Da ©Silvano Danesi, “Tu sei pietra” (www.ilmiolibro.it)

Garaldea, secondo le ricerche di Federico Krutwig Sagredo, è, come scrive Roberto Gremmo, “un misterioso ed unitario insieme culturale che, in un lontanissimo passato, ha “umanizzato” l’Halbinseleuropa, l’Europa delle penisole. Laddove, specialmente nei dialetti, si trovano tracce assimilabili al basco, “si può star certi che ci si sta avvicinando alla mitica Garaldea”. [1]

Gremmo, alla cui cortesia devo queste indicazioni, cita inoltre il professor Dominik Wolfer dell’Università di Graz, il quale “per parte sua aveva già sottolineato come, dalle Canarie ai Paesi Baschi passando per l’Europa montana che si affaccia sulle penisole, i linguaggi che hanno accompagnato la nascita della cultura (uomo di Cromagnon e Neolitico) hanno tutti in comune un substrato definibile come atlanto-libico”. [2]

Nel suo Garaldea, Federico Krutwig Sagredo, come abbiamo già accennato, si occupa della “regione della montagna” o “regione delle alture”, ossia di quell’insieme culturale unitario che nel lontanissimo passato ha ripopolato l’Halbinseleuropa, l’Europa delle penisole. Un insieme culturale che si è espanso lungo linee che oggi possiamo rintracciare seguendo antichi luoghi megalitici e che, come abbiamo visto, seguono, sorprendentemente, le linee dei paralleli terrestri. Sono linee di penetrazione che da Ovest si spingono verso Est e che hanno lasciato le loro tracce linguistiche nei dialetti e nei toponimi. Nel capitolo di Garaldea dedicato al dottor Dominik Woelfel, studioso delle possibili parentele linguistiche tra il basco e le lingue delle penisole europee che si affacciano sul Mediterraneo, nonché con il libico antico e con la lingua delle popolazioni antiche delle Canarie, Sagredo scrive che “pare probabile sia esistito nella penisola iberica uno «strato» bascoide abbastanza esteso, preceltico e preiberico” e focalizza l’attenzione sulla teoria di Woelfel laddove lo studioso parla di un substrato libico-basco nelle lingue italiche e greche e nelle lingue celtiche e germaniche.[3]

Woelfel, nel capitolo su : “Lo strato linguistico atlanto-libico e il Megalitico”, fornisce una nuova spiegazione delle coincidenze linguistiche italo-celtico-germanica e sposta l’attenzione sulla relazione tra la lingua atlanto-libica e l’Europa pre-indoeuropea, affermando che il substrato linguistico si limita all’Europa delle Penisole, la Halbinsel-Europa.

Woelfel stabilisce inoltre che tra lo strato linguistico atlanto-libico e la cultura megalitica esisterebbe una coincidenza nello spazio e nel tempo, cosicché l’atlanto-libico può essere considerato come la lingua dei megalitici. Gli indoeuropei occidentali presero i loro termini per gli animali, le piante e l’agricoltura dalla lingua atlanto-libica. Inoltre gli “indoeuropei occidentali – scrive Sagredo riassumendo il pensiero di Woelfel – presero i termini corrispondenti alla religione e alla vita superiore politica degli atlanto-libici. I popoli megalitici erano popoli produttori di cultura (Kulturellgebende) e formarono parte della casta sociale superiore”. [4]

Le teorie di Woelfel, scrive Sagredo, sono state confermate da studi antropologici e dall’ematologia.

Chiuso l’inciso torniamo ora alle popolazioni apparentate con i Libui in una cultura definita “Usko mediterranea”. Tra questi troviamo anche gli antichi abitanti delle Canarie: i Guanche.

Guanche è la denominazione dell’etnia aborigena delle Canarie: un popolo fiero, dai capelli biondi o rossi e dagli occhi azzurri, che ha difeso la propria libertà strenuamente e i cui membri, come scrive Louis Charpentier, non sopportando di essere schiavi o sottomessi, “si uccidevano o si lasciavano morire”. [5]

Le Canarie erano chiamate dai Fenici e dai Cretesi Alizut, perché sulle isole soffiano gli Alisei che portano in America. Erano anche dette le “Isole Beate”. Il cremonese Leonardo Torriani (1559-1628), uno dei primi e maggiori studiosi del mondo canario che rimase affascinato dalla cultura dei Guanci, durante il suo soggiorno nelle isole scrisse: “Descrittione et Historia del Regno de Isole Canarie, già dette le Fortunate, con il parere delle loro fortificazioni”, nel periodo compreso tra il 1584 ed il 1592. Torriani in questo lavoro descrive le isole, le loro città principali e la loro storia, la geografia, la religione, l’antropologia, l’onomastica e la toponomastica e curiosamente, la cartografia che produce, comprende anche l’immaginaria isola di San Boròndon (San Brendano) di cui, da secoli e secoli, si favoleggiava l’esistenza ad ovest di Hierro.

