Nel 1887 a Tell el-Amarna, capitale dell’Egitto di Akhenaton, furono ritrovate alcune copie frammentarie relative a vecchi miti di epoca kassita (popolazione di origine iranica dominante la Mesopotamia del XVI secolo a.C.), tra i quali quello di Adapa di Eridu.

Il mito di Adapa potrebbe essere molto più antico dell’epoca kassita. Altre tracce su Adapa provengono dalla biblioteca del re assiro Assurbanipal (secolo VII a.C.) e da una ricetta medica dell’epoca.

Nel Libro di Adapa di Eridu, Enki-Ea, signore della sapienza e della saggezza “decise una volta, per gioco, di creare una creatura che avesse l’aspetto di un uomo e la saggezza degli dèi. Scese dunque sulla Terra e nella sacra città di Eridu dette forma ad un essere cui pose il nome di Adapa”.

Adapa era saggio, puro, onesto e pio e sapeva fare qualsiasi mestiere. “Un giorno Adapa uscì in cerca di pesce per il pranzo del suo padrone Ea, ma si era appena allontanato dalle sponde che il cielo si fece livido, e, sopra il suo capo, ecco apparire il grande spirito dell’uragano, sotto forma di enorme uccellaccio che spazzava le acque con le ali gigantesche, rendendole agitate e tempestose. Su e giù oscillava la piccola barca, sballottata di qua e di là, finché un potente soffio di vento la investì e la rovesciò, e Adapa si trovò a dibattersi nell’acqua, in mezzo ad un branco di pesci. Agitando la mano contro l’uccello, Adapa pronunciò questa solenne invettiva: “Uccellaccio della tempesta, per questa tua malvagità io farò sì che ti si spezzi l’ala!“. Tanto potente fu la sua invettiva che non appena l’ebbe pronunciata l’ala dell’uccello si spezzò. Per sette giorni non un alito di vento soffiò sulla terra, e il mare era piatto come una tavola”.

Il Dio (En o Anu) quando vide che il vento era cessato chiese conto del fatto a Ilabrat, l’alato messaggero del cielo, il quale raccontò il fatto riguardante Adapa.

En (Anu) si adirò, e alzandosi dal trono ordinò che quel miscredente fosse condotto alla sua presenza, ma “Ea, il Saggio, il quale conosce tutti i segreti del cielo e al quale nulla può essere celato, subito accorse in aiuto del suo servitore: Adapa – disse Ea – sciogliti i capelli, cospargiti di cenere il capo e vestiti di stracci; quando avrai raggiunto la porta del cielo vi troverai di guardia due sentinelle: sono gli dèi Tammuz e Ghishzida, i due possenti Signori della fertilità che sparirono dalla terra durante la torrida estate. Scorgendoti, ti chiederanno quale ragione ti conduca, ridotto in uno stato così pietoso, alla porta del cielo. ‘Due dèi sono scomparsi dalla terra – tu dovrai rispondere – e io sono venuto a piangere e a implorare per loro la misericordia divina. Con queste parole vincerai i loro cuori, ed essi verranno in tuo aiuto e difenderanno la tua causa dinanzi al Giudice divino. Allora l’ira di Dio si placherà, ed egli comanderà che cibo e bevande vengano imbandite dinanzi a te. Ma tu non dovrai assaggiare quel cibo, perché sarà cibo di morte, e non dovrai bere quell’acqua, perché sarà acqua di morte. Ricorda bene queste mie parole! Non le dimenticare!”.

Adapa fece ciò che gli era stato detto, spiegò i fatti e ottenne il sostegno di Tammuz e Ghishzida , così che l’ira di En (Anu) cessò e egli disse rivolgendosi agli dèi: Adapa  è scagionato da ogni colpa e non verrà punito. Inoltre, poiché Ea ha creato Adapa uguale agli dèi, nonostante il suo aspetto sia quello di un mortale, d’ora innanzi egli avrà il rango di Dio! Offritegli dunque cibo e acqua affinché possa mangiare e bere come noi, e diventare in tal modo uno di noi! Ma quando posero dinanzi a lui cibo e acqua, Adapa si sovvenne delle parole di Ea, e non volle né mangiare né bere. “Ah! – disse Dio sorridendo tra sé – Adapa dopo tutto è un uomo, ottuso, sciocco, irragionevole, giacché rifiuta il cibo e la bevanda che lo renderebbe immortale!“. Quindi, volgendosi ai suoi servi: “Portatelo via – comandò – e fatelo ritornare sulla terra!“

Adapa poteva diventare immortale, ma non lo diventò perché non ebbe la determinazione di assumersi la responsabilità di trasgredire gli ordini di Enki-Ea.

