire, fermandosi prima in Spagna e trasferendosi poi in Scozia. I nomi dei principi, Gaythelos e Scota, e la loro storia avventurosa sono tratti da testi del XII secolo, come i Lebor Gabála, redatti probabilmente sulla scorta di scritti molto più antichi. La narrazione contenuta nei Lebor Gabála vorrebbe essere la storia della fondazione di Scozia e di Irlanda e un sunto del suo contenuto si trova anche nella Dichiarazione di Arbroath, documento scozzese del 6 aprile del 1320, dovuto, probabilmente, all’abate Bernard de Linton.[6]   Una versione successiva di questa tradizione si trova nella Scotichcronicon (XIV o XV sec.) di John of Fordun e Walter Brower.

Nella Dichiarazione di Arbroath, redatta dopo la vittoria di Robert Bruce sul Plantageneto Edoardo II (battaglia di Bannockburn del 1312), in una lettera inviata a papa Giovanni XII, a proposito degli Scozzesi si legge: “Essi giunsero dalla grande Scozia viaggiando per il mare Tirreno e oltrepassando le Colonne d’Ercole, dimorando poi per lungo tempo in Spagna tra tribù selvagge, ma mai poterono essere soggiogati da gente alcuna , per quanto barbara. Quindi essi vennero, mille e duecento anni dopo che il popolo d’Israele ebbe attraversato il Mar Rosso, alla terra d’occidente che tuttora occupano, dopo aver allontanato prima i Britanni, quindi i Pitti che furono completamente distrutti, e nonostante i frequanti assalti dei Norvegesi, dei Danesi e degli Anglo-Sassoni, essi mantennero il possesso invitto di questa patria con indicibili sacrifici e numerose vittorie; come gli storici del tempo antico possono testimoniare, essi la resero da allora libera da ogni servitù”.

Se accettiamo una data per l’Esodo tra il 1290 e il 1260 a.C. l’arrivo degli Scozzesi dalla Spagna in Scozia è databile attorno al 90 o 60 a.C, ossia 1.200 anni dopo l’Esodo. Il testo dice che prima dimorarono per lungo tempo in Spagna e, pertanto, il loro arrivo dalla Grande Scozia è databile molti secoli prima del 90 o 60 a.C. Il testo ci dice anche che venivano da oltre le Colonne d’Ercole, quindi dal Mediterraneo. Attraversato lo stretto di Gibilterra, con tutta probabilità, sempre stando al testo di Arbroath, gli Scozzesi originari sarebbero approdati sulle coste atlantiche della penisola iberica. Nel Libro delle invasioni (Lebor Gabála), versione Rµ (I:5) si legge: “Gli Scoti hanno preso il nome da Scota, figlia di Faraone re d’Egitto, che fu moglie di Nél. E sono detti Feni da Féinius Farsaid. Gli Scoti non sono altro che i Pitti, così chiamati per i loro corpi dipinti – quasi tagliati – giacché si marchiano con aghi di ferro e si tracciano addosso varie figure con inchiostro nero”. “Scoti autem a Scota, figlia regis Egipti Pharaonis, sunt dicti que fuit Nelii uxor. Phœni autem a Fœnio Fariseo dicuntur. Scoti autem idem et Picti, a picto corpore – quasi scissi –, eo quod aculeis ferreis cum atramento variarum figurarum stigmate adnotentur”. [7]

Sia l’un testo che l’altro, ovviamente, appartengono ad una ricostruzione leggendaria delle origini dei popoli scozzesi e irlandesi (l’Irlanda veniva chiamata Scozia prima del III secolo d.C. ed uno dei suoi nomi era anche Hiberia), ma testimoniano di un rapporto tra le popolazioni egiziana e celtica.

L’egittologa Lorrain Evans, nel suo “Kingdom of the Ark”, sostiene, sulla base di ritrovamenti archeologici (nello Yorkshir la collana di Tara, possibile dono degli Egizi) che esiste un legame tra le due lontane terre.

