di Matteo Passeri

I Sabei di Harran – 1° parte

I – La città dei pagani

Gli Harraniani furono accusati di essere dediti al culto di Bath Nikkal, figlia di Nikkal, del ”sole e della luna”; per Iacopo, vescovo di Sarug, l’errore di Harran era il “culto di Sin, del Baal dei cieli (Baalshamen) e del figlio del Risplendente (Bar Nemre)”, ed al culto delle fonti d’acqua. Isacco di Antiochia denuncia una colonia di Harran presso Nibis in cui sarebbero proseguiti gli errori della città madre “scambiando Dio per il Sole”, “venerando il Sole e la Luna”, “sacrificando a ‘Uzzai con i be- duini”.

Lo storico IBN al – Kalbi afferma che la religione praticata ad Harran è essenzialmente identica a quella degli antichi Caldei, depositari della tradizione astrologica babilonese, e in effetti la forte so- miglianza ha indotto molti a confondere tra Caldei e Harraniani[1].

Si racconta di un pellegrinaggio da parte dei sacerdoti di Harran, che usavano recarsi presso la grande piramide di Giza in coincidenza con il solstizio invernale. Qualcuno spiega il viaggio con rife- rimento al culto cosmogonico che avrebbe influenzato anche la costruzione della grande piramide, altri ritengono che si trattasse di un pellegrinaggio verso il luogo di sepoltura di Hermes (Thot), che i Sabei di Harran dichiararono essere loro profeta.

La sua strenua resistenza all’indottrinamento cristiano le valse il titolo di Hellenon Polis, o “pagano- rum civitatis” o, presso i Siri, “Mdi(n)thà-dh-hanpàyè”, ossia, per tutti, era: “la città dei pagani”[2].

Singolari sono anche le case di argilla tipiche di Harran, dalla inconfondibile forma conica e cubica, alte circa 5 metri, che per alcuni sarebbero una conferma del fatto che qui esistesse anche una scuola pitagorica, o che comunque Pitagora fosse ben conosciuto. Lo testimonia anche la credenza nella reincarnazione, tipica della dottrina pitagorica. Vista l’ideale posizione di ponte di questa loca- lità (sul piano geografico e culturale) tra Grecia ed Egitto, la cosa pare piuttosto probabile.

Ciò che sorprende e affascina chi ne ripercorre la storia è la tenacia con cui Harran seppe resistere per molti secoli alle pressioni ed ai condizionamenti che la circondavano, apparendo essa come un’isola tra il mondo cristiano e quello arabo. Due religioni monoteiste che, in nome dell’unico Dio, avevano spazzato via in pochi decenni le varie forme di paganesimo, senza tuttavia preoccuparsi ed occuparsi, per qualche motivo che non è dato conoscere, della “città dei pagani”, Harran, principale luogo di culto stellare da secoli se non da millenni, se si pensa alla vicina Gobelki Tepe.

Non sorprende quindi che siano in molti a ritenere che qui, nella scuola di Harran, furono scritti la tavola smeraldina e, soprattutto, il Gāyat-al-hakīm, letteralmente “il fine del saggio”, opera che, tradotta in spagnolo, prese il nome di “Picatrix”, e da Toledo approdò nella Provenza del XII secolo che con la Spagna islamica manteneva stretti rapporti culturali, per poi diffondersi nel resto dell’oc- cidente. In Italia il Picatrix influenzò l’opera di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Qualcuno ri- tiene che Harran possa avere ispirato la descrizione della città utopica di Adocentyn contenuta nel Picatrix.

Ciò che sorprende e affascina chi ne ripercorre la storia è la tenacia con cui Harran seppe resistere per molti secoli alle pressioni ed ai condizionamenti che la circondavano, apparendo essa come un’isola tra il mondo cristiano e quello arabo. Due religioni monoteiste che, in nome dell’unico Dio, avevano spazzato via in pochi decenni le varie forme di paganesimo, senza tuttavia preoccuparsi ed occuparsi, per qualche motivo che non è dato conoscere, della “città dei pagani”, Harran, principale luogo di culto stellare da secoli se non da millenni, se si pensa alla vicina Gobelki Tepe.

