Alcuni miti, egizi e iperborei, evidenziano un rapporto assiale, nel senso di originario, tra il Nord iperboreo e l’Egitto e, nell’insieme, suggeriscono la necessità di andare oltre la traduzione soli-lunare e di ritornare a guardare con occhi più attenti alla loro origine stellare.

L’intento di questo breve studio è di identificare alcuni significati originari di miti la cui stratificazione semantica contiene chiavi interpretative di grande interesse.

Il celtico Gwyddyon e gli dèi civilizzatori

 Un primo rapporto assiale riguarda gli dèi civilizzatori delle varie tradizioni ove troviamo, per fare solo alcuni esempi, accanto agli Oannes sumeri e all’azteco Quezalcoatl, agli egizi Iside, Osiride e Thot. Sono divinità che hanno insegnato agli uomini a coltivare, a costruire, a scrivere. Gwyddion, simile ad Odino e al quale è assimilato Merlino, è tra questi e per le sue caratteristiche si presenta come una divinità della sapienza, come l’egizio Thoth. Gwydd in gaelico è legno ed è anche conoscenza.

Gwyddion, Gwydo ap Don, ossia figlio della dea Dana, è un astronomo del quale si parla nelle Triads of the Islands of Britain, ossia gli antichi annuali gallesi, dove si narra delle pietre di Gwydden Ganhebon, sulle quali “si potevano leggere le arti e le scienze del mondo” e “dell’astronomo Gwydon ap Don, che fu seppellito a Caernarvon “sotto una Pietra degli Enigmi”.

Nel vocabolario di gaelico del Galles si legge che Gwyddyon significa mago. Secondo Jean Markale[1] Gwyddyion è uno dei più celebri eroi della tradizione gallese. E’ figlio di Don (Dana), fratello di Arianrod (l’aurora con la quale ha avuto due figli) e padre di Lleu Llew Gyffes, ossia di Lug.

Lug venne dalla Terra dei Tumuli (il Sid, l’Aldilà sidereo) al di là delle brume, con il suo popolo, i Tuatha di Danann, e si stabilì in Irlanda.

Nei Leabhor Gabhála (Libro delle invasioni) si legge che i Tuatha de Danann giunsero in Irlanda e “con le loro navi di fiamma che solcavano i cieli, talmente grandi che oscurarono il sole tre giorni, approdarono su una montagna irlandese. Poi, col favore della nebbia, uscirono dalle navi e sbarcarono”.

Lug, dunque, è un dio civilizzatore, come Osiride, Thoth, Athena, gli Oannes e Quatzalcoaltl.

In Galles, come detto (supra), Lug potrebbe corrispondere a Lleu Lllew Gyffes, dove Lleu significa chiaro, biondo e Llew significa anche leone. Per Lleu Lllew Gyffes, Gwyddyon (padre adottivo di Lug e sua forma alternativa) crea Blodwedd con dei fiori e dei vegetali al fine di donarla in sposa. Lleu Lllew Gyffes, assimilato anche a Mabon, viene ucciso da Blodwedd, risorge e diventa signore del Gwynezz, il mondo bianco.

Un ucciso e un risorto, come Osiride e come molti altri dèi archetipici.

C’è un altro mito, che non solo ci propone un percorso iniziatico, ma introduce un personaggio realmente esistito, come poeta di valore, ma che la tradizione ha collocato (evemerizzato) nell’orizzonte mitologico. Il mito è quello della dea Karidwen che affida al fanciullo Gwion la cura del calderone nel quale si sta formando il liquido magico che darà l’immortalità a suo figlio. In un momento di distrazione Gwion si versa su un dito tre gocce del liquido. Il liquido è bollente e Gwion si succhia il dito dolorante, assorbendo così il potere magico della pozione di Karidwen, mentre la restante parte, ancora nel calderone, diventa velenosa e inservibile. Karidwen infuriata insegue Gwion che si trasforma in lepre, poi in pesce, in uccello e in un chicco di grano, che la Dea, trasformatasi in gallina, inghiotte rimanendo incinta. Dalla gravidanza della gallina-Karidwenn nasce Taliesin. I simboli sono evidenti: lepre, iniziazione della terra, pesce, iniziazione dell’acqua, uccello, prova dell’aria, chicco di grano, prova del fuoco (simbolicamente rappresentato dal chicco di grano che matura al sole e ne ha il colore). Inghiottito dalla gallina nera, la Terra, il chicco del grano, ossia il Sole la ingravida. Taliesin, dunque, rappresenta il frutto delle nozze ierogamiche della Terra con il Sole e dell’iniziazione dell’uomo, che da Gwion, giovane garzone, diventa Taliesin, Fronte Luminosa, illuminato: il Kernunnos, Lug.

