di Gianfranco Costa

Nell’arcipelago delle Canarie, nell’isola di Fuerteventura in particolare, c’è una montagna sacra che prende il nome dal piccolo paese in cui si trova: Tindaya.

La montagna, dichiarata a suo tempo Monumento Naturale e Bene di Interesse Culturale dal governo canario, è stata oggetto di molti approfondimenti negli ultimi decenni (purtroppo nessuno dal punto di vista archeologico), sia per le sue particolari caratteristiche geologiche, sia per essere considerata per l’appunto sacra, sia per tutta una serie di leggende che ne aumentano ulteriormente il fascino.

Leggende

Cominciando precisamente da questo ultimo punto, quella di Tindaya è definita “la montaña de las brujas”, ovvero la montagna delle streghe, per una serie di fatti e leggende legate ad alcune caverne sotterranee adiacenti [note]“XV JORNADAS DE ESTUDIOS SOBRE FUERTEVENTURA Y LANZAROTE”[/note], Cabildo de Fuerteventura, 2011, pag. 122 corrispondenti ad altrettanti tubi vulcanici dove, secondo la tradizione, si riunivano le “streghe” per i loro rituali. I vecchi del posto e le antiche cronache della conquista spagnola raccontano la cosa in maniera leggermente differente: sarebbe stato quello il posto dove i giovani imparavano a danzare affacciandosi all’età adulta.

Geologia

Dal punto di vista geologico risalta la struttura propria della montagna, composta principalmente di trachite [note]es.wikipedia.org/wiki/Montaña_de_Tindaya[/note], uno dei materiali espulsi durante le ultime fasi delle antichissime eruzioni vulcaniche che la generarono, nel centro di un enorme, gigantesco cono vulcanico, in parte probabilmente sprofondato nell’oceano milioni d’anni fa. Per le particolari caratteristiche di questo materiale, la zona è interessata da un livello di radiazione anomalo, diverse volte superiore ai livelli naturali. Ciò è dovuto alle microbolle di gas radon che la roccia ingloba, generando tali alti livelli radioattivi [note]”El mapa predictivo de exposición al radón en España”, 2013, Consejo de Seguridad Nuclear del Gobierno de España, pág. 29[/note].

In origine, a seguito della enorme spinta verso l’alto dovuta all’eruzione vulcanica, la montagna aveva un’altezza superiore ai 2.000 metri. In seguito, col ritirarsi del magma dai tubi vulcanici che lo veicolavano, la montagna sarebbe collassata sotto il proprio stesso peso. Attualmente l’altezza dal livello del mare supera di poco i 400 metri.

Sacralità

Ciò che riguarda l’aspetto sacro si relaziona alla presenza di numerose incisioni negli strati superficiali della roccia, nella zona più prossima alla cima. Circa queste incisioni con forma di piede, dette “podomorfi”, sono state fatte molte ipotesi. Tra le più accreditate, una specie di cammino sciamanico che, grazie a  stati alterati di coscienza, consentiva alle referenze religiose del tempo di passare la sottile membrana che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Una maniera per sacralizzare un contesto.

Quello che si sa con certezza è che i podomorfi sono rivolti nella stragrande maggioranza verso il tramonto nei differenti momenti dell’anno, con particolare riferimento ai solstizi ed agli equinozi. Un culto solare dunque. Però alcune di queste incisioni fanno riferimento ai punti estremi delle fasi lunari, mentre solo poche [note]Arqueoastronomía en Fuerteventura: una aplicación a la montaña de Tindaya, J.A. Belmonte, M.A. Perera Betancort, Tenerife, 1995[/note] si relazionano ad alcune delle stelle visibili ad occhio nudo. In particolare staglia il riferimento al tramonto della stella Fomaljout che, secondo M.A Perera Betancort, sarebbe null’altro che la stella Srt degli egizi, associata al culto del dio Amón.

Il quadrante stellare

Come membro de la Agrupación Astronómica de Fuerteventura sto collaborando allo studio di una singolare struttura, unica nel suo genere in tutto l’arcipelago canario, conosciuta come “Los Soles de Tejate”, localizzata nella spianata di Lajares. Si tratta di una formazione realizzata in pietra, di cui rimangono purtroppo solo tracce della grande struttura originale. La sua straordinaria prerogativa è che le pietre sono disposte come per formare un enorme sole, il cui cerchio principale ha un diametro di 37 metri e dal quale divergono 57 “corridoi”, come fossero i raggi di un sole.

Gli aspetti veramente intriganti consistono per prima cosa nel fatto che detto sole si può vedere solo dall’alto. Camminando da quelle parti si vedono solo pietre, ad una prima analisi disposte in forma disordinata. Però da un’altezza di circa 20 metri si visualizza molto chiaramente l’intera struttura. Inoltre (cosa che accende la mia naturale curiosità a livelli inusuali) i raggi di questo sole puntano direttamente al sorgere ed al tramontare di alcune stelle tra quelle di maggiore brillanza, visibili ad occhio nudo. Precisamente questo è lo studio che la Agrupación Astronómica de Fuerteventura sta portando avanti ed al quale collaboro, per il momento ancora in fase iniziale. Ad una prima analisi si è potuto ipotizzare che la struttura si sviluppasse in origine in altezza: probabilmente i corridoi erano delimitati da veri e propri muri, acquistando per così dire certa tridimensionalità. Siamo giunti a questa prima conclusione analizzando i resti di questo presunto quadrante stellare che, in alcuni punti, ancora conserva circa 40 cm di altezza dal suolo, elemento questo che fa presupporre che la struttura fosse omogeneamente elevata a misura d’uomo.