Non sorprende quindi che siano in molti a ritenere che qui, nella scuola di Harran, furono scritti la tavola smeraldina e, soprattutto, il Gāyat-al-hakīm, letteralmente “il fine del saggio”, opera che, tradotta in spagnolo, prese il nome di “Picatrix”, e da Toledo approdò nella Provenza del XII secolo che con la Spagna islamica manteneva stretti rapporti culturali, per poi diffondersi nel resto dell’oc- cidente. In Italia il Picatrix influenzò l’opera di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Qualcuno ri- tiene che Harran possa avere ispirato la descrizione della città utopica di Adocentyn contenuta nel Picatrix.

Singolari sono anche le case di argilla tipiche di Harran, dalla inconfondibile forma conica e cubica, alte circa 5 metri, che per alcuni sarebbero una conferma del fatto che qui esistesse anche una scuola pitagorica, o che comunque Pitagora fosse ben conosciuto. Lo testimonia anche la credenza nella reincarnazione, tipica della dottrina pitagorica. Vista l’ideale posizione di ponte di questa loca- lità (sul piano geografico e culturale) tra Grecia ed Egitto, la cosa pare piuttosto probabile.

In verità esiste un racconto, o forse sarebbe meglio dire una leggenda, per giustificare il privilegio di cui Harran potè godere: è infatti scritto nel “Fihirst” (Ibn – al – Nadim, X sec.), e riportato da nume- rosi autori, che nell’anno 833 d.C.: il califfo abbaside al-Ma’mun, passando da Harran durante una missione militare, si trovò con sua sorpresa al cospetto di una comunità pagana, fatto inaccettabile. Quindi, chiese agli abitanti della città di scegliere una religione del libro cui convertirsi, dando loro tempo per pensarci sino al suo ritorno. Lo aspettava però una sorpresa: gli Harraniani infatti si pro- fessarono “Sabei”, e indicarono Hermes (Idris, nel Corano, Thot per gli egizi) come loro profeta e le sue opere come sacre scritture. I Sabei sono più volte indicati nel Corano come la quarta religione del libro.

Il mistero circonda da sempre i Sabei, e ancora oggi gli studiosi sono divisi su tutto, dall’origine eti- mologia del nome, alla loro provenienza. Si litiga persino sulla coincidenza dei Sabei citati nel Corano e quelli di Harran (i “falsi” Sabei). Secondo l’egittologo Selim Hassan, il nome Sabei deriva dall’antica parola egizia Saba’a che significa stella, e saba’ia significherebbe “popolo delle stelle”. Il culto stel- lare praticato ad Harran rende l’ipotesi plausibile. L’Assirian Dictionary della Chicago University ri- porta invece questa definizione della voce lessicale accadica Sàbu: “gruppo di persone, truppa di soldati, esercito, popolo, popolazione; dall’antico accadico in poi usato principalmente come nome collettivo”. In greco antico Il verbo ”sébomai” (la cui radice potrebbe affondare in area semitica) significa “servire, adorare Dio”. Se poi consideriamo che Sabei e Nazorei sarebbero la stessa cosa, troviamo un altro spunto di riflessione nel fatto che in ebraico nozrim significa: “guardiano”. I Sabei di Harran sarebbero dunque gli adoratori, i difensori e i guardiani dell’antico culto stellare?

In molti poi (ma anche questa è una teoria che fa discutere) ritengono che i Sabei di Harran coinci- dono con l’antica setta gnostica, orientata verso la filosofia pitagorica, conosciuta anche sotto il nome di “ Mandei” (da “manda”, che in aramaico significa gnosi).

Il famoso al-Bīrūnī[3], citato da Lady Drower[4], scrisse che Zoroastro apparteneva alla comunità di Harran e che i Sabei di Harran appartenevano alle tribù ebraiche che restarono in Babilonia quando, ai tempi di Ciro, le altre tribù lasciarono quel regno. Altri autori, più recenti, ritengono che, dopo la sconfitta giudaica nella guerra del 66-70 contro i romani, e probabilmente anche a seguito della contemporanea persecuzione religiosa, i mandei superstiti si spostarono sempre più ad est, sino ad approdare alla città di Harran, dove preso appunto il nome di Sabei con cui sono conosciuti nel Corano e con cui ancora oggi sono chiamati dai musulmani. Infine, dopo la distruzione di Harran, i Mandei/Sabei si sarebbero rifugiati, per sfuggire all’ennesima persecuzione, in Iraq ove vivrebbero ancora oggi gli ultimi seguaci, fatti oggetto peraltro, a loro volta, di recenti persecuzioni ad opera di Saddam Hussein.