Il mito ci racconta di una conoscenza antica che si acquisisce “scottandosi” ed assorbendo l’essenza con un gesto (il succhiarsi il dito) che evoca la suzione del liquido amniotico con il dito in bocca da parte del feto. Il gesto di Gwion ci indica simbolicamente la “suzione” di una conoscenza innata e di una conoscenza tradizionale delle quali oggi scrive il filosofo della scienza Karl Popper nel suo: La conoscenza e il problema corpo-mente”, dove afferma che ” la maggior parte della conoscenza soggettiva consiste di potenzialità innate: disposizioni o modificazioni di disposizioni”, che ”senza disposizioni innate – disposizioni ad imparare – non potremmo mai imparare alcunché” e che “la maggior parte delle disposizioni che costituiscono la nostra conoscenza è innata o ereditaria”.[2]

In questo simbolico succhiare la pozione del calderone c’è posto anche per la conoscenza tradizionale, perché, dice Popper “gran parte della nostra conoscenza soggettiva è innata o tradizionale”. [3]

La seconda nascita di Gwion-Taliesin ne fa un essere speciale, un iniziato, e, in un contesto pagano, un Druida, un Bardo, simbolo della saggezza fatta uomo e, in relazione al mito di Bran, uno dei Sette Saggi.

I riti legati alla dèa Ceridwen risultavano ancora attivi nel 1171 d.C. ed erano assimilabili a quelli di Demetra e di Cerere. I misteri di Ceridwen, segnalati da Artemidoro e trasformati dal bardismo, conservavano, infatti, ancora i loro fedeli nel VI secolo, al tempo di Taliesin, ed erano vivi nel XII secolo. “Il re stesso, come si vede dai canti di Hoël o Hywel, re del Galles, morto nel 1171, era onorato di esservi ammesso. Esiste una preghiera curiosa, nella quale, già ammesso ai gradi inferiori dell’iniziazione, sollecita al Collegio di Ceridwen con espressioni di fervente pietà, il favore dell’iniziazione superiore”. [4]

Gwyddyon, il sapiente che dimora nella Via Lattea

La tradizione gallese ci fornisce altri particolari su Gwyddyon, che Markale vuole “sovente associato a Taliesin e che potrebbe essere un parallelo di Merlino nel suo aspetto di mago”. [5]

Nella tradizione gallese si racconta di Gilwaethwy, uno dei figli di Dôn, il quale essendo innamorato della giovane Goewin (la vergine che permette a Math, re del Gwynedd, figlio di Mathonwy, mago dei Tuatha de Danann, di vivere, mettendo i piedi nella sua vagina) con la complicità dal fratello Gwyddyon riesce a violarla. Math è zio di Gilwaethwy e di Gwyddion e Gwyddion lo distrae e con la scaltrezza lo allontana, consentendo al fratello la violazione. Math, maestro di magia, trasforma temporaneamente i due fratelli in animali di sesso diverso (cervo e cerva, cinghiale e scrofa e lupo e lupa).

Va notato che i figli di Dôn sono cinque: Amaethon, il coltivatore della terra; Gilwaethwy, colui che viola la vergine; Govannon, o Gofannon o Goibniu, il fabbro; Gwyddyon, il Druida sapiente, anch’egli mago; Arianrod, l’aurora, ossia colei che annuncia la luce, la Corona del Nord, detta anche Ruota d’argento, Kaer Arianrod.

I cinque figli di Dôn sono sottomessi all’autorità di Lug, che è, tra i molti suoi attributi, anche il politecnico e rappresenta, pertanto, la scienza e la sapienza.

Il mago Math, come s’è detto, non può vivere senza porre i piedi nella vagina di una vergine e poiché la vergine è la Natura, il significato del mito è che chi opera, ossia il Druida, il costruttore, il sapiente, lo scienziato, lo deve fare mantenendo un intimo rapporto filiale con la Natura, che è la Dea Madre Cosmica Universale, la Virgo Paritura dei Druidi, la cui raffigurazione è simile a quella di Iside in trono, dalla quale trae origine la Vergine cristiana.

I cinque figli di Dana sono cinque aspetti archetipici, riferibili all’uomo e al suo rapporto con se stesso e con la natura. Il coltivatore rispetta la natura e ne trae alimento. Il fabbro la trasforma, ma seguendone le regole. Il saggio Gwyddyon dovrebbe, proprio perché saggio, sapere che la Natura non va violata, ma si lascia trasportare dall’ego e accontenta il fratello, pensando di essere più furbo di Math. Il fratello è l’uomo che si lascia trasportare dalle passioni, in barba alla regola e viola la Natura. Math li condannerà ad essere animali, ossia prigionieri della dinamica fisica inconsapevole e della dualità sessuale, che è simbolo della dualità in generale. Chi viola la Vergine e chi è correo della violazione è condannato. Chi collabora con la Natura, con la Vergine, è da lei amato come un vero amante e può godere del suo amore, spirituale e carnale, perché ne rispetta la libertà. Il mito, dunque, ci induce ad un’analisi dei comportamenti dell’uomo, al rispetto della libertà (essenziale per i Druidi), alla collaborazione armonica con la Natura.

Gwyddyon, in quanto “albero” e sapienza, rappresenta la conoscenza arborea, la conoscenza della foresta, come quella di Merlino: una conoscenza ancestrale. Una conoscenza che è sempre soggetta ad essere corrotta dall’Ego, dalla volontà di potenza, dalle passioni incontrollate. “E’ evidente – scrive in proposito Markale – che nella tradizione orale, trasmessa nel corso dei secoli, di generazione in generazione, la scienza e la conoscenza sono connesse con l’Albero”, che ritroviamo nel melo dell’Eden, in Yggdrasyl e, più in generale nell’Albero del Mondo.