Il tema della trasgressione è ripreso in un altro racconto, quello di Perceval e del Graal, scritto da Chrétien De Troyes.

Perceval, apparentemente, è la genesi di un cavaliere: formazione alla cavalleria, all’amore, alla religione.

La madre vive nella Foresta Guasta perché il re è infertile. “Vostro padre – dice la madre a Perceval – se non lo sapete, fu crudelmente ferito alle gambe e ne rimase infermo. Le sue vaste terre, il suo gran tesoro conquistato con valore, tutto andò perduto e fu triste povertà”.

Tralascio i molteplici richiami simbolici e archetipici contenuti in questa frase pronunciata dalla madre in quanto non attengono all’obbiettivo di questa riflessione.

Perceval incontra dei cavalieri e attratto dal loro status abbandona la madre. Accade anche a Peredur, l’equivalente di Perceval nei Mabinogion, il quale incontra Gwalchmei (Falco di Maggio, equivalente di Galvano), Gweir e Owein (equivalente di Ivano). Anche il Peredur dei Mabinogion lascia la madre e viene per questo “scomunicato”, ovvero tolto dalla comunione, separato.

Perceval viene ammaestrato da Gorneman, vecchio cavaliere di Gorhaut, nel cui nome il termine gor indica l’Aldilà.

Peredur è ammaestrato da due zii, secondo le regole dell’avunculato, di matriarcale origine. Il primo gli comunica che lo farà cavaliere, che sarà suo maestro e gli fa una raccomandazione: “Ecco ciò che dovrai fare: se vedrai cosa insolita non fare domande a meno che non si sia abbastanza cortesi da dartene spiegazioni; il biasimo non ricadrà su di te, ma su di me, che sono il tuo maestro”.

A Perceval il suo maestro di cavalleria aveva detto: “Non parlate troppo volentieri. Chi parla troppo pronuncia parole che potrebbero tornargli a follia. Chi troppo parla fa peccato, dice il saggio. Per questo, mio caro amico, ve ne sconsiglio”.

L’invito a stare zitti equivale a quello di non osare, di non essere capaci di buttare il cuore oltre l’ostacolo, di riconoscere la propria ignoranza e di chiedere. Il potere della domanda viene così sterilizzato.

Perceval arriva al castello del Re Pescatore, vede la spada, portata da un valletto, che gli viene donata, vede la lancia chiara con il ferro bianco, con una goccia di sangue che cola dalla punta. A questo punto Perceval vede il Graal. “Una fanciulla molto bella, slanciata e ben adornata veniva coi valletti e aveva tra le mani un Graal. … Dietro di lei un’altra damigella recava un piatto d’argento. Il Graal che veniva avanti era fatto dell’oro più puro. Vi erano incastonate pietre preziose di molte specie, le più ricche e le più preziose che vi siano in mare o sulla terra. Nessuna potrebbe paragonarsi alle pietre che cingevano il Graal. Come la lancia era passata davanti al letto, così passarono le due damigelle. Andarono da una stanza all’altra. Il giovane le vide passare, ma a nessuno osò domandare a chi si presentasse il Graal nell’altra sala, perché sempre aveva nel cuore la parola dell’uomo saggio, il maestro di cavalleria. … Allora davanti ai due convitati un’altra volta passa il Graal, ma il giovane non domanda a chi lo si serva. … A ogni portata vede ripassare davanti a sé il Graal tutto scoperto”.

