di Gianfranco Costa

Ho letto da poco il brillante articolo “Riflessioni per una scienza dell’anima”, una fonte eccezionale di ulteriori approfondimenti. Umilmente, sebbene con i pochi strumenti a mia disposizione, tenterò di provare a rispondere, per lo meno ad alcuni dei profondi interrogativi che il tema della “sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo” lascia e lancia.

Premessa
La mia formazione è stata decisamente tecnica, pertanto mi risulta naturale cercare similitudini ed assonanze creative con ciò che si riferisce alle (poche) nozioni che ho relativamente allo sviluppo software. Quando nacque la programmazione, parallelamente ai computer di allora, grandi dapprima come giganti, contenuti in enormi stanze raffreddate a temperatura ed umidità costanti, poi come grandi frigoriferi (i dischi rigidi di allora avevano dimensioni simili alle attuali lavatrici), successivamente miniaturizzati secondo un processo tecnologico inesorabile e terribilmente efficace, ebbene in quegli anni i metalinguaggi di programmazione erano concettualmente sequenziali: i costrutti di base erano molto elementari, del tipo “se succede questo, allora fai…”, con il flusso logico che saltava disordinatamente di tanto in tanto qui e là per cercare di mantenere quanto più possibile una coerenza strutturale di base. Infanzia informatica.

Poi venne la rivoluzione: la cosiddetta “programmazione ad oggetti”, e tutto cambiò. Le proprietà di un determinato tipo di oggetto si ereditano dalla classe a cui appartiene. So che i puristi della programmazione potrebbero sorridere alla semplicistica descrizione che segue ma credo che il concetto di base si colga meglio utilizzando semplificazioni brutali: per porre un esempio, se nel mio programma dovessi creare un uomo, non devo perdere tempo a descrivere pedissequamente ogni suo infinitesimo, piccolo dettaglio; è sufficiente creare un oggetto di classe uomo, che erediterà i suoi attributi generali (una testa, due gambe, due braccia, due occhi, etc.) dalla classe iniziale che lo descrive. Sarà lo sviluppo delle interazioni di questo “uomo” a specializzarne in seguito le rispettive peculiarità, cioè a creare l’individuo concreto. Mi piacerebbe pertanto continuare ad utilizzare metaforicamente questi concetti, così semplificati, per adattarli al contesto in questione.

La creazione
Il primo riferimento è al processo creativo stesso, al concetto di “energia in azione”. Il parallelo risulta evidente con il racconto biblico relativo alla creazione, una metafora che esprime praticamente lo stesso concetto: “… e Dio disse… e luce fu.” Ciò che crea è la parola, il “Verbo”, però un Verbo che agisce praticamente, parlando. Una energia che agisce.

Il punto che vorrei sottolineare è però relativo all’insieme delle tre tipologie di essenza, creatrice e creata, che si menzionano nello studio: Ba (essenza presente), Akh (anima spirituale) e Sa-Hu (intelligenza suprema).
Non mi pare del tutto preciso definire questa forza creatrice come fosse una mente suprema. Credo che il concetto di “mente” è di per sé totalmente umano, ovvero già incarnato in un livello di esistenza più basso.
Mi chiedo: cosa può sottendere al processo creativo che sia totalmente altro rispetto al creato, contenendo però in sé tutti gli elementi di qualunque creatura? Non può essere una mente, cioè a dire una prerogativa umana, propria per definizione di una entità creata. Deve esse qualcosa descrivibile come “di livello superiore”.

Mi permetto dunque di introdurre la parola per me centrale: il criterio. Tutto si crea grazie ad un criterio, come se nell’esplosione di ciascuna supernova dalla quale si originano tutti gli esseri (viventi e non), ci fosse già inscritto il criterio, capace per altro di autogestirsi, in grado egli stesso di creare.

Riassumendo, secondo la metafora che tanto mi piace utilizzare relativa al software, credo sia più opportuno definire Sa-Hu come criterio creatore. Uno schema totalmente altro e in grado per di più di richiamare se stesso, allo scopo di operare concretamente.

Ricorsione e frattali nell’anima
Questo concetto di “richiamare sé stesso”, è metafora d’un altro schema presente nella programmazione software, la ricorsività. Una funzione che chiama se stessa. Mi risulta impossibile non collegare questo concetto all’altra citazione notevole che si fa nello studio originale, relativa ai frattali. E’ un concetto questo relazionabile alla stessa ricorsione. In un qualunque, infinitesimo dettaglio è contenuto il tutto. Continuando ricorsivamente ad ingrandire un qualunque dettaglio, ci si trova dentro nient’altro che il tutto, e così via, in una sequenza potenzialmente infinita. Ma c’è di più: ogni infinitesimo dettaglio non solo “contiene” il tutto e non solo lo “descrive” ma – in definitiva – lo “crea”.