Il riferimento a San Brandano è significativo, in quanto testimonia di un perdurante ricordo, trasposto in forma di leggenda, di antiche vie d’acqua, percorse fin dalla notte dei tempi. La navigazione di San Brandano (Navigatio sancti Brendani) è un’opera anonima in prosa latina, tramandata da numerosi manoscritti a partire dal X secolo. L’autore fu probabilmente un ecclesiastico, di origini irlandesi, che si basò sul patrimonio leggendario della sua terra, inserendovi spunti di derivazione cristiana.

San Brandano e le isole fortunate

Leggende antiche irlandesi, che parlano di navigazioni sull’Atlantico, rappresentano una traccia di sicuro interesse. Una traccia che viene confermata da parentele linguistiche tra il popolo guanche delle Canarie e quello basco.

La leggenda vuole che Brendano, alla testa di un gruppo di monaci, sia andato alla ricerca del Paradiso Terrestre, situato su un’isola meravigliosa, facendo vari incontri con creature fantastiche. La Navigatio è composta da ventinove paragrafi e racconta il viaggio che San Brendano compì nell’Oceano Atlantico, con sessanta compagni, alla ricerca della mitica “Isola dei Beati” (detta anche Tír na nÓg), la cui esistenza gli viene svelata da un suo ospite, l’abate Barindo. Secondo alcuni autori San Brendano avrebbe raggiunto le Isole Fær Øer, l’Islanda o addirittura l’America. Si dice che abbia scoperto le isole Canarie, dove è venerato con il nome di San Borondòn.

Chi erano i Guanche? Cromagnon discendenti da quelli di Francia o da popoli fratelli, secondo José Luis Conceptión,[6] probabilmente arrivati nelle isole dalla zona berbera o dall’antica Libia. Molti vocaboli guanches sono simili o uguali all’antico berbero. Simili, tra popolazioni berbere e Guanches, sono le lavorazioni e molte usanze.   Dello stesso parere di José Luis Conceptión è anche José Carlos Cabrera Pérez, il quale si occupa dell’isola di Fuerteventura, il cui primo nome sarebbe stato Maoh o Mahoh, dal significato di isola, per cui i Mahoreros sono gli isolani. Maho è gente del paese, gente della terra ed ha una probabile radice condivisa con Maori, di origine punica, che relazionerebbe i Maouharim con “gli Occidentali”. Erodoto cita i Maxyes sul litorale tunisino. Il termine Imazighen, derivato dalla radice MZG o MSK, rappresenta la forma nella quale il popolo berbero si autonominava (José Carlos Cabrera Pérez). Fuerteventura era anche chiamata Erbania, forse da Arbani, il luogo della muraglia, dal radicale libico bani, che significa muraglia. Una muraglia, infatti, divideva l’isola in due regni.

Federico Krutwig[7] scrive che i primi naviganti che approdarono alle isole Canarie trovarono due tipi razziali ben distinti: “Il primo di questi alto e rosso, corrispondeva a quello che nell’antropologia moderna si chiama «dálico» (o atlanto-dálico) e che si considera il dicendente più diretto della razza Cromagnon; il secondo, molto più piccolo, più nuovo, che l’antropologia moderna caratterizza come razza mediterranea”.[8]

Secondo alcuni studiosi le isole Canarie sarebbero state separate culturalmente nell’Africa continentale prima dell’Età dei Metalli. Krutwig scrive che tra l’ottavo e il quarto millennio a.C. popolarono l’Africa del Nord popolazioni Cromagnon e che tra il quarto e il terzo millennio a.C. emigrò in Africa del Nord una popolazione proto-mediterranea di pastori di buoi che diedero vita alla cultura Capsiense. Krutwig esclude un rapporto tra Guanche e Berberi, la cui lingua ne indicherebbe la provenienza dall’Asia Minore. Nessuna parentela nemmeno tra berbero e basco. Diversamente Krutwig ritiene che il popolo dei Libui, che diede il nome alla Libia, venga da Occidente, ma è cauto nell’avallare le teorie di Woelfel che scrive di un sostrato libico-vasco delle lingue italiche e greca e di una lingua atlanto-libica che coinciderebbe, nello spazio e nel tempo, con la cultura megalitica. Rimane, invece, per Krutwig evidente una marcata parentela linguistica tra la lingua canaria e quella basca.