La Evans addirittura, sulla base del Scotichcronicon, che cita il nome del padre di Scota, indicandolo come Achencres, sulla base dei riferimenti di Manetone (sacerdote egizio) ipotizza che sia la traduzione di Akhenaton. In questo caso, secondo la Evans, Scota potrebbe essere Merytaton, la figlia maggiore di Akhenaton e Nefertiti.[8]

Nel Medioevo l’Irlanda venne fortemente influenzata dall’Egitto. “Le antichissime leggende gaeliche – scrive Laurence Gardner – tramandano che i sommi sovrani d’Irlanda sorsero in due riprese fra la XVIII e la XXVI dinastia dei Faraoni d’Egitto, unitamente allo sviluppo delle tecniche di agricoltura ad opera dei sacerdoti sino almeno al 570 a.C.”. [9]

La XVIII dinastia è quella di Akhenaton, il riformatore religioso che diede avvio al monoteismo e la XXVI è quella saitica. “Fu per il tramite di due matrimoni regali fra il popolo scita e quello egizio – scrive ancora Gardner – che la civiltà scoto-gaelica avrebbe avuto inizio. Il primo avvenne nel 1360 a. C., quando Niul, principe di Scitia e governatore supremo del Capacironto presso il Mar Rosso, aveva impalmato la figlia del faraone Smenkhkare, che nella lista dei re compilata da Manetone compare come Achencheres. Grazie a questa unione la figlia del faraone era diventata principessa di Scizia, assumendo il nome di Scota, vale a dire «conduttrice di genti»”.[10]

SCOTA IN VIAGGIO DALL’EGITTO (Manoscritto XV secolo)

Va notato che la Scizia è una vasta regione che si affaccia sul Mar Nero e che gli Sciti sono parenti stretti dei Celti. “Ad essere precisi – aggiunge Garner – il vero nome del faraone era Smenkh-ka-ra (“vigorosa è l’anima di Ra”). Alternativamente, poiché Ra era il dio del sole della Casa della luce di Heliopolis, chiamato anche On, Smenkh- ka-ra poteva anche essere chiamato Smenkh-ka-on, presentando la stessa chiusura fonetica di Aaron. Nelle antiche cronache irlandesi si legge che per virtù di questo matrimonio «Niul e Aronne strinsero un’alleanza e divennero amici». I testi proseguono affermando che Gaedheal (Gael), il figlio della regale coppia, nacque in Egitto «nel tempo in cui Mosè cominciò ad agire come un capo popolo nei confronti dei figli di Israele». Poiché il Mosè rinomato (Moses erede reale) era il fratello di Aronne – come documentato nell’Antico Testamento in Esodo 4:14 – a partire dagli anni Trenta, grazie ai lavori di Freud e Breasted, molti ricercatori hanno cominciato a ritenere che Mosè possa essere identificato con il faraone Akhenaton, diretto discendente di Thutmosi III”. [11]

Un riferimento storico si ha riguardo ai copti, sicuramente ultimi eredi della sapienza egizia antica. “Un libro irlandese dell’ottavo secolo sulle vite dei martiri ricorda «i sette santi monaci egiziani che riposano a Disert Ulaidh». Monaci copti, come questi che si stabilirono in Irlanda, possono aver giocato un ruolo formativo nella prima Chiesa irlandese, che con i copti condivideva l’importanza attribuita al monachesimo e all’austerità”. [12]