Continuando nella metafora, allora Akh (anima spirituale) si può definire come concretizzazione specifica e proto-individuale: è il criterio creatore individualizzato, ma ancora immateriale, non ancora reso concreto. Una goccia del mare fatta della stessa “sostanza” del mare: nella goccia c’è tutto l’oceano: una entità particolare composta della stessa essenza del tutto. Il criterio individuale.

Allora Ba (essenza presente) diventa definibile come la concretizzazione di Akh. Quella che nel linguaggio comune si descrive come “anima”, da questo punto di vista è l’insieme di Akh (il tutto fatto particolare) e Ba (lo spirito individuale). Entrambi sono espressione inmateriale ma concreta, personalizzata ma non ancora personificata, relativa ad una singola goccia del mare; sono espressione del criterio creatore (Sa-Hu), l’oceano.

Alla domanda “cos’è l’anima?”, mi azzardo dunque a formulare una prima risposta possibile: l’anima è un oggetto inmateriale di classe criterio.

L’osservatore co-creatore
Mi piace qui aprire una brevissima parentesi per sottolineare una caratteristica peculiare del “meccanismo” frattale, nel quale ogni punto contiene il tutto. Quando ci si rende conto di questa ricorsività? Quando ci si accorge che la propria essenza è racchiusa in ogni piccolo dettaglio? Beh, è presto detto: quando analizziamo un dettaglio per espanderlo. Voglio dire che è il proprio osservatore, osservando, che espande il dettaglio per studiarlo. E così facendo, torna a crearlo. Il criterio è implicito (nell’esempio si tratta della stessa matematica frattale) ma senza l’azione dell’osservatore che espande fisicamente il dettaglio per l’appunto osservandolo, il criterio rimane solo come tale e cioè potenziale (mi perdonino i fisici teorici, il riferimento alla fisica quantistica è totalmente voluto).
Nel criterio c’è la potenzialità creatrice ma perché il processo si scateni concretamente c’è bisogno dell’azione di “osservare”. In un certo senso, analizzando la questione, siamo (in potenza) e diventiamo (agendo) co-creatori della stessa nostra realtà, ricorsivamente frattale.

Autopoiesi
Lo studio domanda se la triade Sa-Hu-Akh-Ba, staccata dagli elementi fisici che costituiscono l’uomo (l’esagono fisico, se mi si permette la semplificazione), può essere considerata un vivente autopoietico. Coerentemente a quanto detto finora, io credo di sì. Perché già in potenza, ovvero nel criterio creatore, così come nella definizione individuale, tanto quanto nella personalizzazione spirituale, troviamo tutti gli elementi della creazione ricorsiva. Quello che ho definito come “esagono fisico” non è null’altro che la trasposizione dimensionale in quella che chiamiamo realtà fisica, una specie di proiezione nel nostro spazio-tempo quadrimensionale di una realtà totalmente altra ma al tempo stesso costitutiva di tutto ciò che è.
Ci incarniamo, dei di noi stessi, in una realtà che creiamo, prima di tutto osservandola.

Se autopoiesi è la creazione di se stessi, mi piace pensare che la mia essenza potenziale, individuale e personale (Sa-Hu, Akh e Ba) possa ricrearsi ricorsivamente, come fosse un frattale. Quello che ha senso chiedersi a questo punto è il perché.

La risposta che mi piace darmi è che il proprio criterio creatore può analizzarsi sotto diversi punti di vista. Per prima cosa Sa-Hu è uno schema di implementazione dell’esistenza stessa. Inoltre è uno schema attivo, cioè in grado di agire per concretizzare se stesso. Però tale criterio creatore racchiude anche in sé stesso il suo obiettivo, descrive il suo proprio algoritmo. L’incarnarsi ripetutamente, a parità di anima, in molte possibili esistenze per così dire “esagonali”, ha come scopo quello di crescere, di evolversi, di migliorarsi.

Da questo punto di vista, per tornare alle metafore informatiche che tanto amo, tutto questo mi sembra paragonabile all’intelligenza artificiale, un algoritmo ricorsivo capace di apprendere, al fine di crescere e sviluppare interazioni autonome. In questo senso, se mi si permette il linguaggio forse poco ortodosso, sì che l’essenza è un vivente autopoietico, ci mancherebbe altro.