I re, i nobili e gli agricoltori

“Al momento della conquista [XV secolo], le isole Canarie – scrive José Luis Conceptión – erano governate da uno o da vari re o principi in ogni isola. In Gran Canaria, il re era chiamato Guanartme e a Tenerife Mencey. I re avevano i loro consiglieri o capitani. In Tenerife c’erano tre strati sociali: Achimenceyes, rango dopo il Mencey, Achiciquitza, nobili, e Achicaxua, agricoltori. Il capitano era chiamato Sigoñe. Nella Gran Canaria chiamavano Faycán il gran sacerdote, Guaire o Gaire il consigliere o capitano e Fayacán il giudice. Al momento di essere nominati mencey facevano il seguente giuramento: «Agoñe yacoron yñatsahaña chacoñamet», giuro sul sangue di chi mi ha fatto grande. La cerimonia si celebrava nel «togoror» [piazza circolare costruita in pietra]”. [9]

Louis Charpentier scrive di capi distretto o capi isole, guanarteme, poi detti re, circondati da nobili guayre e il titolo di guayre, “se era concesso ad alcune famiglie, non poteva tuttavia non essere accompagnato da alcune virtù, tra cui il rispetto delle donne e l’obbligo di non pronunciare mai davanti a loro parole volgari”. [10]

Interessante notare che gani o gainera, che si contrae in gaira, in basco è cima, gaithen è superiore, significati che ben si attagliano a quello di capitano. Guan herri in basco, secondo Charpentier, indicherebbe il paese dei guanche e guanci ricorderebbe da vicino il gizon basco, con il significato di uomo.

Riguardo ai Faycáns, Louis Charpentier, scrive: “forse non dei capi nel senso letterale del termine, ma delle specie di consiglieri superiori provvisti di tutte le competenze e i privilegi che furono quelli dei druidi gallici…. D’altronde, un certo numero di leggende e di tradizioni concordano sul fatto che fosse proprio così e che i druidi gallici fossero in origine dei saggi dell’antico ceppo Cro-Magnon”.[11]

Qualsiasi uomo poteva arrivare ad essere nobile. L’aspirante doveva avere meriti personali e non doveva aver tenuto comportamenti scorretti; gli venivano poste domande e se non venivano evidenziati comportamenti scorretti o disonesti veniva dichiarato nobile, ma se si era comportato male gli tagliavano i capelli e lo convertivano per sempre in villano, dandogli il soprannome di tosato.

L’organizzazione sociale era basata sulla parentela e l’unità elementare della società era la famiglia estesa, ovvero la tribù. A Lanzarote era praticata la poliandria (tre mariti), mentre a Fuerteventura era praticato il matrimonio poligamico. A Lanzarote vigeva un sistema di filiazione matrilineare e l’avunculato (il parente più autorevole e di riferimento è il fratello della madre). [12]

Un culto sulle montagne celebrato dalle “magnades”

Louis Charpentier scrive che i Guanches “adoravano un essere onnipotente ed eterno” e parla di un “culto sulle montagne, celebrato da delle specie di druidesse, le magnades, che si vestivano con pelli bianche e sarebbero state modelli di virtù. Sull’isola di Palma innalzarono a quest’essere supremo delle piramidi di pietra e celebravano un culto accompagnato a danze”. [13]

“Secondo Abreu Galindo y Espinosa – ci riferisce José Luis Conceptión – gli aborigeni credevano in un essere supremo che invocavano con il suo nome: «Aborac», «Acoran» e altri. Alcuni cronisti hanno anche detto che credevano in demoni, come guayota, che viveva nel vulcano di Teide (echeide o inferno); … Tutte le tribù avevano loro sacerdoti e templi o luoghi di preghiera. In Gran Canaria c’erano una specie di monache (harimaguadas) il cui unico ufficio era la preghiera e l’insegnamento. I loro conventi si chiamavano tamogantes e il tempio almogaren. …. A Tenerife separavano gli agnelli dalle pecore per, congiuntamente con i loro belati e le orazioni, implorare Dio perché piovesse. Inoltre c’erano altri riti similari nel resto delle isole e facevano offerte di cibo a Dio”. [14] J.Abreu Galindo colloca il dio supremo dei Guanches nel cielo e scrive. “adoraban a un Dios, levantando las manas al cielo”. [15] José Juan Jménez González, in riferimento a Gran Canaria, parla di un dio chiamato Alcorán, solo, eterno, onnipotente signore del cielo e della terra, creatore e costruttore di tutto.