Simboli e miti accomunano popoli e culture

Ci sono simboli che accomunano molte culture e che suffragano un’antica condivisione di credenze tra popoli diversi. Rolleston[13] fa notare come a ovest di New Grange sia scolpita una figura insolita in Irlanda: una barca a vele spiegate, con uomini a bordo, sovrastata dal disco solare. Una nave del sole è visibile a Locmariaker, in Bretagna. Analoghe imbarcazioni sono riprodotte a Hollande e a Scania, in Svezia. Si tratta, probabilmente, di barche che portano i defunti nell’Aldilà. In Bretagna ci sono tumuli a forma di nave, con la prua rivolta a Occidente. Il Popolo dei Megaliti, probabilmente, pensava ad una nave che conduceva i morti nell’Aldilà. Rolleston accomuna queste barche a quella solare egizia, che conduce il sole nel cielo nelle sue varie fasi di sole nascente, di sole regnante e di sole al tramonto, in forma di Osiride, che scende nel Duat, ossia nel regno dei morti per rinascere al mattino. Osiride è divinità dell’Occidente, ossia del mondo dei morti viventi ed è a Occidente che guardano anche le popolazioni megalitiche e, successivamente, quelle celtiche.

Simbolo diffuso è anche quello dei piedi. In Egitto ci sono i Piedi di Osiride, simbolo di visitazione: “Sono venuto sulla terra e con i piedi ne ho preso possesso. Io sono Tmu”. (Libro dei morti – cap. XVIII). In India c’è il piede di Buddha. I piedi li troviamo sui Dolmen in Bretagna e nelle incisioni rupestri in Scandinavia o di San Colombano. Nel duello tra Cuchulain e Connla, questi si pianta con i piedi nello scoglio così saldamente che lascia le sue impronte nella roccia e da queste prende il nome la “Spiaggia delle Impronte”. A Fuerteventura (Canarie), sulla montagna sacra ai Guanchi, sono impressi i piedi del dio visitatore.

Anche l’egizio simbolo della vita, l’Ankh, si trova nelle incisioni megalitiche. La leggenda della Fenice, presente nell’antico Egitto (Erodoto, Storie, II, 73) è narrata anche nell’Edda poetica, il poema epico nordico.[14]

Hadingham[15] cita la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva nel 2002 a.C. un “Culto di Maggio”, legato al primo maggio, quindi ad Aldebaran, sopresso intorno al 1600 a.C. da adoratori del solstizio, quindi del Sole, provenienti dall’Egitto o dalla Grecia.

Il primo conquistatore mitico d’Irlanda, Partholan, il cui padre era Sera, giunse in Irlanda il primo giorno di Maggio da Occidente, dove al di là dell’inesplorato oceano Atlantico era situata la Terra dei Vivi, ovvero la Terra dei Morti Felice. I Milesi, ossia i Gaeli, giunsero anch’essi in Irlanda il primo di maggio, un giovedi diciassettesimo giorno della luna. Il riferimento mitico evidenzia il tentativo dei Celti, ossia dei Milesi, di sovrapporre la loro conquista dell’Irlanda a quella ben più antica di Partholan, a dimostrazione dell’importanza del mito originario.

“Il primo maggio – scrive Rollestone – era il giorno sacro a Beltené, uno dei nomi del dio della morte, il dio che dona la vita agli uomini e se la riprende”. [16]

Difficile, a questo punto, non pensare a Partholan come ad un essere mitico simile a Osiride, che era detto anche dio degli Occidentali, ossia del regno dei morti viventi.

Non possiamo seguire oltre la pista delle coincidenze. Quello che ci interessa rilevare è che in testi tardi, ossia del XII secolo o, addirittura, del XV secolo dopo Cristo, ossia in ricostruzioni che tendono ad inserire la storia delle nazioni celtiche in quella del cristianesimo, si fa riferimento all’Egitto e, comunque, a origini dei popoli scozzese e irlandese collocate nel Mediterraneo, in un’epoca di molti secoli precedente all’Era Volgare.

Lo scambio culturale e archetipico tra Celti ed Egizi

Non è improbabile che queste narrazioni leggendarie nascondano una verità meno appassionante e romantica e si riferiscano, invece, ad uno scambio intenso, proseguito per molti secoli, tra le popolazioni celtiche e quelle egizie. Scambio che seguiva rotte che dal Mediterraneo costeggiavano la Spagna e si dirigevano poi verso l’Irlanda e la Scozia.