Le interazioni
L’esagono della concretizzazione nella realtà, che i nostri riferimenti letterari antichi definivano “effettuale”, sarebbe dunque una concatenazione di tutte le possibili esperienze, come per sperimentare tutte le maniere possibili per migliorarsi. Agisco, a volte male, nel senso che mi sbaglio, per poter infine apprendere la lezione, imparare come essere migliore.
Tutte le possibilità sono infinite, non basta certo una vita per provarle tutte. Così che la vita stessa, cioè il criterio creatore, continua a personificare se stesso in contesti diversi per crescere, per completare l’algoritmo. L’algoritmo deve interagire, deve muoversi, perché, tra parentesi, non esiste vita senza movimento (ma questo è un tema diverso che meriterebbe di per sé ulteriori approfondimenti dedicati), per poter raggiungere la sua entélechia o, come diremmo in una conversazione da bar, per realizzarsi pienamente. L’esagono è un passaggio, una pasqua, una tappa della propria evoluzione individuale come parte costitutiva del criterio creatore.

L’individualità
L’Akh è sufficiente per mantenere in essere l’individualità? Anche a questa domanda mi pare si possa rispondere affermativamente ma tenendo in conto alcuni presupposti chiave. Tutto dipende da cosa si intende per “individuo”. Se con questo termine ci riferiamo ad un essere vivente specifico, bisogna tenere in conto che, se l’anima è un oggetto immateriale di classe criterio, allora Akh è una classe. In particolare la classe che descrive l’individualità come espressione particolare del criterio, come una goccia rispetto al mare, ma non ancora personificata. A quel tipo di individuo, manca ancora il “suo” Ba, ovvero la sua contestualizzazione nel presente. Ma ancora qui si parla di anima, dunque questo tipo di individualità è ancora spirituale, fuori dall’esagono, nonostante lo determini per quanto attiene alle sue caratteristiche peculiari. Voglio dire che se Akh è l’individualità dell’anima, allora Ba è la sua traduzione in peculiarità individuali. Come esempio concreto, esiste l’umanità, esistono gli uomini e, tra questi, esisto io, indipendentemente dal corpo fisico che mi permette interagire, cioè eseguire l’algoritmo, acquisire attributi sia per eredità dalle classi d’origine, sia creandone altri precisamente interattuando.

Esiste individualità nel tutto e viceversa. Ognuno è un essere di classe persona ma con attributi unici, in parte derivati dalla sua propria essenza presente (Ba), in parte dalle sue interazioni col resto dell’esistente, comunque in grado di evolvere per la sua implicita relazione con il criterio creatore, dalla cui essenza spirituale (Akh), per l’appunto deriva. Voglio dire che l’intelligenza sta nel criterio. La mente non è altro che il risultato dell’implementazione autopoietica del criterio individuale (sinergia tra Akh e Ba). Così l’intelletto risiede in origine nel criterio.

Le potenze
I Neter erano gli dei, le energie. Potremmo definirli per riprendere l’iniziale metafora, come distinte sottoclassi di criteri, complementari gli uni agli altri, a costituire gli elementi del criterio. Agendo, implementano l’esistenza. Sono le potenze.

Vorrei sottolineare che, quando ci si riferisce al “principio”, credo si debba intendere che il termine non va interpretato dal punto di vista cronologico, come fosse un momento zero dal quale tutto procede. E’ piuttosto un criterio, senza spazio né tempo. Un principio nel senso di uno schema di implementazione. Quello che lo rende totalmente altro è la sua caratteristica autopoietica, nel senso che la vita (e così il movimento), procede da sé stessa. Lo scopo per cui “le energie discendono nei corpi mortali” è quello di permettere interazioni. Tutto sta nel rendersi conto, ovvero nell’agire da osservatori consapevoli di sé stessi, perché la perfezione del criterio renda possibile apprezzare che “la conoscenza pertanto è il bene e il male l’ignoranza”.

Mi piace concludere riportando la frase dello studio secondo la quale “le potenze e dio costituiscono un insieme ma le anime, dopo aver compiuto il percorso di consapevolizzazione nella incorporazione ed essere rinate, mantengono la loro individualità”. È questo il concetto di trasfigurazione, simile a quando il narrato parabolico del nuovo testamento fa apparire Gesù risorto ma i discepoli non lo riconoscono. È diverso, ha un altro aspetto, un altro esagono. L’individualità però, quella sì che rimane. Quelle (potenzialmente) infinite individualità, siamo noi, a prescindere dai contingenti esagoni che, ricorsivamente, popoliamo.
Ah, dimenticavo la domanda finale: in che ci trasformiamo? In un corpo di luce? In un corpo “composto di potenze”, ossia di energie? Quali? In un corpo spirituale? Un corpo celeste?

Mi permetto rispondere che né l’uno né l’altro: in un criterio frattale.