di Matteo Passeri

Gobelki Tepe – Pianura di Harran – 9.500 A.C.

A Gobelki Tepe, a pochi Km dall’antica Harran (Turchia meridionale, vicino al confine con la Siria) nel 1960 una squadra di archeologi americani incuriositi dall’aspetto di una collina, e dall’abbon- dante presenza di selce, sicuro indice di un insediamento umano, inizia i primi scavi; che vengono però presto abbandonati in quanto il sito viene ritenuto sede soltanto di un cimitero di epoca medievale.

Nel 1994 il “solito” contadino, incuriosito dall’emergere di strane pietre, segnala il ritrovamento alle autorità locali, che a loro volta ricercano la collaborazione di una équipe tedesca che l’anno succes- sivo, sotto la direzione dell’archeologo Klaus Shmidt, inizia gli scavi veri e propri. Dirà l’archeologo: “ho capito subito che vi avrei trascorso il resto della mia vita”. Morirà nel luglio del 2014 ben lungi dall’avere portato a termine il suo lavoro.

Infatti, al momento, sono stati scavati sei recinti circolari, con un diametro dai 10 ai 30 metri, deli- mitati da pilastri a forma antropomorfa (TAU), alti dai 2 ai 7 metri e pesanti tra le 10 e le 15 tonnel- late. Indagini con il georadar hanno indicato la presenza di un’altra ventina di circoli, che racchiu- dono fino a otto pilastri ciascuno, per un totale di 200-250 pietre ancora sepolte nel terreno. Sulla maggior parte dei monoliti sono raffigurati diversi tipi di animali (serpenti, anatre, gru, tori, volpi, leoni, cinghiali, bovini, scorpioni e formiche), ma anche disegni astratti, elementi decorativi geome- trici e iscrizioni simboliche.

E’ dunque un sito archeologico di dimensioni enormi ma soprattutto è di gran lunga il più antico sinora scoperto. Il metodo di datazione mediante isotopi di carbonio suggerisce che la costruzione del complesso iniziò nel 9.500 anni fa. I complessi megalitici più antichi erano sinora ritenuti essere quelli di Malta e Gozo, risalenti al 3.500 a.c.. Si stima che la costruzione di Stonehange iniziò nel 3.000 a.C..

Gobelki Tepe, semplicemente, per gli storici e gli archeologi, non dovrebbe esistere. E’ chiaro che, alla luce di questi scavi, dovrà essere riscritta la storia dell’evoluzione della civiltà umana.

Anche il nome “Gobelki Tepe” è fortemente evocativo: è stato tradotto come “collina dell’ombelico” (altri hanno tradotto “collina panciuta”), che chiaramente richiama l’antica idea di “centro”, corri- spondente al greco “omphalòs”.

Certo è che sono in molti ad identificare in questa area l’eden biblico. Infatti, non solo ci troviamo nell’insediamento umano più antico sinora scoperto, non solo vi sono numerose coincidenze con il racconto biblico[1], ma vi sono anche i presupposti dal punto di vista ambientale. Doveva trattarsi di un’area verde e ricca di animali, in cui le condizioni di vita erano molto favorevoli, tanto da consen- tire il mantenimento delle centinaia di persone che negli anni lavorarono all’edificazione di questo enorme luogo di culto. Qui hanno avuto origine l’agricoltura, secondo i risultati della mappatura genetica del grano, e l’allevamento, stando all’esame dei depositi di ossa rinvenuti in loco.

Lo stesso Klaus Schidt si disse convinto di avere trovato l’Eden biblico: “la cosa incomprensibile è che, sempre attorno all’8.000 avanti Cristo, durante il passaggio all’agricoltura, Gobelki Tepe fu se- polto. Deliberatamente sepolto, intendo dire: non da una frana. Per qualche ragione, i cacciatori, gli ex cacciatori, decisero di seppellire il tempio. La terra che adesso stiamo rimuovendo dalle pietre è stata portata qua dagli uomini: queste colline sono artificiali. Il collegamento a questo punto è ine- vitabile e irresistibile. Un paradiso perduto, condizioni di vita idilliache e irrecuperabili, un terribile peccato originario, perfino un albero solitario. Può veramente esserci un legame fra Gobelki Tepe ed il racconto del giardino dell’Eden?”