Va notato, infine, che Caer Gwyddion per i Celti era la casa di Gwyddyon, ossia la via Lattea, coincidente sulla terra con il cammino che da Santiago de Campus Stellae, seguendo il Camino de las estrellas, ossia della conoscenza stellare, portava, attraverso Tolosa, Orléans, Chartres, Notre Dame di Parigi e Amiens a Rosslyn, cuore della connessione tra tradizioni celtiche, templarismo e Massoneria. Se consideriamo, inoltre, che Arianrod è l’aurora e Math significa orso, il mito apre una serie di interrogativi su un complesso di asterismi di estremo interesse dei quali, in questo contesto, non rimane che segnalare l’importanza, rinviando a quanto scrivo (infra) in relazione al mito iperboreo.

Il mito iperboreo e le stelle imperiture

Un mito di grande significato assiale è quello iperboreo, che ritroviamo in molte culture, ed è strettamente legato alla Stella Polare, all’Orsa minore e all’Orsa maggiore (Artio, la Dea Orsa venerata dai Celti) e alle stelle che girano intorno all’asse polare senza mai tramontare. Sono le stelle che gli Egizi chiamavano imperiture. I ricordi polari, secondo Marjia Gimbutas[6], ci dicono che l’orsa fu ritenuta un’antenata, una madre generatrice.

René Guenon, scrive in proposito Godwin, riteneva “che i Celti avessero preservato qualcosa della grande tradizione iperborea e che la figura di Re Artù avesse lì le sue radici: egli ampliò l’etimologia di Artu/Arktos figlio di Uther Pendragon, il cui nome, a sua volta, ricorda la costellazione polare del Drago. Notiamo che la stella più importante Alpha Draconis fu per secoli la Stella Polare attorno al 3000 a.C.”.[7]

Durante le varie epoche preistoriche e proto-storiche diverse stelle furono utilizzate come indicatrici  della direzione cardinale del Nord. Durante il periodo in cui furono costruite le grandi piramidi nella piana di Giza, in Egitto, la  stella polare fu Alpha Draconis (Thuban), mentre durante l’età del Bronzo, la stella luminosa più prossima al polo boreale fu Kappa Draconis, sempre nella costellazione del Drago. Durante l’età del Ferro, la stella visibile ad occhio nudo che indicava la posizione del polo nord celeste fu invece Beta Orsa Minore, (Kochab) una delle componenti della costellazione del Piccolo Carro. Thuban era la stella del Nord dal 3942 a.C. al 1793 a.C . Nel 1793 a.C. Thuban è stata sostituita da Kappa Draconis.

Tra il 1.500 a.C e il 500 a.C le polari, prima dell’attuale, furono Kochab e Perchab dell’Orsa minore.

Nei prossimi secoli Gamma, Beta e Alfa della costellazione di Cefeo saranno prossime alla circonferenza e quindi approssimativamente le stelle polari tra 2000, 4000 e 6000 anni. Tra circa 8000 anni una stella di prima grandezza, Deneb (nella costellazione del Cigno), sarà vicina al Polo; nel 14.000 d.C. toccherà ad una stella molto brillante: Vega (nella costellazione della Lira). Nel 18000 d.C. sarà la volta della stella Teta (costellazione di Ercole) e nel 23.000 d.C Thuban sarà nuovamente prossima al Polo.

La quantità di tempo della quale tener conto è di circa 25 mila anni-26 mila anni tra un ciclo e l’altro.

Nella tabella seguente le stelle polari nei millenni prima dell’Era Volgare (a.C.).

 

1000 Beta Ursa Minor
2000 Thuban Alpha Draconis – Kappa Draconis Beta Ursa Minor
3000 Thuban Alpha Draconis
4000 Iota Draconis
5000 Theta Draconis
6000 Theta Draconis
7000 Tau di Ercole
8000 Sigma di Ercole
9000 Eta di Ercole
10.000 Iota di Ercole
11.000-13.000 Vega Alpha Lyra
14.000-15.000 Delta Cigno
16.000 Deneb Alpha Cigno
17.000-19.000 Alpha Cefeo
20.000 Beta Cefeo
21.000 Gamma Cefeo

 

Nella tabella seguente le ere zodiacali approssimativamente e convenzionalmente calcolate per i millenni antecedenti l’Era Volgare (a.C.).

 

1 PESCI ERA ATTUALE 0
2 ARIETE 0 2.200
3 TORO 2.200 4.380
4 GEMELLI 4.380 6.580
5 CANCRO 6.580 8.820
6 LEONE 8.820 10.880
7 VERGINE 10.880 13.040
8 BILANCIA 13.040 15.200
9 SCORPIONE 15.200 17.380
10 SAGITTARIO 17.380 19.560
11 CAPRICORNO 19.560 21.720
12 ACQUARIO 21.720 23.980

I confini delle costellazioni sono arbitrarie e questo comporta che le diverse “ere astrologiche” in realtà abbiano una durata notevolmente diversa a seconda della convenzione adottata per definirne i confini. L’Unione Astronomica Internazionale ha disegnato, nel 1929,  i confini delle diverse costellazioni che illuminano il cielo. Inoltre vengono attualmente contate nel numero di tredici, avendo incluso anche l’Ofiuco, che si trova anch’esso sull’eclittica, ripristinando un’antica tradizione. Le costellazioni rimenavano comunque dodici, poiché lo Scorpione era accorpato alla Bilancia.