Sicuramente il culto delle stelle e lo studio dei pianeti e della loro influenza, rende perfettamente compatibili Mandei e Sabei di Harran. Eredi dello gnosticismo egiziano da un lato, della tradizione astrologica babilonese dall’altro, i Mandei furono conosciuti per una serie di culti pagani, riti divina- tori, pratiche sacrificali, ma soprattutto per il loro culto astrale. Il rito principale dei Mandei è l’im- mersione nell’acqua corrente. Si noti che s-b-‘ (sba – radice siriaca) sta appunto ad indicare l’immer- sione rituale in acqua e “subba”, è una forma colloquiale per indicare l’immersione battesimale, sicchè l’etimolgia del termine “Sabei” potrebbe derivare anche da questa pratica, e convaliderebbe la sovrapposizione tra Sabei e Mandei.

I primi rapporti sui mandei furono portati in Europa dai monaci portoghesi, che si riferirono ad essi come ai Discepoli di Giovanni Battista (Mendayye Yaya). Da quel momento in poi ci si riferì nei testi della Chiesa come ai Cristiani di San Giovanni, definizione impropria secondo il credo mandeo che non contempla il ruolo messianico di Gesù, e peraltro ritiene di essere preesistente alla cristianità e persino al Battista, ritenuto non il fondatore, ma il più grande dei Maestri della loro famiglia spiri- tuale. Si riferiscono tuttora a loro stessi non solo come mandei, che significa “gnostici” in aramaico, ma anche come “nasurai” o “nazareni”.

La religione Mandea è stata definita l’ultima religione gnostica; sopravvivendo a quasi duemila anni di persecuzione da parte di tutte le altre religioni abramitiche, è giunta fino a noi, autentico fossile vivente di una tradizione “gnostica-cristiana” coeva ed alternativa al cattolicesimo. Mario Pincherle nel suo saggio intitolato “Mandei, Atlantidei tra Noi”, definisce il mandeismo come l’unica setta atlantidea ancora esistente al mondo. Di loro si occupano anche René Guénon (nel suo: “Il Re del Mondo”) e Helena Petrovna Blavatsky che, nel suo “Glossario Teosofico”, scrive: “I moderni Sabei, i Mandei, i cui riti religiosi notturni, al cospetto delle stelle silenziose, sono stati descritti da diversi viaggiatori, hanno ancora conservato i semplici riti battesimali dei loro lontani antenati da lungo tempo dimenticati, cioè gli Iniziati Caldei. La loro religione consiste di molteplici battesimi, di sette purificazioni nel nome dei sette reggitori planetari, i “Sette Angeli della Presenza” della Chiesa Cat- tolica Romana. I Battisti Protestanti non sono altro che una pallida imitazione della El Mogtasila o Nazareni che praticano i loro riti Gnostici nei deserti dell’Asia Minore

Le loro idee sull’universo, la creazione e gli dei sono di matrice chiaramente gnostiche. Essi credono in una gerarchia di dei e semidei, maschi e femmine, con una netta divisione tra gli spiriti della luce e quelli delle tenebre. Non hanno radici giudaiche ma affermano di provenire dall’Egitto. Uno dei loro testi sacri afferma: “il popolo d’Egitto aveva la nostra religione”. Sostengono che la loro reli- gione è nata nella misteriosa regione montana ricordata come Tura d’Madai, da un popolo venuto dall’Egitto, al tempo di Mosè, considerato un nemico. E in effetti per i Mandei – Sabei Ptahil è il Demiurgo, figlio di Abatur, e rappresenta l’ultimo livello dello spirito (luce) prima dell’immersione nella materia. Ed è evidente la somiglianza e l’assonanza con la divinità egizia Ptah. Anche le ceri- monie funebri sarebbero molto simili a quelle degli antichi egizi; è fatto divieto di piangere e strap- parsi i capelli in quanto si ritiene che tali gesti trattengano l’anima del defunto impedendole di in- traprendere il proprio viaggio. L’anima (nisimta) si stacca dal corpo il terzo giorno e inizia la risalita, che dura 45 giorni, favorita da un aiutante celeste (adiaura). I veri inziati sono detti nasuraiia, “coloro che posseggono la nasiruta”, ossia la conoscenza dei grandi misteri. Non solo la religione mandea precederebbe le altre religione monoteiste, ma in misura diversa le avrebbe influenzate.