Se così fosse, possiamo pensare ad un apporto archetipico che interessa il vasto pantheon egizio e la raffinata teologia di quel paese. Un apporto, probabilmente, stratificato, che nelle forme più antiche, quelle che interessano il legame baschi-guanchi-berberi-delta nilotici-libui, coinvolge, ad esempio, la Dea delta nilotica Neith e che, nelle forme più recenti, coinvolge Iside, divinità che ha riassunto progressivamente tutti i nomi della Dea Madre e il cui culto è rimasto vivo per secoli, anche in epoca di dominazione cristiana.

Come è noto, la civiltà celtica vede l’inizio della sua maggiore strutturazione nell’VIII secolo a.C. (Halstatt 750-400 a.C, seguito da la Tène, II secolo a.C.). Del primo periodo è anche la Cultura di Golasecca (Nord Italia).

Furono i Greci, che con i Celti ebbero scambi intensi, a chiamarli con questo nome, termine che compare, assieme a quello di Iperborei, per la prima volta negli scritti del geografo Ecateo, intorno al 500 a.C..

Un secolo più tardi Erodoto descrisse i Celti come coloro i quali vivono al di là delle Colonne d’Ercole e il Danubio come il fiume che ha le sorgenti nel loro paese.

Aristotele sapeva che vivevano oltre la Spagna. Ellanico di Mitilene (storico del V secolo a.C.) afferma che i Celti erano un popolo giusto e retto. Eforo (350 a.C.) dice che i Celti hanno le stesse usanze dei Greci.[17]

Intorno al 500 a.C. i Celti conquistarono la Spagna che era dei Cartaginesi, assicurando definitivamente il collegamento via terra con la Britannia attraverso la Francia, dove i Focesi, nel 600 a.C., avevano fondato la colonia di Marsiglia. Un secolo più tardi troviamo i Celti impegnati contro gli Etruschi per la conquista dell’Italia settentrionale e verso la fine del quarto secolo li vediamo impegnati per la conquista della Pannonia, dove sottomisero gli Illiri.

“In tutte queste guerre i Celti furono alleati dei Greci, con i quali in quel periodo erano in ottimi rapporti”. [18]

Non mancano, del resto, le testimonianze sui rapporti tra i Druidi e i sapienti del bacino del Mediterraneo.

Al seguito dei mercenari galati di Alessandro Magno, i Druidi hanno potuto dialogare con i sapienti del tempo. Secondo Ippolito (ca. 170-236 d.C.), un importante autore cristiano che scriveva in greco e del quale ci rimangono solo pochi frammenti, i Druidi avevano adottato gli insegnamenti di Pitagora grazie alla mediazione di Zalmoxis di Tracia, che di questi era stato schiavo. Secondo Erodoto di Alicarnasso, Zalmoxis era stato schiavo di Pitagora nel periodo in cui il filosofo era a Samo. Scrive Ippolito: “I Druidi, tra i Celti, analizzarono profondamente la filosofia pitagorica; Zalmoxis, lo schiavo di Pitgora, che era tracio di stirpe, divenne per loro il fondatore di questa disciplina; egli, essendosi fatto strada dopo la morte di Pitagora, divenne per loro il fondatore di questa filosofia. I Celti onorano i Druidi come profeti e veggenti, perché predicono le vicende basandosi su lettere e numeri secondo la dottrina pitagorica … I Druidi comunque praticano anche le arti magiche”.

Zalmoxis o Zalmosside, va precisato, più che uno schiavo di Pitagora, si presenta, in realtà, come una divinità tracia della conoscenza, che ha un rapporto diretto con un’altra divinità della conoscenza, ossia Pitagora-Apollo.

Tra gli dei civilizzatori nelle varie tradizioni troviamo, per fare solo alcuni esempi, accanto agli Oannes sumeri e a Quezalcoatl, Iside ed Osiride e Thot. Divinità che hanno insegnato agli uomini a coltivare, a costruire, a scrivere. Il celtico Gwyddyon è tra questi e, per le sue caratteristiche, si presenta come una divinità della sapienza, come Thot.