Gli studiosi scrivono di un culto astrale e di un culto solare, di un culto degli antenati, per i quali esistevano luoghi cultuali specifici chiamati efequenes: piazze circondate da una sorta di muro a spirale. Al centro della piazza si adorava un idolo di forma umana, del quale non sono note le caratteristiche. I Guanches contavano l’anno per dodici mesi, i mesi con la luna, i giorni con il sole, la settimana con 7 soli. L’anno, Achano, cominciava con l’equinozio di primavera e, con il sole in Cancro, il 21 di giugno, si teneva una grande festa di nove giorni.

“Avevano quelli di Lanzarote e di Fuerteventura dei luoghi o cuebas come templi, ove, secondo Juan de Leberriel, facevano sacrifici e presagi e dove, mangiando certe cose che erano dei defunti, le bruciavano apprendendo dal fumo e dicevano che erano gli spiriti degli antenati che andavano per i mari e venivano a dare notizie quando erano chiamati e gli isolani erano felici e dicevano che venivano in forma di annunci alle orecchie dal mare nei giorni più importanti dell’anno e facevano grandi feste e vegliavano fino al mattino nel giorno del maggiore fulgore del sole nel segno del Cancro che per noi corrisponde al giorno di San Giovanni Battista”.[16]

Donne dotate di grande prestigio

Le fonti storiche parlano di donne dotate di grande prestigio e influenza sociale, politica e religiosa. “C’erano in quest’isola [Fuerteventura] due donne – scrive J.Abreu Galindo – che parlavano con il demonio; una si chiamava Tibiabín e l’altra Tamonante. Si diceva che fossero madre e figlia”. [17]

“Una – scrive Cabrera Peréz – si chiamava Tamonante e governava la giustizia e decideva le controversie e le dispute che nascevano tra i duchi e i principi dell’isola e in tutte le cose il suo governo era superiore”. [18]

Le due donne, Tibabin e Tamonante, avevano un ruolo religioso, specialmente in primavera. Siamo in presenza delle “donne fatali” di grande sapienza, “che per rivelazione dei demoni o per giudizio naturale – scrive Torriani – profetizzavano varie cose che poi risultavano vere, per le quali erano considerate come una dea e venerate; e queste governavano le cose delle cerimonie e i riti, come sacerdotesse”.[19] ”Incaricate della direzione delle cerimonie religiose, intervenivano decisamente nei riti propiziatori della pioggia e a entrare in contatto con gli antenati grazie alle loro facoltà profetiche e di divinazione del futuro, godendo di un grande prestigio e venerazione da tutta la comunità aborigena”. [20]

Tra i Berberi troviamo gli agurrâm dotati di facoltà taumaturgiche, funzioni sacerdotali e di predizione del futuro. “Solevano essere donne, conosciute come tagurramt o tigurramín, coloro che possedevano un potere magico e quelle dotate del privilegio della divinazione. Secondo lo storico Procopio: «I mauros [popolazione proto berbera] nel loro timore consultano le donne divinatrici. Tra di loro non è consentito agli uomini di fare vaticini; perciò certe donne, dopo alcune cerimonie, ricevono l’ispirazione e scoprono il futuro”. [21]

“A quanto pare ci si troverebbe di fronte a uno dei lignaggi “santi” o religiosi, giustificato dal rapporto di parentela tra le due donne, molto comuni in una società segmentata, in particolare tra le tribù berbere del Nord Africa. Assumono funzioni mediatrici in un contesto di conflittualità permanente tra fazioni tribali. Il rispetto delle loro decisioni viene rafforzato per il ruolo di intermediazione tra gli uomini e le divinità, da cui deriva la denominazione di “fatidiche”, così come il loro ruolo di leader nel rituale. A lungo termine, la missione dei lignaggi religiosi è di impedire l’affermarsi di disequilibri duraturi che minavano la base del segmentarismo, limitando il potere dei capi locali e agendo come contrappeso ai loro capricci”.[22]

Quanto sin qui detto sui Guanche ci induce ancor di più a pensare ad una presenza Cro Magnon nell’area Nordafricana che potrebbe avere più di una connessione con il mito degli Shemsu Hor.