Anche Peredur, al quale viene data una spada portentosa, non chiede. “Peredur conversava con lo zio, quando vide attraversare la sala e entrare in una camera due uomini che portavano un’enorme lancia: dalla punta della lancia colavano tre rivoli di sangue. A tale vista, tutta la compagnia prese a lamentarsi e a gemere. Tuttavia, il vecchio non interruppe il colloquio con Peredur; non dette spiegazioni e Peredur non ne chiese. Dopo qualche istante di silenzio, entrarono due fanciulle che portavano un grande vassoio sul quale si trovava la testa di un uomo immersa nel sangue. Tutti emisero allora tali grida ch’era difficile rimanere nella medesima sala. Infine, tacquero. Quando fu giunto il momento di coricarsi, Peredur si recò in una bella camera. L’indomani partì con il congedo dello zio”.

Il complesso simbolico del Graal nel Peredur è la sede del Pensiero, così come in Chrétien è il simbolo stesso della Sapienza divina che non a caso presuppone l’esercizio della domanda.

Chi non chiede non saprà. A chi non bussa non sarà aperto. Ecco il motivo per il quale nella vita di un iniziato è necessaria la sostituzione dei punti esclamativi con i punti di domanda. E’ la domanda che salva il re dall’infertilità, che ridà vita alla terra guasta e inaridita. E’ la domanda che vivifica, perché sollecita la tensione verso la Sapienza.

Perceval incontra un eremita che gli insegna in gran segreto una preghiera, che deve imparare a memoria, contenente molti nomi che non deve mai pronunciare se non a causa di un grave pericolo.

Perché tante raccomandazioni al silenzio quando il potere di guarigione del Re Pescatore è nel porre la domanda giusta?

L’iniziatore, scrive Markale, “non sempre indica il cammino da seguire, fornisce soltanto alcuni elementi di quello che occorre sapere e mescola verità e menzogne. Se il nuovo eletto è degno di esserlo, troverà la strada, separerà il vero dal falso. Mai, infatti, un iniziatore può sostituirsi all’iniziato: tocca a quest’ultimo portare a termine la ricerca… Per prima cosa, il vero iniziatore non dichiara mai di esserlo. E’, per così dire, come il Castello del Graal: gli si passa davanti senza accorgersi della sua presenza. Solo alcuni lo riconosceranno. E, in seguito, solo alcuni, sempre meno, si accorgeranno delle menzogne dell’iniziatore. Questo è il gioco”. [1]

Il tema della trasgressione è trattato in modo esplicito nella ventesima Triade bardica, la quale recita: “Tre cose inevitabilmente legate alla condizione di Abred [il Ciclo delle migrazioni, ossia la vita terrena, ndr]: la trasgressione della legge, poiché non può essere altrimenti; la liberazione dalla morte in presenza di Drwg e Cythraul; l’accrescimento della vita e del bene per allontanamento di Drwg nella liberazione della morte; e ciò per l’azione di Duw che abbraccia ogni cosa”.

In Abred, per l’azione di Duw (il Divino), l’essere umano può “trasgredire la legge”. In altri termini può trasgredire la legge di necessità che lo lega al ciclo di Abred e trasmigrare in Gwynfyd, il Mondo Bianco; può, dunque, liberarsi e per farlo deve evitare Cythraul e Drug.

Il vocabolo Drwg, interpretato in base alle radici indoeuropee suggerite da Franco Rendich, ha il significato di un’espansione caotica e violenta della luce: il contrario di Duw, ossia di una luce (energia) creata, concentrata, trattenuta, intensa, che si separa e si distingue rimanendo vicina e in relazione. La radice dr, infatti, significa il giungere con forza [r] della luce [d]: scoppiare, moto violento, folgore. La radice dru è il giungere [r] intenso [u] di una luce [d]. Dalla radice ru derivano vocaboli come ruttare, ragliare, ruggire, rumore e vocabili latini quali rudus (detrito), ruino (cadere a pezzi) e rupe (precipizio). L’immagine che balza agli occhi è quella di un cielo con tuoni e fulmini. Un’immagine che ci restituisce un’emozione di paura, di timore, di terrore.

Cytraul può essere definito come un transito circolare continuo e intenso che trattiene, una sorta di coazione a ripetere. La radice indoeuropea tr significa attraversare, transitare. Ci è andare intorno [c] con continuità [i]. C è consonante che indica un moto circolare, un cerchio. La vocale u indica intensità, forza.