Si ignora, ovviamente, chi abbia costruito i templi di Gobekli Tepe. Alcune figure di animali, come quelle delle gru dalle gambe quasi umane (ma anche serpenti, tori, leoni, volpi, cinghiali, scorpioni) suggerirono all’archeologo Klaus Shmidt che si trattasse di raffigurazioni fatte da sciamani, ed in effetti ricordano le pitture e le incisioni realizzate dagli sciamani nelle grotte franco-iberiche.

La costruzione di questo monumentale complesso è durata per centinaia di anni, ed è degno di nota il fatto che i pilastri più antichi sono anche quelli più finemente intagliati e decorati, mentre quelli successivi hanno una fattura via via più grossolana, come se fosse andata nel tempo perduta un’an- tica tecnica.

Un interrogativo che ci è posti è quale fosse lo scopo dei templi. Per Shmidt la funzione del tempio era legata al culto degli antenati ed ciclo morte – rinascita. Significativa in questo senso è anche la presenza di numerosi serpenti riprodotti nei bassorilievi. Le teorie più recenti, tuttavia, orientate anche dagli studi fatti su altri complessi megalitici che stanno venendo alla luce, convergono nel senso di considerare questi siti come veri e propri osservatori astronomici, ove praticare la religione primordiale, ossia il culto delle stelle.

Secondo il professor Giulio Magli del Politecnico di Milano, i pilastri megalitici di tre circoli sembre- rebbero essere allineati con il punto della levata eliaca di Sirio nel 9100 a.C., 8750 a.C. e 8300 a.C., mentre Martin Sweatman e Dimitrios Tsikritsis, ricercatori dell’Università di Edimburgo, nel 2017, hanno pubblicato su Mediterranean Archaeology and Archaeometry un’interessante interpreta- zione in chiave astronomica di alcuni disegni incisi sul pilastro 43, noto come il pilastro dell’avvoltoio, che ritengono essere degli asterismi, ossia la raffigurazione di antiche costellazioni. Attraverso un apposito software, chiamato Stellarium, ritengono di avere riscostruito la volta celeste quale si pre- sentava nel giorno del solstizio d’estate del 10.950 a.C., e le costellazioni risultane allineate in modo corrispondente alle figure zoomorfe tracciate sul pilastro.

Sweatman e Tsikritsis si spingono anche oltre, notando che tale data è incredibilmente vicina a quella suggerita da alcuni geologi per il cosiddetto evento del Dryas recente, periodo geologico pro- trattosi approssimativamente per 1.300 anni, caratterizzato da un notevole e brusco cambiamento climatico per il quale si è anche parlato di “miniglaciazione”, che secondo alcuni studiosi (ma non per la scienza “ufficiale”) sarebbe stata causata dall’impatto di un corpo celesta sulla superficie del pianeta. Ipotesi che sarebbe avvalorata da analisi geologiche e prove concrete quali, per esempio, la scoperta di sferule magnetiche, nanodiamanti e anomale abbondanze di elementi chimici rilevate nei carotaggi dei ghiacci risalenti a tale periodo. Alcune incisioni sui pilastri (come delle figure an- tropomorfe prive di testa) potrebbero essere la testimonianza lasciata da popolazioni antiche di questo evento catastrofico.

Un osservatorio, dunque, ma anche un posto in cui svolgere rituali, come fa pensare il sorprendente risultato dell’indagine archeoacustica condotta da Sb Research Group su uno dei recinti del sito: colpendo con la mano il pilastro centrale (recinto D, pilone n.18), che ha la tipica forma antropo- morfa a forma di Tau, e reca segni grafici all’altezza della gola, la pietra emette vibrazioni, con de- terminate frequenze in grado di modificare l’attività cerebrale, favorendo il raggiungimento dello stato di trance. Fenomeni simili sono stati riscontrati in altri siti megalitici, come l’ipogeo di Hal Saflieni a Malta. Lo stesso Team ha realizzato analoghi studi a Sogmatar, un altro sito archeologico, vicino a Gobelki Tepe, risalente al 2.500 a.c., con questi risultati: Abbiamo scoperto una interes- sante risonanza nella nicchia posta al centro della camera principale utilizzando un canto armonico con voce maschile 93Hz. Quando chi canta si ritrova esattamente nel nodo della frequenza, questo suono si espande in tutte le direzioni dell’edificio e può potenzialmente causare una forte sensazione emozionale sulle persone presenti nella sala principale. Per ottenere il migliore effetto e per evitare la schermatura del suono da un altro corpo, il cantante deve rimanere da solo nella nicchia. Poiché la nicchia è intagliata nella roccia senza la possibilità di modificare una conformazione erronea, sem- brerebbe che questo effetto sia stato cercato dai costruttori del tempio. La frequenza di risonanza misurata è paragonabile agli altri risultati ottenuti dal nostro gruppo di ricerca o altri ricercatori in Europa, in particolare nella gamma di frequenze comprese tra gli 80 e 140Hz che sono in grado di modificare l’attività cerebrale”[2]