Sono molti i collegamenti con l’antico Egitto. Il dio della luna Sin (venerato in special modo in Babi- lonia e a Harran) e il dio egizio della luna Thot (che è allo stesso tempo venerato come profeta dai Mandei), hanno caratteristiche talmente simili che l’egittologo Sir Wallis Budge affermò: “La somi- glianza tra i due Dei è troppo forte per essere accidentale…sarebbe sbagliato ritenere che gli egizi lo mutuarono dai sumeri o i sumeri dagli egizi, ma si potrebbe avanzare l’ipotesi che le classi colte di entrambi i popoli acquisirono i sistemi teologici da una fonte comune ma estremamente antica”. E il pensiero va ai costruttori di Gobelki Tepe. “Nel 1907 in Egitto venne innalzato il livello della diga di Assuan nel sud del Paese inondando ettari di terreno in cui si trovavano molte necropoli nubiane. lo studioso Sir Grafton Elliott Smith riuscì a prelevare alcune mummie e dopo averle esaminate riscon- trò una grande differenza dalle caratteristiche antropomorfiche degli abitanti della Nubia o del resto dell’Egitto, perchè la forma del cranio era diversa, la statura non era di molto maggiore, ma il naso era molto più stretto, più lungo ed appuntito, si trattava di persone di etnia “caucasica” ed erano bianchi di pelle e biondi di capigliatura. Questo bastò ad Elliott Smith per concludere che quell’etnia nordica, probabilmente, come diceva Flinders Petrie, proveniente dalla Mesopotamia, doveva essere quella dei fondatori della civiltà egizia[5]. E il pensiero, nuovamente, va ai costruttori di Gobelki Tepe.

Taluni rituali mandei fanno pensare a macabri sacrifici. Tra questi, viene riferito un rituale che pre- vedeva, una volta l’anno, la cattura di alcuni giovani, di capelli e carnagione rossa. Dopo un periodo di preparazione venivano sacrificati e veniva loro mozzata la testa. Perché venivano ricercati giovani dai capelli e dalla carnagione rossa? Di figli dai capelli fulvi si parla anche nella Bibbia, e tale tratto caratterizzava la stirpe di Jafet, considerato l’antenato degli europei e della razza caucasica, cui forse apparteneva anche il patriarca Abramo, che con Harran presentava uno stretto collegamento. Ma il colore rosso caratterizzava anche i famosi Hyksos, noti anche come ‘Popoli del Mare’, dediti al culto di Seth. E lo stesso Seth era stato adottato dai Sabei come uno dei profeti di riferimento. Siamo al cospetto del culto della testa, già presente sei mila anni prima a Gobelki Tepe? Il fatto di ricercare, per la celebrazione del rito, giovani dai capelli rossi, come rosso era il colore degli antenati, poteva significare il tentativo di fare tornare il Dio in terra?

Tra i profeti dei Sabei, oltre a Hermes e a Seth, vi sono anche Orfeo e – soprattutto – San Giovanni il battista. Accomunati dal fatto che fu loro tagliata la testa e che questa continuò ad essere venerata.

E’ probabile, se non certo, che i cavalieri templari entrarono in contatto con i Sabei di Harran, anche conosciuti come i Cristiani di San Giovanni appunto per la loro devozione verso il “battezzatore”, di cui Gesù era considerato un discepolo. Anche i Templari adottarono come loro patrono San Gio- vanni, e tale “devozione” è passata anche nella massoneria. E’ possibile che abbiano ereditato anche il culto della testa? E che, come è stato scritto, il famoso Bafometto altro non fosse se non la testa di San Giovanni? “Bafometto” potrebbe, come è stato ipotizzato, essere la deformazione del ter- mine arabo “Abu-al-fihamat”, che significa “padre della Conoscenza”. E la sede della conoscenza era la testa.