Liberarsi da Drug e da Cytraul è liberarsi da un’espansione caotica e violenta che induce paura e da un transito circolare continuo e intenso che trattiene. In altri termini è liberarsi dalle paure e dalla coazione a ripetere. Ed è con i concetti di paura e di coazione a ripetere che è necessario fare i conti per meglio comprendere il senso profondo della Triade.

Ora, alla luce della moderna fisica e della moderna biologia, potremmo azzardare interpretazioni che le mettono in campo, ma non è questo l’obbiettivo di questa riflessione.

Nelle Triadi bardiche che si occupano di Abred, ossia del ciclo delle migrazioni e delle sue caratteristiche, leggiamo (Triade XVIII): “Tre calamità originarie d’Abred: la necessità, la perdita di memoria, la morte”.

Perché allora, vien da chiedersi, è necessario il passaggio in Abred?

La Triade XIX ci dice come la trasmigrazione in Abred sia una delle condizioni per la pienezza della scienza: “Ci sono tre condizioni necessarie per arrivare alla pienezza della scienza: trasmigrare nell’Abred, trasmigrare nel Gwynfyd e ricordarsi di tutte le cose fino all’Annwn”, ossia fino al luogo dell’inizio dell’esperienza nella materia.

La Triade XX ci chiarisce il concetto di trasgressione della legge di necessità: “Tre cose inevitabilmente legate alla condizione di Abred: la trasgressione della legge [di necessità], poiché non può essere altrimenti; la liberazione dalla morte in presenza di Drwg e Cythraul; l’accrescimento della vita e del bene per allontanamento di Drwg nella liberazione dalla morte; e ciò per l’azione di Duw che abbraccia ogni cosa”.

La triade XXV descrive i motivi per cui l’uomo cade sotto la legge di necessità : “Per tre cose l’uomo cade sotto la necessità di Abred: per l’assenza di sforzo verso la conoscenza, per il non attaccamento al bene e per l’attaccamento al male; ossia, per queste cose egli discende nell’Abred fino al suo analogo, ed egli trasmigra di nuovo come prima”.

La triade XXVI elenca i motivi del ritorno in Abred: “Per tre cose l’uomo ridiscende necessariamente nell’Abred, sebbene da tutti gli altri punti di vista si sia legato a ciò che è buono: per l’orgoglio fino all’Annuwn, per la falsità, fino al punto di demerito equivalente e, per la mancanza di carità, fino al grado equivalente di animalità. Da là egli trasmigra di nuovo verso l’umanità come prima”.

Infine la triade XLI annuncia la distruzione finale di Abred: “Tre cose si accrescono continuamente: il fuoco o la luce, l’intelligenza o la verità e lo spirito o la vita. Queste cose finiranno con il predominare su tutte le altre e allora Abred sarà distrutto”.

Abred, dunque, è il cerchio delle trasmigrazioni, delle esperienze dell’essere, dell’incontro con la legge di necessità e con il male inteso come condizionamento degli schemi della mente e al contempo della possibilità della liberazione, con la trasgressione alla legge di necessità.

Abred è il cerchio delle molteplici esperienze dei vari stati dell’essere nella materia.

Abred è la grande scuola di vita e della trasformazione, dell’apprendimento diretto esperienziale della molteplicità e della ciclicità della vita stessa.

La questione della trasgressione trova una sua drammatica espressione anche nel nono grado del Rito scozzese antico e accettato. Un dramma che, se interpretato sulla base della moralistica e semplicistica conclusione che alla giustizia sono stati sostituiti l’orgoglio e la passione, è svilito e depotenziato nella sua effettiva valenza.

Lo svolgimento drammatico del rito di iniziazione è leggibile, per chi lo vuole e a riprova che di segreto c’è ben poco, sul testo di Salvatore Farina: “Il libro completo dei riti massonici” (Ghreardo Casini Editore). Il rituale, ovviamente, è scritto in forma simbolica e la stessa narrazione del dramma si presta a varie letture, a varie interpretazioni, così com’è per tutti i testi che utilizzano simboli, archetipi, parabole.

Cosa c’è da nascondere? Nulla. Chi ha occhi per vedere vede. Chi ha orecchi per intendere intende. Il segreto non è nel testo, ma nei livelli della sua comprensione e nella maturità di chi ad esso si accosta.

