Prendo spunto per questa riflessione dall’interessante articolo di Salvador Furfaro “La lingua perfetta” (http://laboratoriocasadellavita.it/2018/06/22/la-lingua-perfetta/) nel quale si rammentano alcuni concetti di grande importanza, in quanto collegano quelli della tradizione antica delle popolazioni preincaiche a quelli che ci sono proposti in questi nostri giorni dalla fisica. In particolare questo straordinario parallelismo emerge nella lingua Aymara, per la conoscenza della quale rinvio al testo di Furfaro.

Scrive Furfaro: “Nella lingua Aymara si concepisce la dimensione temporale come se fosse posizionata in quella spaziale. Così, il “futuro” è dietro chi parla e non è visibile, il “presente/passato” è davanti agli occhi ed è visibile: la parola che indica il passato è nayra ossia “sguardo rivolto in avanti”, mentre per il futuro si usa quipa“dietro”. Quindi nella lingua aymara esiste solo una concezione retrospettiva e, coloro che la parlano, non concepiscono il concetto di “andare verso” il futuro. […] Gli Aymara sentono che il tempo si muove, però concepiscono in modo diverso il movimento nel tempo rispetto alla maggior parte dei popoli. Si può notare che in tutte le lingue indoeuropee il “futuro” è visto in uno spazio che si trova di fronte a colui che parla. L’Attimo spazialmente presente nel “passato” si contrae nello spazio davanti, si ferma nell’Attimo-Spaziale presente e si allontana nel “passato” alle proprie spalle (nello Spazio “già occupato”). Tale consapevolezza è data dalla diversa mappatura del cervello. La differenza della concezione del tempo varia, quindi, se colui che parla si pone come punto di riferimento o si astrae dal contesto, cioè non include “l’ego” nel discorso. L’incontro della cultura occidentale con quelle andine e l’unione delle due concezioni del tempo (lineare e ciclica) conduce ad una sincretica concezione temporale “a spirale”. Così in “pacha”, la concezione “contemporaneamente tempo e spazio”, il tempo è visto come movimento in uno spazio che rimane stabile e costante. Il tempo così diviene qualcosa da valutare non a livello di “quantità” ma di “qualità”. Secondo la mitologia andina, il suo sviluppo segue una sequenza costante:

  • Ciclo della prima creazione → Naupa Machu (Padre Eterno, Oscurità, Caos, Origine). Energia.
  • Ciclo della seconda creazione tempo delle divinità → (Dios Churi, ordine, vita, luce, cultura). Intelligenza
  • Ciclo del Paradiso → (tempo della libertà, tempo dell’eternità). Amore

Come ho scritto nel mio: “Tu sei pietra” (www.ilmiolibro.it), nelle popolazioni andine pre incaiche, come afferma William Sullivan,[i] per indicare la Dea Madre si usava il termine Pacha Mama. L’analisi del lemma pacha riporta al suo significato di spazio-tempo-luogo, mettendo in evidenza come quelle popolazioni concepissero lo spazio e il tempo come elementi inscindibili, così come avviene nella fisica post einsteiniana.

Pacha è “tiempo-suelo-lughar”, ossia tempo-suolo-luogo. Pacha indica una cosa soltanto: luogo e tempo simultaneamente. “Se dico che ci incontriamo domani dello stesso pacha, dipende dal contesto stabilire se si parla del medesimo luogo, del medesimo tempo, o di entrambi. Per gli indigeni andini, il “posto” di oggi non è lo stesso di domani; il tempo è un modo di definire lo spazio e le peculiarità spaziali sono il terreno su cui sorge il tempo”.[ii] Pacha Mama è la madre spazio-temporale.

In queste concezioni andine sembra di avvertire gli echi di una scienza antica rarefattasi nel tempo e giunta sino a noi in forme non più direttamente riconducibili alla loro origine.

Einstein nella lettera alla famiglia dell’amico Michele Bosso (22 marzo 1955) scrive: “Ora se n’è andato da questo strano mondo un po’ prima di me. Questo non significa nulla. Per noi fisici la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione, per quanto radicata”.

“Lo spazio e il tempo – sostiene Einstein – non sono condizioni in cui viviamo, ma modi in cui pensiamo” e F.Capra gli fa eco scrivendo che “l’universo comincia a sembrare più simile a un grande pensiero che a una grande macchina”. [iii]

Uno straordinario parallelismo concettuale lo troviamo nel mondo basco, nel quale non si trova dissociazione tra lo spazio ed il tempo, in quanto “il primo domina e ingloba il secondo. Troviamo – scrive Carlo Barbera – solo una leggera differenza nei sostantivi che designano tempo/spazio e momento/luogo: une/gune, arte/tarte, aldi/alde. Nel verbo stesso esiste quello che si definisce «l’aspetto», che è in definitiva «ciò che può succedere nello spazio-Alde, essendo il tempo-Aldi solo una qualità o caratteristica dello spazio»”.[iv]

“Una caratteristica delle voci euskariche è che funzionano per contrapposizione. Oltre a une/gune e ad altri troviamo le più importanti opposizioni di ur/lur/urte (acqua, terra, anno) che denotano l’unità cosmica di tutto ciò che esiste nel tempo-spazio”. [v]

Interessante notare come alcune rappresentazioni simboliche della Dea madre (ad esempio sumeriche) possano essere assimilate a quelle con le quali viene rappresentata la curvatura spazio temporale. L’idea dei Baschi, relativa allo spazio e al tempo, non è dunque lontana da quelle di altre culture antiche, come l’Aymara, e, sorprendentemente, da quella della fisica moderna.

A proposito di quanto afferma Capra, il mondo basco propone un rapporto tra un mondo ideale e uno materiale di grande interesse.

I Baschi, come ho scritto nel mio: “Tu sei pietra”, distinguevano tra il mondo naturale (berezko), conoscibile e affrontabile con gli strumenti naturali e il mondo soprannaturale (aideko) affrontabile con la magia, dove la magia è la capacità di rapportarsi a forze e dimensioni non categorizzabili nel misurabile, secondo i parametri dei cinque sensi e delle loro estensioni strumentali.

Il legame tra le cose e le loro rappresentazioni era chiamato Adur.

“La forza magica Adur – scrive in proposito Carlo Barbera – è la consapevolezza che ogni cosa esistente in questa dimensione possiede un corrispondente vibratorio che appartiene ad un’altra dimensione, connessa alla prima da precisi vincoli causali che le rendono fra loro come il soggetto e l’immagine di esso riflessa nello specchio. …. Addentrarsi nella mitologia basca – aggiunge Barbera – significa essere consapevoli che il mondo non termina dove noi crediamo e che ciò che noi definiamo realtà potrebbe essere solo una parziale immagine riflessa di una realtà multidimensionale, inimmaginabile e fantastica che sembra essere, appunto, quella dell’antico mondo dei Baschi”. [vi]

Due culture apparentemente distanti, come l’Aymara e quella dei Baschi, evocano concetti che ora la fisica ci presenta come non solo mitologici.

Il confronto tra la tradizione dei popoli e la ricerca scientifica moderna riveste un fascino particolarmente magnetico.

Silvano Danesi

 

 

 

 

[i] W.Sullivan – Mistero degli Incas” – ed. Piemme

[ii] W.Sullivan – op. cit.

[iii] F.Capra – Il punto di svolta – E.E. Feltrinelli

[iv] Carlo Barbera, Gli indios dei Pirenei, www.arcadia93.org

[v] Carlo Barbera, Gli indios dei Pirenei, www.arcadia93.org

[vi] Carlo Barbera, Gli indios dei Pirenei, www.arcadia93.org