Dall’Anatolia l’eresia gnostica dei Sabei di Harran si diffonde nei Balcani, dove arriva con il nome di “paulicianesimo”. Il monaco Bogumil diffonde il messaggio gnostico prima in Bulgaria (da qui il nome “bogomili” assunto dai seguaci) e poi in Serbia e Bosnia. Quindi si estende in Italia dove assume il nome di patarismo e nel sud della Francia (Provenza e Linguadoca), dove il fenomeno assume grande rilievo con il nome di catarismo. I rapporti tra le due eresie, quella dei bogomili e dei catari risulta evidente dal confronto delle due dottrine e trova conferma nell’esistenza di un vangelo bogomila, il Libro di Giovanni evangelista, che viene portato a Carcassonne nel 1190 e adottato dai catari. Il primo Concilio dei catari del 1167 a Saint-Felix de Caraman, ora chiamato Saint-Félix-Lauragais (To- losa) fu presieduto dal pop Niceta, “vescovo bogomilo” arrivato da Dragovica.

Quando Papa Innocenzo III scatenò la crociata contro i Catari, il monaco cistercense Bernardo de Clairvaux, che pure aveva assecondato quella in Terra Santa, vi si oppose con forza. I Templari, che nel corso del loro soggiorno in Terra Santa erano sicuramente venuti in contatto con i Sabei, e che proprio da Bernardo de Clairvaux presero le regole del proprio ordine, si rifiutarono di prendere parte alla crociata contro i catari. Secondo Andrew Sinclair[6]la maggior parte dei cavalieri sfuggiti al massacro vennero accolti nell’Ordine militare del Tempio di Salomone”. Secondo Arthur Guirdham “un gran numero di cavalieri templari veniva reclutato dalla Linguadoca. A metà del XIII secolo vi fu un afflusso di reclute quando le guerre contro gli albigesi erano ormai terminate a tutti gli effetti[7]. La gnosi dei Sabei, attraverso i Catari e i Templari, sopravvive all’interno della massoneria?

II – La città dei filosofi

Esistono molte testimonianze del fatto che, dopo la distruzione del tempio di Serapide ad Alessandria, nel 391 d.c., quel che rimane della scuola neo platonica si trasferisce a Harran[8]. Un altro flusso verso Harran si sarebbe registrato a seguito della chiusura dell’Academia platonica di Atene ad opera di Giu- stiniano nel 529: a Damascio, Marino, Prisciano Lido, Simplicio e gli altri non restò allora che cercare un porto sicuro per poter proseguire nei loro studi e nei loro insegnamenti. Quale luogo migliore della “città dei pagani”?. L’Academia sarebbe dunque sorta nuovamente ad Harran, con il nome di “scuola di Har- ran”. A riprova dell’influenza del neoplatonismo presso la scuola di Harran, viene spesso citato il motto platonico che campeggiava sul tempio della città: “chi conosce se stesso è deificato”. Al-Ma’Sudi, storico e geografo arabo del IX secolo, riferisce di avere visitato e visto personalmente due iscrizioni platoniche in carattere siriaco ad Harran: una è quella citata, l’altra recita: “l’uomo è una pianta celeste con la radice rivolta verso il cielo.” E’ assai probabile, come scrive Tardieu, che i Commentari di Simplicio su Aristotele, Epitteto ed Euclide siano stati composti qui; che sempre qui siano state scritte da Prisciano le Solutiones.

Il Neoplatonismo trova a Harran un terreno fertile, e numerosi punti di contatto con il culto stellare da sempre praticato, e la gnosi dei Sabei. Harran raccoglie l’eredità del pensiero greco (Pitagora e Platone su tutti), e la fonde con la tradizione ermetica, irradiando il frutto di un tale sincretismo verso l’Islam, e quindi – tramite quest’ultimo – verso l’occidente, dove trovò terreno particolarmente fertile nella Pro- venza del XII secolo.