Il Potentissimo del rito, che nel dramma messo in scena rappresenta Salomone, ad un certo punto afferma: “La vita dell’Uomo è una scintilla che per un minuto esce dalla notte infinita”.

Vengono alla mente i versi di Montale:

Ognuno sta solo sul cuor della terra,

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera”.

“Una voce interna – continua il Potentissimo – lo ammonisce: Affrettati a vedere e a sapere. Lo spazio infinito è aperto dinnanzi a lui. Ma un ostacolo gli impedisce di vedere; che cosa si deve fare di tale ostacolo? Se tarda, l’istante della vita e passato, e rientra nella notte senza aver veduta la verità: l’assassino di Hiram è davanti a lui: ha egli il diritto di ucciderlo? Che ciascuno si domandi: Sono io questo punto uscito dalla notte eterna? Vi ritornerò in un istante? L’assassino di Hiram che mi è di ostacolo, devo ucciderlo? Se qualcuno dice: Che m’importa che l’assassino di Hiram sia vivo: io sono come ogni altra materia: non conosco che la carne e i piaceri; mi è indifferente di conoscere la verità o credere alla menzogna, egli non è un Libero Muratore. La Massoneria è lavoro di liberazione”.

Ovviamente, come è ben spiegato nel testo del Farina (basta leggere attentamente) Hiram è la personificazione dell’intelligenza. Abiram, il suo assassino, è l’ignoranza, la libertà oppressa, la corruzione e il delitto. Il terzo soggetto principale del dramma è Joabert, meglio: Joahaben. Perché meglio? Perché Joahaben ci consente di capire chi è il personaggio. Joaha-ben significa figlio di Joaha. E chi è Joaha? E’ figlio di Obededom, figlio di Idithun, un levita, ossia un appartenente alla tribù sacerdotale. Obededom, il cui nome significa in ebraico schiavo o operaio dell’uomo (da habad, schiavo e Adam, uomo), è, nel suo significato profondo, colui che è al servizio dell’essere umano, o, se più piace, dell’umanità, essendo Adamo l’archetipo dell’essere umano. Obededom ebbe in casa sua per tre mesi l’arca dell’alleanza e i suoi figli furono poi destinati a custodire le porte del Tempio. Joahaben è, pertanto, un sacerdote levitico, custode del Tempio.

Joahaben, con altri otto Eletti (quindi Nove) è inviato a cercare l’assassino di Hiram, ossia l’assassino dell’intelligenza, personificato da Abiram, il cui nome, essendo costituito da quello di Hiram con il prefisso ab (allontanamento, distacco), ha il significato di ignoranza, allontanamento dall’intelligenza.

Mentre gli altri otto si attardano nel viaggio, Joahaben trova Abiram e lo uccide, poi si abbevera ad una fonte e si addormenta. Sopraggiunti i suoi compagni inorriditi gli dicono che lui ha agito per vendetta e ha disatteso gli ordini di Salomone. Joahaben taglia la testa di Abiram e si avvia sulla strada del ritorno con nelle mani la testa e il pugnale sporco di sangue. Tralascio ogni considerazione sui significati simbolici della testa e della lama sanguinante, per arrivare al momento nel quale Joahaben si presenta a Salomone e, con il pugnale alzato, dice:” Ho ucciso l’assassino del Maestro Hiram”.

Il Potentissimo che impersona Salomone lo redarguisce aspramente: “Miserabile! Tu pure ti sei fatto assassino. Chi ti ha investito del diritto di condannare e di uccidere? Fratelli, quest’uomo ha osato credere che il delitto possa servire alla verità. Alla giustizia ha sostituito la sua passione. Egli ha fatto opera di fanatismo cieco, di orgoglio stupido”. E aggiunge. “Insensato! Ora anche voi vi volete coprire di sangue? Non pensate che uccidendo quest’uomo, altri faranno ciò che voi fate? L’Umanità resterà eternamente su questa sanguinosa bilancia della rappresaglia. Dei tiranni succederanno ai tiranni. E’ così che volete giungere alla liberazione? Alzatevi”.