Probabilmente vi si praticava anche il Culto della testa. E’ recente la pubblicazione di uno studio sui crani rinvenuti nel sito. Si tratta di un culto molto diffuso in varie epoche e presso diverse civiltà e popolazioni, che in qualche misura potrebbe essersi tramandato influenzando anche quella partico- lare forma di gnosticismo professata dai Mandei, i quali avranno nella vicina Harran la loro città sacra.

Harran: la città delle stelle, la città dei pagani, la città dei filosofi

I   – la città delle stelle

 L’antico culto stellare praticato a Gobelki Tepe non è scomparso ma, attraverso varie vie, spesso carsiche, e mutamenti di pelle, è arrivato fino a noi. A pochi chilometri dal sito archeologico di Go- belki Tepe sorge l’antica Harran (Kharrai in greco, Carrhae in latino, nella Genesi è indicata “Charan“, oggi ha preso il nome di Altinbasak), la “città delle stelle”.

Il nome “Harran” significa “ carovana, strada carovaniera”, ed in effetti la città era conosciuta già nel secondo millennio a.c. come una importante stazione carovaniera, posta su una strada di comu- nicazione strategica.

Nella Bibbia vi sono numerosi riferimenti alla città di Harran. Qui visse il padre di Abramo (Terach) e qui soggiornò a lungo lo stesso patriarca, che vi fece pure ritorno alla fine dei suoi giorni. Qui trovò rifugio suo figlio Isacco, per sfuggire all’ira del fratello Esaù. Il famoso episodio della scala di Gia- cobbe si svolge nella campagna fuori Harran. Stiamo dunque parlando di un centro di grande impor- tanza sin dall’antichità.

Lo storico e filosofo Ibn al-Kalbi (ricercatore della storia pre-islamica, vissuto nel secolo XIII, figura di grande rilievo presso il mondo arabo) attribuisce la fondazione di Charran a Noè; Yaqut (geografo e biografo siriano del XIII secolo) la indica invece come la prima città costruita dopo il diluvio, dalla discendenza di Noè[3].

Harran in questo modo pare porsi come una sorta di ponte tra la vecchia umanità ante diluvio, e la nuova umanità post diluvio. E in effetti avrà un ruolo importante nel custodire e trasmettere l’antica tradizione.

Harran è infatti da sempre conosciuta come il centro più importante in oriente per l’antico culto astrale, e considerata sacra da molte e diverse culture: le fonti raccontano dell’esistenza, in un’area del raggio di un chilometro, di templi dedicati al culto del sole, della luna, di Giove, di Venere, di Saturno e di Mercurio. Tutti i templi sarebbero stati orientati verso ovest. Vi si festeggiava l’equino- zio di autunno e si praticavano riti ed invocazioni legati agli spiriti planetari. I sette cancelli planetari della città erano dedicati ognuno a un diverso pianeta (Sole, luna – considerati alla stregua di pianeti

– Mercurio, Marte, Venere, Giove e Saturno), dotati di immagini magiche e talismani. Come la città di Adocentyn descritta nel Picatrix – la mitica città del Sole della tradizione ermetica – la città di Harran era modellata sulle influenze planetarie e di pianta circolare, con sette porte e un grande tempio posto al centro del sistema come il Sole al centro dell’universo.