Il Dagda, come Osiride-Orione, ha in mano una mazza.

Molte, dunque, le similitudini tra le divinità egizie e quelle della tradizione druidica che, lo ricordiamo, riassume in sé quelle celtiche e quelle di una civiltà precedente all’invasione indoeuropea: la civiltà megalitica della Dea Madre.

I Celti intrattennero rapporti con molti popoli e con i Greci ebbero scambi intensi. Siamo in un periodo nel quale i Greci, a loro volta, avevano costruito intensi rapporti con l’intero bacino del Mediterraneo e nel quale la grande civiltà egizia era ormai ellenizzata. I Greci, dunque, sono un veicolo privilegiato per la conoscenza delle antiche divinità egizie, soprattutto di quelle tarde e maggiormente sincretiche.

Del resto, sostiene Rolleston, i Celti “dimostravano un’attitudine straordinaria nell’acquisire idee delle diverse popolazioni con cui venivano a contatto per motivi bellicosi o commerciali. E una volta presa un’idea dai vicini, i Celti riuscivano a darle un tocco celtico talmente marcato da renderle presto quasi irriconoscibili da ciò che esse erano in origine”.[19]

La divinità sincretica più importante del pantheon egizio, che è stata a lungo adorata anche in Europa, è Iside-Sirio-Sothis, dea dell’amore e della vita.

Iside “La Regina”, la dea dai molti nomi è, come Ishtar o Ashtoret o Afrodite dea dell’amore celeste e dell’amore terreno.

Iside (‘st in egiziano antico) è associata a Sirio (Spdt) e alla simbologia della stella a cinque punte: simbolo condiviso dai Druidi e dai pitagorici.

Significativo il rapporto tra Dana e Niit (Neith). Va qui ricordato che Niit era divinità del Delta del Nilo, ed era detta dagli antichi Egizi Tehenut, ossia “La Libica”, un aggettivo che la associa all’antica stirpe dei Libui che ripropone una catena genetico linguistica che comprende Berberi, Guanchi, Baschi, popolazioni norrene dai rossi capelli.

Il fatto che la celtica Dana possa avere delle similitudini con l’egizia Niit, dunque, non deve stupire. Dana o Ana è un’antichissima Dea Madre, chiamata anche Aieule e cristianizzata in Sant’Anna. Aieule è la detentrice del sapere ed è verso di lei che deve volgersi chiunque desideri la conoscenza; lei ha la memoria del mondo; è la Gran Madre del popolo, Mamm Gozh, la cui corona è costituita dalle pietre di granito rosa della baia dei doganieri di Peros Guirec. Il ruolo di questa antichissima divinità, preceltica, le cui caratteristiche riconducono all’Egizia  Neith è anche quello di Madre dei Morti e di intermediaria tra i due mondi, quello della Luce e quello della Notte, quello della Terra e quello delle acque profonde, quello del passato, della memoria, delle immagini archetipiche e quello del presente, della vita.

Vi sono altri elementi che ci consentono di associare le due divinità.

Niit ha come simbolo l’ape e il luogo sacro a lei dedicato era detto Hut Bit, la casa dell’ape, ossia l’alveare. L’ape, oltre ad essere simbolo di saggezza, è anche simbolo dell’anima, come la farfalla. Niit, dunque, si presenta come l’Ape Regina, colei che nell’alveare celeste dà vita alle anime. Dana-Aieule ha sostanzialmente le stesse funzioni: è associata a Cassiopea, il cui asterisma è una M (elemento, questo, ricco di importanti implicazioni): costellazione che viene considerata la Virgo Paritura delle anime. La Virgo Paritura dei Druidi.

Dana e Niit, dunque, si caratterizzano come l’origine della vita, la Dea Madre nella sua funzione di Virgo Paritura, di Grande Madre sempre incinta, di creatrice universale.