In base a questa definizione, le cosiddette ere astrologiche quindi avranno queste caratteristiche:

 

Costellazione Durata
Vergine 3160 anni
Leone 2570 anni
Cancro 1440 anni
Gemelli 2000 anni
Toro 2620 anni
Ariete 1770 anni
Pesci 2670 anni
Acquario 1710 anni
Capricorno 2010 anni
Sagittario 2380 anni
Ofiuco 1340 anni
Scorpione 480 anni
Bilancia 1650 anni

 

Il passaggio dal Drago alle stelle dell’Orsa è avvenuta in epoca storica, nell’era dell’Ariete, quando l’osservazione del cielo dei Druidi era attiva, così come lo era quella dei sacerdoti egizi della Casa della Vita e di questo passaggio sono testimoni due miti: quello della nascita di Artù e quello della salita del faraone al cielo delle stelle imperiture.

Il mito di Artù narra che Uther Pendragon amasse la regina Igraine, sposa del re, e che per poterla concupire si sia rivolto a Merlino per farsi trasformare per una notte nel re. Merlino acconsentì a patto che il figlio nato da quall’amplesso gli fosse affidato. Così, grazie a Merlino, Uther Pendragon concupì Igraine e da quell’unione nacque Artù.

Se seguiamo quanto asserisce Guénon, potremmo assegnare ad Arcturus, della costellazione di Boote, guardiano dei buoi, “Septem Triones”, ossia del Settentrione, un collegamento con Merlino. In questo modo Merlino è il Guardiano del Settentrione, ossia del Polo; è colui che assiste al movimento delle Stelle Imperiture e che consente a Uther Pendragon (Kappa Draconis, la Coda del Drago) di tramutarsi nel re e di concepire con Igraine (nel cui nome è contenuto il significato di luce, di sole) Artù, ossia la nuova Stella Polare, l’Orsa (tra il 1.500 a.C e il 500 a.C le polari, prima dell’attuale, furono Kochab e Perchab dell’Orsa minore).

Possiamo a questo punto ipotizzare un parallelo tra i vari personaggi delle mitologie e gli asterismi.

Ursa Minor Artù Polare attuale
Arcturus Merlino Gwyddyon
Kappa Draconis Uther Pendragon Polare precedente all’attuale
Sole Igrain Il riferimento al tempo solare (anni) nei quali è avvenuto il passaggio tra le due polari
Aldebaran (Costellazione del Toro) Belenus Levata eliaca inizio dell’estate – Cet Samain – 1° di maggio – Il Sacro Occhio di Horus degli Egizi
Sirio Il Sole dei soli. Levata eliaca di Sirio, Lughnasad – Celebrazione da parte di Lugh della madre terrena Lugnasad (1-11 agosto) – Iside per gli Egizi –
Antares (Costellazione dello Scorpione) Levata eliaca di Antares – Samain,   inizio dell’inverno – Seth per gli Egizi (anti Horus)
Capella (Costellazione dell’Auriga) Levata eliaca di Capella Imbolc – Celebrazione dedicata a Brighit –
Cassiopea Dana – Sede delle anime La costellazione è facilmente riconoscibile per la sua forma a W o a M, dovuta alle sue 5 stelle più luminose.

Cassiopea (la regina d’Etiopia) si incastra fra Cefeo (il mitico marito) e Andromeda (la figlia) ed è attraversata per tutta la sua lunghezza dal piano della Via Lattea.

Cefeo Il marito mitico di Cassiopea che ha abbandonato il trono dopo aver regnato, come stella polare, dal 21 mila al 17 mila a.C. L’asterisma è di Cefeo è di forma pentagonale.
Spica (Costellazione della Vergine). La Vergine nella cui vagina Math, l’Orsa, mette i piedi.
Ercole- Eracle Ogmios La sua caratteristica più significativa è l’eloquenza, in quanto è colui che trasferisce agli esseri umani la conoscenza. Per i Baschi Eracles è sinonimo di maestro. Ogmios deriva dal protoceltico Ogmjos, dal significato di solco e di colui che imprime. Ogmios imprime la conoscenza. Nell’asterisma è importante il quadrilatero centrale, a forma di cuneo, che viene definito “Chiave di volta”.
Pleiadi Levata eliaca a Beltane e tramonto eliaco a Samain
Alcyone Alcyone (Eta Tauri) è un sistema stellare nella costellazione del Toro. Si tratta della stella più luminosa dell’ammasso aperto delle Pleiadi e giace ad una distanza di circa 440 anni luce da noi.
Corona Boreale Arianrohd

La leggenda di Artù nasconderebbe, dunque, l’indicazione del passaggio da Kappa Draconis all’Orsa come stella polare (3000 a.C.). All’Orsa fa la guardia Arcturus, della costellazione di Bootes. Accanto a loro Cassiopea (Danu), la Dea Madre universale (sede delle anime).

La forma a M o a W varia a seconda delle stagioni: durante l’autunno boreale si osserva altissima nel cielo in direzione nord e la sua orientazione la fa rassomigliare a una M; viceversa, nelle sere primaverili è rasente l’orizzonte settentrionale ed è orientata secondo la lettera W, come lo Chevron, simbolo della Dea.

E’ interessante notare (vedi figura) come attorno a Bootes si trovino i principali protagonisti dei miti sin qui descritti (supra). Miti polari, non solari.