L’ipotesi

Qual è la relazione con la montagna di cui sopra? È presto detto: uno dei “raggi” del sole punta direttamente alla montagna sacra di Tindaya.

Quello che segue non si riferisce allo studio ufficiale, ma a una mia personale ipotesi alla quale sto lavorando.

Le famose incisioni podomorfe furono realizzate dagli antichi indigeni majoreri. Si tratta di gruppi e tribù di origine berbera che popolarono l’arcipelago a partire da una determinata fase storica. Per questo non è corretto definirli “aborigeni”, perché non si tratta di gruppi da sempre localizzati nell’arcipelago canario, bensì provenienti dal nord Africa (dove sono state ritrovate incisioni podomorfe del tutto analoghe a quelle che caratterizzano la montagna sacra di Tindaya).

Los “Guanches”, come vengono definiti questi gruppi di lingua Amazigh che popolarono l’isola di Gran Canaria, sono indigeni perché lì arrivarono in un determinato momento. La convinzione praticamente assoluta di tutti gli archeologi da me contattati finora, è che prima di loro, prima degli indigeni di origine berbera, l’arcipelago fosse disabitato.

Il fatto di non avere finora trovato reperti archeologici precedenti al loro arrivo, convince l’archeologia ufficiale del fatto che precedentemente nessuno abitasse l’arcipelago.

E come dire, se non ci sono prove concrete, non ci crediamo. Senza una terracotta, un esempio di scrittura (per molte civiltà antiche la scrittura era proibita), qualcosa di tangibile insomma, questo splendido arcipelago, direttamente accarezzato dai venti alisei (sfruttati da sempre da naviganti ed esploratori di tutto il pianeta da tempo immemorabile), sarebbe stato disabitato.

Faccio notare che le isole di Lanzarote e Fuerteventura distano dalla costa occidentale africana circa 50 km. Che spreco, pensai!

L’ipotesi

E da lì un possibile ragionamento: per me risulta fondamentale considerare che notoriamente gli antichi indigeni non sapevano nulla di navigazione. Al tempo della conquista spagnola, alla fine del XV° secolo, molti spagnoli che parteciparono all’invasione documentarono quegli avvenimenti, in forma molto dettagliata. In particolare si narra addirittura di alcuni momenti dell’anno legati a feste e ricorrenze, in cui gli abitanti di una data isola raggiungevano l’altra a nuoto (!), per non avere nessuna conoscenza di navigazione.

E allora, come arrivarono? L’ipotesi più accreditata è che l’impero romano, al tempo della conquista del nord Africa, radunò i gruppi di ribelli locali più accaniti e pericolosi per trasportarli nelle isole canarie, come inviandoli al confino. Forse questo fu un processo molto dilazionato nel tempo, chissà prima dei romani fecero lo stesso i Fenici e forse anche i greci.

Fatto sta che ho preso in considerazione gli antichissimi culti stellari (le 32 stelle degli egiziani per esempio) per tentare di verificare la seguente ipotesi: prima dell’arrivo delle varie tribù berbere, la canarie erano popolate da un’altra società – questa sì – aborigena, molto più antica, che aveva sviluppato appunto un culto stellare.

Per cercare corrispondenza con la particolarità del quadrante stellare di Tejate, ho centrato per il momento la mia attenzione prevalentemente verso il corridoio (il “raggio” di quel sole di pietra) che punta alla montagna di Tindaya. Con un software di gestione delle mappe stellari nel tempo ho localizzato il sorgere ed il tramontare delle principali stelle visibili ad occhio nudo retrodatando il tutto all’anno 1000 AC, per cercare eventuali correlazioni interessanti.

L’idea principale è che, se davvero  l’arcipelago fu abitato in tempi molto antichi, precedenti alle conquiste delle coste nordafricane per mano dei vari flussi di conquista, allora potrebbero essere stati proprio quegli antichi abitanti canari a costruire il quadrante stellare. Per questo la scelta dell’anno 1000 AC.

Il mio stupore fu massimo visualizzando il breve video che allego a questo testo: si tratta della stella principale della costellazione Crux (Acrux) che si adagia al suolo per così dire “scivolando” a lato della montagna sacra.

 

Anche questo studio è attualmente in fase iniziale, però mi è sembrato interessante notare la particolarità e la profonda bellezza di quelle immagini, almeno per quanto mi riguarda.

Spingendomi più in là con la fantasia, altre relazioni dirette delle altre stelle con gli altri corridoi potrebbero costituire indizi quasi probatori per quanto riguarda l’ipotesi di cui sopra. Può essere che io riesca a confermare l’ipotesi iniziale, può essere che no.

Per il momento continuo ad osservare il cielo, cercando stelle amiche.