Il grande storico Persiano Mas’udi[4], considerato l’Erodoto arabo, scrisse “I templi Sabei di Harran erano consacrati alle sostanze intellettuali e agli astri (rappresentano “stati differenti di pensiero o coscienza”). Alcuni di questi templi furono chiamati il “tempio della Causa prima” o il “tempio della Ragione”… Inoltre, i Sabei avevano il tempio dell’Autorità Politica (Siyasa), quello della Necessità, quello dell’Anima; questi tre edifici avevano una forma circolare. Il tempio di Saturno descriveva un esagono; il Tempio di Giove, un triangolo; il tempio del Sole (la Ka’bah), un quadrato; quello di Mer- curio, un triangolo inscritto in un rettangolo; quello di Venere, un triangolo inscritto in un quadrato; il tempio della Luna era ottagonale. Questi templi possedevano per i Sabei, dei simboli e dei misteri che non divulgarono mai.”

Tutto ciò testimonia non solo una profonda conoscenza del cosmo ma anche la capacità di darne una rappresentazione in termini simbolici e di geometria sacra. Temi che verranno secoli dopo ri- presi e diffusi in occidente tramite la tradizione ermetica e cabalistica, e tramite gli ordini cavallere- schi (si pensi alle costruzioni templari, dedicate alla vergine/luna, di forma ottagonale).

Lo stesso storico scrive anche: “Questo pozzo conduce alla sala degli archivi, che custodisce la storia del mondo, la scienza dei cieli e il segreto di tutte le cose passate, presenti e future. In questo pozzo si trovano tutti i tesori del mondo, ma chiunque voglia esserne degno dovrà esserci pari in potere, scienza e saggezza.”. Parole che suonano famigliari e che ci riportano a Guénon e al suo “Il Re del Mondo”.

Il culto più importante era quello per il Dio SIN, ossia il Dio Luna, forse un Dio, almeno in origine, contenente in sé sia il maschile che il femminile, festeggiato il 21 marzo. Si tratta di una della divinità più venerate del pantheon assiro-babilonese. A lui era dedicato un tempio, che all’epoca godeva di grande fama, costruito in legno di cedro del Libano e ricco di statue. SIN vi era rappresentato con una lunga barba e con una mezzaluna che sovrastava una tiara fornita di corna, simboli tipici della civiltà megalitica. Il tempio venne edificato, quanto meno, duemila anni fa, essendo citato in docu- menti (tavolette) che risalgono al periodo di Hammurabi, ed aveva il suo gemello nel tempio dedi- cato a SIN nella città di UR. La madre dell’ultimo re babilonese vi prestò le funzioni di grande sacer- dotessa, a riprova dell’importanza del tempio di Harran nell’antichità.

Racconta il filosofo Libanio, nato ad Anyiochia il 314 d.C., che: ”Al centro della città di Carre v’era un tempio magnifico, considerato da molti l’equivalente del Serapeo di Alessandria. Su questo tempio era una torre che era anche usata come posto di guardia poiché dalla sua cima si poteva vedere tutta la piana di Carre. C’erano anche possenti statue in questo tempio. Ma quando il prefetto del pretorio Cinego ordinò la chiusura dei templi pagani in Siria ed Egitto…questo tempio di Carre fu distrutto in parte, e gli idoli in esso portati via o distrutti”.

Il tempio di Sin fu effettivamente distrutto dai Medi nel 612 a.c. e ricostruito sotto il re babilonese Nabonid verso il 550 a.c.. Nuovamente distrutto nel 382 d.c. durante la persecuzione del pagane- simo voluta dall’imperatore Teodosio, e riedificato, venne definitivamente distrutto nel 1081 du- rante l’invasione dei Mongoli.

[1] L’Eden, secondo la Bibbia, si trovava tra quattro fiumi. Gobekli Tepe si trova tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. La stessa parola ‘Eden’ deriva dal sumerico e significa ‘giardino in pianura’: Gobekli Tepe si trova nella pianura di Harran.

[2] http://www.sbresearchgroup.eu/index.php/it/articoli-scientifici/303-analisi-archeoacustica-preliminare-di-un-tempio-posto-nell-antico-sito-di-sogmatar-situato-nel-sud-est-della-turchia

[3] Yaqut, “Mucdjam al-buldàn”, ed. F. Wustenfeld, 6 voll., Leipzig 1866-1873, II, s.v. Harran, tr. In Chwolson, II, pp. 549-550, cfr. I, p. 311

[4] Mas’udi, Kitab Murudj adh-dhahab, trad. Les Prairies d’Or, Tome II, pag 535, Società Asiatique, 1962, Paris