“La trasformazione di Artù da eroe polare a eroe solare – fa notare Godwin – è analoga a quella di Apollo, che giunse in Grecia come iperboreo e finì come dio del sole”.[8]

Anche in questo caso siamo di fronte ad una trasformazione che oscura il reale significato del mito, che non riguarda tanto il Sole, ma eventi stellari.

Il passaggio del testimone dalla polare Draconis alla Polare Ursa è attestato anche nella mitologia egizia, che vorrebbe il faraone, dopo la morte, in viaggio verso le stelle imperiture. In ogni caso è attestata dalla posizione dei canali della piramide di Cheope, che puntano (vedi figura a fianco) verso le due polari.

Se nel caso del mito di Artù è ragionevole pensare che il passaggio del tesimone tra Uther Pendragon e Artù sia avvenuto nell’era dell’Ariete precedente alla presente era dei Pesci, non è detto che lo stesso ragionamento valga anche per le indicazioni della piramide, che potrebbero riferirsi ad uno o più cicli precedenti.

Lo stesso destino riservato a molti fenomeni celesti trasformati in fenomeni solari o luni-solari è toccato anche al simbolo della svastica, che in origine era un simbolo polare, riferito all’Orsa.

Simbolo polare che è riprodotto nella croce detta di santa Brigida e, in effetti, relativa alla dèa celtica Brighit, alla quale è legato un altro evento celeste: il passaggio all’era dell’Acquario.

Con Brighit verso l’era del Cinghiale

Nella mitologia celtica il cinghiale è legato a Brighit, la Scrofa Bianca e l’Era del Cinghiale corrisponde a quella dell’Acquario.

Il passaggio d’era precedente riguarda il periodo dal 23.980 al 21.720 a.C., mentre il prossimo passaggio d’era riguarda questo millennio.

Nella tradizione indù, ci fa notare René Guenon[9] , il cinghiale è varâha e il nostro kalpa, ossia l’attuale ciclo della manifestazione, è Shwêta-varâha-kalpa, ovvero il ciclo del cinghiale bianco, che è iniziato nella Costellazione del Cinghiale (Acquario).

La nuova Era del Cinghiale, ovvero dell’Acquario, sarebbe dunque l’inizio di un nuovo ciclo di manifestazione.

La terra sacra polare, sede del centro spirituale primordiale di questo ciclo, è chiamata anche Vârâhî o Terra del Cinghiale e i Druidi, come è noto, erano associati al cinghiale, mentre i guerrieri all’orsa.

La radice var, fa notare Guénon[10] diventa nelle lingue nordiche bor, per cui Vârâhî è sinonimo di Borea. Arianrohd è aurora boreale. Borea, dunque, ovvero la terra dell’Aurora, è la Terra del Cinghiale. Nella mitologia Borea (in greco Βορέας) è la personificazione del Vento del Nord, figlio del titanoAstreo e di Eos, dea dell’aurora, e fratello di Noto, Apeliote e Zefiro. Viene raffigurato come un uomo barbuto alato, con due volti e con la chioma fluente.

Var o vri, scrive sempre Guénon, ha anche il significato di “coprire”, “proteggere”, “nascondere”.

Il vedico Var-una e il suo equivalente greco Our-anos, sono dunque i “nascosti” i “coperti”, i “protetti”, come l’egizio Amon, il celtico Oiw, ossia il cielo dei mondi superiori, nascosti ai sensi. [11]

La medesima radice ha anche il significato di “scelta”, “elezione” (vara), per cui la Terra del Cinghiale diventa la Terra degli eletti, dei santi, dei beati.

I Druidi, come i sacerdoti egizi, usavano il linguaggio omofonico, analogico, enigmatico per cui il vocabolo essoterico “cinghiale” nasconde quelli esoterici di “boreale”, “nascosto” ed “eletto”.

Sempre Guénon fa notare come il nome bor, ad un certo punto, possa essersi trasferito all’orso, bear in inglese e bär in tedesco, durante un periodo di predominio della classe guerriera (che si identificava nell’orso) su quella sacerdotale (che si identificava nel cinghiale). Gli “eletti”, i “nascosti”, i “cinghiali” sono stati sostituiti dagli orsi. Al potere della Saggezza si è sostituito quello della Forza.

L’Orsa dimora dei sette saggi

Nella tradizione indù il nome più consueto dell’Orsa maggiore è sapta-riksha. Il sanscrito riksha (orso) è l’equivalente del celtico arth, del greco arto e del latino ursus.

Riksha è anche in generale una stella, ossia una luce (archis, dalla radice arch o ruch, “brillare” o “illuminare”). [12]

Sapta Riksha è la dimora dei sette Rishi, ossia dei sette veggenti, dei sette illuminati della tradizione vedica.

Paolo Diacono, nella sua famosa Historia Langobardorum, parla di sette saggi che dormono in una caverna a nord del mondo. “Nell’estremo lembo della Germania, a tramontana e proprio sulle rive dell’oceano, si può vedere un antro sovrastato da una rupe, e lì, non si sa da quanto tempo, sette uomini dormono immersi in un lungo sonno: così integri non solo nei corpi, ma anche nelle vesti, e da si lungo volgere d’anni, da essere diventati oggetto di venerazione per quelle genti incolte e barbare”. [13]

 Nella Terra delle Luci e degli eletti

Le “sette luci”, dunque, sono la dimora dei veggenti, anch’essi indicati come luce. Sette luci, Septem Triones, ossia un’immagine mitologica legata alla polare, legata ad Arcturus-Merlino-Gwyddyon, laddove gwydd significa sapienza e saggezza.