Qui il dramma è al massimo della sua tensione emotiva. Joahaben è oberato da tutti i suoi difetti e da tutte le sue debolezze.

Ed è a questo punto che l’Oratore, dopo aver ripercorso gli avvenimenti, mette a fuoco l’elemento centrale del dramma: “Il re, scorgendo il gruppo che giungeva di lontano sul fare della sera, gioì pensando al piacere di aver vivo l’assassino del suo Architetto e rifletteva già in qual modo dovesse essere fatta giustizia”. Salomone riflette sul modo, ma che l’assassino di Hiram debba essere ucciso è già stabilito. Nel Rito infatti è detto da Stolkin che “è necessario che gli assassini di Hiram periscano”. In altri termini, affinché la Massoneria sia effettivamente lavoro di liberazione, va ucciso il distacco (ab) dall’intelligenza, va sconfitta l’ignoranza. Il problema di Salomone è il modo.

La narrazione prosegue: “Salomone appena vide entrare Joahaben con la testa dell’assassino fu in un primo istante preso da profonda indignazione, ma, poi, cedendo alla sua innata e grande generosità gli perdonò”.

Perché Salomone perdona Joahaben? Per due sostanziali motivi. Il primo riguarda il coraggio, che è il tema di fondo del rito del Nono grado. Il coraggio è il cor-actum, ossia quell’atto del cuore che impone a Joahaben, rimasto solo e messo di fronte all’assassino dell’intelligenza, di eliminare senza indugi l’ignoranza, sia pure andando oltre gli ordini di Salomone. Joahaben trasgredisce e si assume la responsabilità della trasgressione nella “grotta” della sua coscienza. Non fanno altrettanto Adapa e Perceval che non hanno il coraggio di trasgredire.

Se il significato della trasgressione ha trovato una sua precisa definizione nelle Triadi bardiche (supra), anche la questione drammatica del capo mozzato che Joahaben porta a Salomone trova una sua definizione archetipica nella tradizione druidica.

Il sostrato archetipico ci porta al Karnunos sotto l’aspetto di una testa tagliata, che lo rende archetipo della “Testa”. Archetipo che troviamo in molti racconti mitologici o leggendari: Bran, Green Man, Graal, Baphomet, la testa del “capretto dilaniato” Dioniso, ecc. (Vedi in proposito anche il mio: Tu sei Pietra e La via druidica) Il Kernunnos “suscita la domanda. Associato a due foglie di vischio, a un trifoglio o a una palmetta, consegna un messaggio che ha l’aspetto di un numero, da una parte, e dell’immortalità dall’altro”. [2] E l’immortalità è connessa con il Mondo Bianco, riservato, nella cultura celtica e druidica, “a un’élite che ne ha acquisito il merito per la sua condotta, a prezzo di un lavoro su di sé, che costituisce l’iniziazione guerriera o l’iniziazione druidica e un modo di vita impeccabile”.[3]

E’ per questo motivo, e non per crudele barbarie, che i vincitori “portano il trofeo della testa dei loro avversari sull’Altra Riva. Così i vincitori come i vinti hanno accesso al Mondo Bianco, i primi conducendo i secondi”. [4]

Salomone perdona il sacerdote Joahaben perché gli ha portato la testa, ossia, secondo alcune concezioni antiche che accomunano greci e celti, ma anche gli ebrei, la sede dell’intelligenza.

Il sacerdote Joahaben , custode del Tempio, si è assunto la responsabilità di uccidere l’ignoranza, ma ha onorato l’intelligenza. Di Abiram ha ucciso il corpo, ma onora la testa e in questo modo trasforma Ab-iram.

Ridurre un dramma, nel quale agiscono simboli, archetipi, conscio e inconscio, emozioni e razionalità, ad una sciapa lezione moralistica è opera sciagurata che nulla ha a che fare con il percorso massonico, che, come dice apertamente il Rito, è “lavoro di liberazione”.

 

©Silvano Danesi

 

[1] Jean Markale, L’enigma dei Catari, Sperling e Kupfer

[2] Myriam Philibert, De Karnunos ou roi Arthur, Rocher

[3] Myriam Philibert, De Karnunos ou roi Arthur, Rocher

[4] Myriam Philibert, De Karnunos ou roi Arthur, Rocher