Epilogo

Sicuramente, come detto, Harran fu un centro di grande sincretismo, una comunità di iniziati custodi di una scienza antica, capace di fondere diverse tradizioni: da quella, più antica, legata alla religione primordiale, ossia al culto delle stelle, a quella gnostica, a quella pitagorica e platonica, a quella ermetica.

Secondo Massignon “il romanzo sincretistico dei Sabei” giocò all’interno del mondo islamico medievale lo stesso ruolo che, in età moderna, svolse il movimento dei Rosacroce in rapporto alla Massoneria[9].

Alla scuola di Harran si forma l’élite della cultura araba tra il IX e l’ XI secolo, specie nel campo dell’astrologia. Tra gli autori più importanti legati alla scuola di Harran vi sono l’astrologo Thabit ben Kourrah al-Harrani, nato in Harran nell’anno 836, e l’astrologo e matematico Albategnius (Nonnina Abdallah Mohammed ibn Djabir al-Battanî al-Harrani al Sabi) Al-Battani, nato in Harran nell’anno 858.

Si tratta di un “brodo” culturale che non ha eguali, se non nella Francia del Sud (Provenza, Lingua- doca) del XII secolo.

Nel 1259 la città di Harran venne distrutta e rasa al suolo dai mongoli . Gli abitanti superstiti ripara- rono nelle vicine città di Mardin, Edessa e Mosul, che offrivano migliori opportunità di difesa. Ma già nel XII Secolo veniva decretata la definitiva chiusura della scuola di Harran. Nello stesso periodo in Francia si affermava la Scuola di Chartres, principale interprete della scolastica medievale e della scuola neoplatonica. Lo spirito che anima la scuola di Chartres è uno spirito di curiosità, d’osserva- zione, e di libera investigazione, alimentato dalla scienza greco-araba. Una scienza che a sua volta è fortemente debitrice alla scuola di Harran. Sicché non è azzardato pensare ad un passaggio di testi- mone, dalla scuola di Harran alla scuola di Chartres. nel quarto secolo la scuola neo platonica (ed in genere il libero pensiero) si sposta da Alessandria a Harran; nel XII secolo la scuola di Harran chiude e apre la scuola di Chartres.

Bernardo di Chartres, l’esponente più in vista della scuola di Chartres, viene ricordato anche per il celebre aforisma: “siamo nani sulle spalle dei giganti”. Ma l’aforisma non è suo; lo riprende da Prisciano di Cesarea (512 – 527 d.C), filoso neo platonico che ha insegnato alla scuola di Harran. Resta una domanda: chi sono i giganti?

[1] Cfr., ad es., Al –Khwarizmimi, “mafatih al-culùm”, ed. Van Vloten, p.36: “i Caldei sono coloro che sono chiamati Sabei e Harraniani”

[2] “Religioni e Civiltà: scritti in memoria di Angelo Brelich”, promossi dall’Università degli studi di Roma, edizioni Dedalo, 1982. Vi si cita un passaggio di C.A. Nallino, tratto da “raccolta di scritti”, Roma. Vedi anche Chwolson, I, pag. 438.

[3] Abū al-Rayḥān Muḥammad ibn Aḥmad al-Bīrūnī (Corasmia, 5 settembre 973 – Ghazna, 13 dicembre 1048) è stato un matematico, filosofo, scienziato e storico persiano, che diede cospicui contributi nei campi della matematica e dell’astronomia

[4] Drower, E. S. (Ethel Stefana), “The Mandaeans of Iraq and Iran; their cults, customs, magic, legends, and folklore”

[5] da: “Il Risveglio del Caduceo Dormiente: La vera genesi dell’Homo sapiens”, di Marco La Rosa

[6] Scrittore, storico e critico letterario nato ad Oxford, 21 gennaio 1935. Autore de: “The Sword and The Grail”

[7] Arthur Guirdham (1905) autore de: “The great heresy: the history and the beliefs of the cathars.

[8] René Guénon, “Il Re del mondo”, pag. 21. Ne sono convinti assertori anche Meyerhof e Tardieu

[9] CORBIN, trad. it. Torino 1983, pp. 52-53 nt. 9 e p. 55 nt. 41. Louis Massignon (Nogent-sur-Marne, 25 luglio 1883 – Parigi, 31 ottobre 1962) è stato un orientalista e teologo francese