Il significato sottostante di Terra del Cinghiale e di Sapta Riksha è il medesimo, ossia quello di Terra delle Luci (rishi o vara, quindi eletti e illuminati), ma con una variazione del segno del potere. Al potere del saggio (Arcturus) si sostituisce quello del guerriero e il simbolismo passa dal cinghiale all’orso. Non a caso “per i Greci, la rivolta degli Kshatrya, ossia dei guerrieri, era raffigurata dalla caccia al cinghiale caledonio”. [14]

In un determinato periodo, fa notare Guénon, il nome di Sapta Riksha fu applicato non più all’Orsa maggiore, ma alle Pleiadi, con il passaggio da un simbolismo polare ad un simbolismo equinoziale, dove il tempo d’inizio è in Ariete. Il riferimento celeste si sposta dal Polo all’eclittica, ovvero dalle stelle polari a quelle zodiacali.

Possiamo a questo punto riprendere la leggenda di Artù.

Sotto gli occhi vigili di Merlino- Arcturus, si passa da un periodo di attenzione alle stelle (religione stellare) con la stella polare Kappa Draconis, ad uno di attenzione al Sole (Igraine) che partorisce Artù, l’Orsa (cambia la stella polare).

La religione solare, indoeuropea, vede il predominio della classe guerriera. In un secondo periodo, sempre sotto lo sguardo vigile di Merlino-Arcturus, guardiano dei Sette Buoi (Septem Triones) si arriva al passaggio da una visione polare ad una visione equinoziale (lo zoadiaco, ovvero la Tavola Rotonda), con lo spostamento del riferimento del cielo dal polo all’eclittica e in Ariete. Cambiano i riferimenti, ma non Merlino, il Guardiano.

“All’origine – scrive Guénon – l’autorità spirituale e il potere temporale non erano separati come due funzioni differenziate, ma uniti nel loro principio comune, e si ritrova ancora un vestigio di quest’unione nel nome stesso dei druidi (dru-vid, «forza-saggezza»)…”.[15]

Merlino-Arcturus-Gwyddyon, in questo contesto, pare essere l’unico elemento di continuità, una sorta di luce fissa, immobile, un riferimento che non muta.

La costellazione di Boote, dunque, e la stella Arcturus sono di particolare interesse e il loro ruolo nell’antichità andrebbe ulteriormente indagato.

Il mito delle Fenice in Egitto e nell’Edda norrena

Jean Sylvaine Bailly (1736-1793)[16] cita il mito della Fenice presente sia in Egitto, sia nell’Edda poetica. Petto color del fuoco e ali azzurro cielo, la fenice eddica vive 300 giorni e per 65 è nella sua fase di ricostituzione del corpo, dopo la morte.

L’alternanza di 300 giorni di presenza e di 65 giorni di assenza del sole viene spiegata da Bailly come fenomeno che si presenta a 71° di latitudine, all’incirca all’estremità nord della Norvegia. Giano, divinità romana, tiene nella mano destra il numero 300 e il 65 in quella sinistra, inducendo a pensare ad una sua origine nordica. Borea, come s’è visto (supra) ha due volti. Nell’Edda Freia sottoscrive un contratto con Odino in base al quale il marito può assentarsi dal letto coniugale per 65 giorni all’anno a patto che sia presente negli altri 300. Il Mito di Proserpina, che risiede sei mesi sulla terra e sei negli inferi, farebbe pensare all’andamento annuale del nord. Ancora oggi nella Kamcakta si ha un anno di sei mesi di luce e sei di buio.

L’anno tripartito (tre periodi di quattro mesi) ci riporta alla leggenda di Adone, che doveva trascorrere, per volere di Giove, quattro mesi all’anno nell’Olimpo, quattro con Venere e quattro con Persefone. Bailly riferisce la tripartizione dell’anno alla latitudine di 79°.

“La naturale conclusione – scrive Joschelyn Godwin – fu che queste disparate leggende serbavano la memoria razziale di un’origine nel lontano Nord e di una graduale migrazione a Sud”.[17]

William F. Warren, (Paradise Found, 1885) ritiene che la culla della razza umana sia il Polo Nord.

Bal Gangadhar Tilak (1856-1920) scrive di una dimora originaria artica dell’umanità. “Gli antichi testi indù, nell’interpretazione che ne fornì Tilak, indicano inequivocabilmente un “regno degli dèi” dove il Sole sorgeva e tramontava una volta l’anno, dimostrando quanto meno che i loro autori erano in grado di comprendere le condizioni astronomiche tipiche del Polo Nord”. [18]

Nei Purana indù la terra iperborea è detta “l’isola Bianca” ed ha un centro mitico nel monte Meru, dal quale scorrono 4 fiumi tutti derivanti dal Gange celeste che sgorga ai piedi di Vishnu, nei pressi della Stella Polare.

Nel mito dei Tuatha Dé Danann ci sono quattro città, le quattro città mitiche sedi della Conoscenza e dei Saggi del Nord. Siamo a Tir na n’Og e le quattro città sono: Falias (di Fal – siepe e sovranità); Gorias (di Gor – fuoco); Finias (di Fin – bianco); Murias (di Mur – acqua). Da Falias proviene la Pietra di Fal, che riconosce la sovranità del re; da Gorias la lancia di Lug; da Finias la spada di Nuada e da Murias il Calderone del Dagda. Qui i Tuatha De Danann sono stati educati da quattro Druidi o uomini saggi: Morias, Urias, Arias, Senias (in altre versioni: Morfesa a Falias, Esras a Gorias, Senias a Murias e Uiscias a Findias).