Horus è associato alla costellazione del Toro e il suo occhio, Aldebaran, è la stella più luminosa delle Iadi, le lacrime del Toro. Aldebaran era una stella di riferimento essenziale per i Druidi, essendo associata al Fanciullo Divino, Mabon, al dio Bel, a Lug, divinità che rappresentavano, come Horus, il Figlio della Luce. La levata eliaca di Aldebaran segnava l’inizio dell’Estate (Beltane, all’incirca il primo di maggio), ossia del tempo luminoso del calendario.

Horus-Apollo è Mabon-Lug, il luminoso, figlio di Dana, che con il suo popolo, i Tuatha De Danann, venne dalla Terra dei Tumuli, al di là della regione delle brume e si stabilì in Iranda cinquemila anni fa. Osiride è assimilabile al Dagda, il dio che con la sua mazza dona e toglie la vita e che proiprio per la sua mazza è assimilabile ad Orione, come lo è l’egizio Osiride.

La trinità Iside, Osiride, Horus è simile a quella di Dana-Dagda- Mabon (Lug) e non è un caso che la Virgo Paritura dei Druidi sia una donna assisa in trono con un bimbo in braccio, così come Iside è assisa in trono, (il suo simbolo è il trono) con Horus in braccio.

Vediamo ora le Pleiadi, che costituiscono punti di riferimento essenziali per la cultura Druidica: la loro levata eliaca coincide con Cet Samain, l’inizio dell’estate, dove il Figlio della Luce (Mabon, Belenus, Lug) risorto sposa la Fanciulla dei Fiori, ossia la Dea Madre nella sua versione di giovinetta (la primavera, il primo verano, ossia la prima parte dell’estate); il loro tramonto eliaco, in coincidenza con la levata eliaca di Antares, è Samain, l’inizio della parte oscura dell’anno. Gruppo di stelle legate al Toro, le Pleiadi dagli antichi egizi erano dette Terra delle Migliaia. Se consideriamo che mille si scrive in egiziano antico con il simbolo del fiore di loto, Terra delle Migliaia potrebbe avere anche il significato di Terra del Loto. (Gli egiziani antichi usavano spesso il linguaggio analogico, omofonico, enigmatico, ermetico, da Ermes, ossia Thot). Il loto blu è il fiore sul quale è sorto il Fanciullo divino egizio.

 

© Silvano Danesi

[1] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza , la storia e la politica, Rusconi

[2] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza , la storia e la politica, Rusconi

[3] Karl Popper, La conoscenza e il problema corpo mente, il Mulino

[4] Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, il Mulino

[5] Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, il Mulino

[6] Vedi in proposito l’articolo di Ralph Ellis su Hera, numero 88 del maggio 2007

[7] La frase «Scoti autem a Scota, figlia regis Egipti Pharaonis, sunt dicti que fuit Nelii uxor. Phœni autem a Fœnio Fariseo dicuntur» è un’interpolazione suggerita dal riferimento alle Scotorum gentes nella citazione da Isidorus. — L’identificazioni tra gli Scoti e i Pitti tatuati in questo passaggio è contrario a quanto afferma il Lebor Gabála Érenn in altri passaggi.

[8] Vedi in proposito l’articolo di Ralph Ellis su Hera, numero 88 del maggio 2007

[9] Laurence Gardner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton

[10] Laurence Gardner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton

[11] Laurence Gardner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton

[12] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[13] T.W. Rolleston, I miti celtici, Longanesi

[14] Vedi in proposito, Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[15] Hadingham, I misteri dell’antica Britannia, Newton, a pagina 98

[16] T.W. Rolleston, I miti celtici, Longanesi

[17] Citazioni tratte da T.W. Rolleston, I miti celtici, Longanesi

[18] T.W. Rolleston, I miti celtici, Longanesi

[19] T.W. Rolleston, I miti celtici, Longanesi