Un centro, quattro fiumi, quattro città. Lo schema è molto simile.

Pitea di Marsiglia, geografo greco, tra il 340 e il 285 a.C. (la data esatta è sconosciuta) compì un viaggio a Nord, disegnando una mappa dei luoghi visitati e notando che il giorno più lungo della Bretagna (questo il nome che Pitea ha assegnato a quei luoghi) era di 19 ore, “fatto che dimostra che aveva raggiunto le Shetland settentrionali”.[19]

Il 19 è un numero importante, ai nostri fini, in quanto è legato all’Apollo iperboreo, che viene assimilato a Lug, divinità dei Tuatha de Danann ed è anche il ciclo di Metone, che raccorda il ciclo lunare a quello solare.

“A dire la verità – scrive Ward Rutherford – Apollo è un misterioso ultimo venuto nel pantheon greco e una delle tante storie sulle sue origini è che la sua provenienza fosse celtica”.[20] Riguardo ad Apollo v’è anche un rimando ad Angus Oc – Oengus mac Oc (il tempo), figlio di Brighit e del Dagda. Le forme Aplun e Ablun riconducono alla mela (a appfel in tedesco, apple in inglese, Avalon, l’isola delle mele), laddove “la mela è un frutto caratteristico dell’antico Neolitico europeo e in determinati miti europei, greci, celtici, ma anche germanici, sono presenti le mele dell’immortalità: ne consegue che i portatori delle lingue indoeuropee dovettero scoprire nell’Europa centrale questo frutto e i miti ad adesso legati, integrandoli così nel proprio materiale mitico”.[21]

“Secondo Diodoro Siculo, storico greco del I secolo a. C. Ecateo, – scrive Kruta – avrebbe collocato il paese degli Iperborei al di là delle terre abitate dai Celti, in un’isola oceanica grande quanto la Sicilia. Un santuario monumentale di forma circolare vi sarebbe dedicato ad Apollo, il dio maggiormente venerato e vi si svolgerebbero grandi feste ogni 19 anni all’equinozio di primavera, periodo ciclico alla fine del quale si può stabilire la concordanza fra anno lunare e anno solare. E’ possibile che tali dati sui leggendari Iperborei, apparentemente inediti, fossero la lontana eco di informazioni sulla situazione della Britannia, sulle preoccupazioni astronomiche e calendariali delle popolazioni locali che portarono all’erezione di monumenti ciclopici, come il cerchio megalitico di Stonehenge”.[22]

Apollo è identificato con il sole e con la luce. Nel tempio di Nemrut-Dag ci sono iscrizioni del primo secolo avanti Cristo che lo associano a Mithra ( Saturnalia, Macrobio). La patria di Apollo è “la terra del sole”, la mitica Thule degli iperborei. Ad Apollo era associato il corvo.

Apollo e Mithra divinità polari

Divinità iperboree sono l’Apollo iperboreo per i Greci (assimilato ad Horus) e Mithra, ma Mithra non è il sole. Helios, infatti, lo chiama ad uccidere il toro.
Mithra, nel rituale mitraico che ci è pervenuto attraverso la testimonianza di molti mitrei, è mostrato mentre tiene in mano qualcosa che assomiglia ad una spalla o ad una zampa di animale. La spalla del toro (o coscia del toro), se la riportiamo allo zodiaco di Denderah, indica Mithra come un dio polare, in quanto la coscia del toro è simbolo dell’Orsa maggiore (a proposito della quale nel rituale è detto: “Questa è l’Orsa che muove e fa girare il cielo”). Mithra è dunque un dio polare che viene chiamato dal Sole a stabilire il passaggio dell’era dal Toro a quella dell’Ariete.
Ad un certo punto del rituale mitraico appaiono sette dei, che sono chiamati “I Signori polari del cielo”, come i Sette Rishi, antichi saggi indù, innalzati al rango di costellazione.

Mithra è divinità polare, sol invictus in quanto non tramonta mai, e, dunque, stella polare o, forse stella di altre costellazioni.

Negli Oracoli caldaici non a caso si parla di due soli. C’è dunque un sole fonte della luce che non è il Sole (Helios) e del quale il Sole è figlio. Sirio? Aldebaran? Altro?

Plotino, di questo secondo sole, parla come di “quel sole del regno divino” che “è l’intelletto …. E subito dopo c’è l’anima, che dipende da esso e dimora finchè l’intelletto dimora. Quest’anima, confinando con questo sole [quello visibile, ossia il sole materiale] delimita mediante se stessa, e agisce come un interprete, collegando ciò che proviene da questo sole con il sole intelligibile e ciò che viene dal sole intelligibile con questo sole”.

Tuttavia, ben al di là di interpretazioni mistiche o metafisiche, il richiamo ai culti stellari contiene enigmi che sono ancora tutti da spiegare.

Dal Polo allo Zodiaco e dal 7 al 12

Il passaggio dal riferimento polare a quello solare e zodiacale comporta anche quello dal numero sette al numero dodici.

La fissazione definitiva dello zodiaco con 12 case come percorso del sole, porterà successivamente a molti simboli in base 12, tra i quali, ad esempio, quello assai noto della Tavola Rotonda (i dodici cavalieri con al centro Artù). Tuttavia, sappiamo che Artù non appartiene al 12, ma al 7, ossia alle sette stelle dell’Orsa. Il numero sette è infatti legato ai Septem Triones, i sette buoi di cui è guardiano Arcturus, al quale abbiamo già accennato a proposito del mito di Merlino.

Artù è inscindibile da Merlino, così come la regalità celtica era inscindibile dalla saggezza sacra dei Druidi e la regalità faraonica era essa stessa sacra.

Il tema sottostante non è la teocrazia, ma una regalità che trova la sua legittimazione nel rapporto con la sacralità della Natura, Dea Madre Cosmica Universale e con le sue regole, nel patto con la terra e con il popolo o nell’osservanza dell’ordine celeste e terrestre di Maat. Un ordine ancora una volta naturale.

Merlino è il guardiano della regalità celtica, come Thoth, il paredro di Maat lo è della regalità egizia.

Il 7 è un numero chiave nella tradizione egizia e riguarda, in modo particolare, assieme all’11 la dimensionalità della piramide di Cheope.

Il segreto di Aldebaran, il Sacro Occhio di Horus

 Una leggenda vedica antica narra che l’innocente Rohini (Aldebaran, la Stella dell’Ascesa, il Sacro Occhio di Horus) è inseguita dall’infame Prajapati (Orione) che è fermato dalla freccia (cintura) scagliata da Sirio.

Giuseppe Acerbi, nella prefazione a Orione di Tilak, sostiene che gli asterismi di Orione e Aldebaran, nella loro mitologia, celano un segreto cosmologico; l’origine effettiva del Kaliyuga, al di là della cronologia offerta tradizionalmente (3.102 a. C. ).

Aldebaran, oltre ad essere associato a Belenus è il Sacro Occhio di Horus (vedi l’articolo: “Il Sacro Occhio di Horsu l’Antico e la Stella dell’ascesa”).

Prajapati, dio del sole e della fertilità, in quanto Padre degli esseri temporali (ossia del mondo manifesto) è temporale nella sua paternità, è detto rishya e sia rishya, sia rohit hanno il significato di cervide. Prajapati ha assunto la forma di un cervide. La stella Sirio custodisce Prajapati sotto forma di Orione, ovvero di testa di antilope. Orione è dunque la testa del cervo. Prajapati è il dio disperso e in quanto disperso manifestato nella molteplicità e Orione, nella leggenda è la Testa.

I tre principali elementi delle leggende vediche sono: amore, freccia, decapitazione.

Il cervo e la Testa ci riportano ad elementi essenziali della mitologia connessa con il Dio Cornuto. Il Dio Cervo, Karn, dove la radice KRN indica contemporaneamente la pietra e le corna, associando inestricabilmente la Dea Madre al Dio Cornuto.

 

Con i miti si entra in un universo intelligente e problematico

Infine, e non certamente per concludere, ricordo che Karl Popper, in una lezione dal titolo: “Considerazioni di un realista sul problema del corpo-mente” scrive. “Queste favole, o storie o miti sono anche le originarie spiegazioni teoriche. Gli inizi della scienza presso i Greci risalgono a Omero e a Esiodo; gli inizi dell’arte, i dipinti in grotte preistoriche di caccia e di animali sono storie magiche; l’arte egiziana e quella assira sono in gran parte illustrazioni di storie o illustrazioni della storia di quell’epoca. E’ così che si arriva allo sviluppo di un mondo 3”. [23]

E che cosa sia il mondo 3 Popper ce lo dice in questo modo. “Con «mondo 3» intendo, più o meno, il mondo dei prodotti delle menti umane”. [24]Un mondo dotato di realtà e di autonomia, che interagisce con il mondo fisico e con il mondo psichico.

Studiare con sguardo critico e attento i miti è accostarsi alle originarie spiegazioni teoriche, ma anche entrare nel mondo 3 nel quale si assiste al “sorgere autonomo di problemi non pensati” e ci si collega ad un “universo intelligente problematico”. [25]

 

©Silvano Danesi

[1] Jean Markale, Noveau Dictionaire de Mytologie Celtique – Pigmalion

[2] Karl.R.Popper, La conoscenza e il problema corpo-mente, Il Mulino

[3] Karl.R.Popper, La conoscenza e il problema corpo-mente, Il Mulino

[4] Jean Rainaud, L’esprit de la Gaule, Firne, Paris, 1864.

[5] Jean Markale, Merlin l’Enchanteur, Editions Albin Michel

[6] M.Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia

[7] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[8] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[9] René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[10] René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[11] Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[12] Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[13] Paolo Diacono, Storia dei longobardi, Tea

[14] Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[15] René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi

[16] Le citazioni di Bailly sono di Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[17] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[18] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[19] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee

[20] Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea

[21] Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea

[22] Venceslav Kruta, La grande storia dei Celti,. Newton Compton

[23] Karl Popper, Considerazioni di un realista sul problema corpo-mente, in Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza, la storia e la politica, Rusconi

[24] Karl Popper, La conoscenza e il problema corpo-mente, Il Mulino

[25] Karl Popper, La conoscenza e il problema corpo-mente, Il Mulino