Analogie con il mondo egizio

Riguardo ai Baschi, con i quali i Guanche hanno una marcata parentela linguistica, è il caso di riprendere qualche riflessione.

Sull’aspetto zoomorfo della basca Mari c’è un’interessante analogia con Echidna. Un’analogia che ci riconduce sulla piana di Giza. Scrive Jung in proposito: “La sfinge era figlia di Echidna, essere ibrido, bella fanciulla nella parte superiore, mostruoso serpente nell’inferiore. Questo essere biforme corrisponde all’immagine della madre: sopra, la metà umana amabile e attraente; sotto, la metà animalesca terribile, convertita dal divieto d’incesto in un animale raccapricciante (nota di Jung: Nel sincretismo ellenistico la figura di Echidna divenne simbolo cultuale della madre Iside). Echidna discende dalla Madre universale, la Madre terra, Gaia, che generò con Tartaro, personificazione del mondo sotterraneo”.[23]

Un particolare è di ulteriore importanza: Echidna aveva generato la sfinge con il cane Ortro (poi ucciso da Eracle) e non è difficile vedere in questa unione quella stellare, dove Echidna-Iside è Sirio, stella del Cane (Alfa Canis Maior).

Il cane è il più antico animale domestico dell’uomo e rappresenta simbolicamente innanzitutto la fedeltà e la vigilanza.

Non di rado il cane viene considerato guardiano dell’aldilà (Anubis), oppure viene sacrificato ai defunti per poter servire loro da guida anche nell’altro mondo.

In ambito egiziano la figura dei canidi ri­corre sovente (sciacallo), come sim­bolo dell’intuito, un attributo che veniva impiega­to per esprimere il titolo ufficiale di magistrato incaricato di condurre le indagini. Il dio Anubi dalla testa di sciacallo aiuta Horus e Isi­de nella loro missione di salvezza e in alcune tradi­zioni viene addirittura iden­tificato come miracolosa manifestazione dell’anima di Osiride. Per­tanto Osiride come vendicatore di sé stesso in forma di cane e come aiutante di Horus, sconfigge Seth (in questa accezione è narrato nel I Libro della Biblioteke Historike da Diodoro, il quale ci informa che in epoca romana i cani guidavano le processioni in onore della dea Iside).

I cani sono considerati in grado di “vedere gli spiriti” e quindi di salvaguardare dai pericoli invisibili. In alcune culture primitive il cane, a causa della sua intelligenza e della facilità di apprendimento, viene considerato portatore di beni per la civiltà umana.

Esculapio ed Hermes (equivalente di Mercurio e di Thoth) erano accompagnati da cani, come più tardi i santi Uberto, Eustachio e Rocco.

Presso i Celti il cane era accompagnatore di Epona, dea dei cavalli e della caccia in relazione al dio Nodens/Nuadu.

L’eroe delle leggende irlandesi dell’Ulster porta il nome di Cu Chulainn, il Cane di Culann. Cu Chulainn era figlio del dio Lugh e di Eithne. La sua nascita terrena è il risultato della convivenza del re Conchobar con sua sorella Deichtire durante un viaggio nell’altro mondo; ha, come padre putativo, Sualtam e come padre adottivo il poeta Amorgen.

Queste quattro paternità lo rendono un eroe comune all’interno dell’Ulster. Il suo primo nome è Setanta (“colui che è in cammino”); egli deve il suo nome definitivo alla sua prima impresa giovanile, l’uccisione del cane da guardia (o da combattimento) del fabbro Culann.

Cu Chulainn è il protagonista del grande racconto di Tain Bo Cualnge, che descrive diffusamente i duelli sostenuti dall’eroe nella difesa dei confini dell’Ulster. L’eroe impedisce il passaggio alle schiere delle altre quattro provincie dell’Irlanda, coalizzate contro l’Ulster e capeggiate dalla regina Medb. I Fianna, dei quali abbiamo detto essere possibili anticipatori e ispiratori dei Templari, erano sempre accompagnati da segugi, che nelle loro varie imprese hanno una parte di rilievo.

Torniamo ai Baschi.

Se la basca Mari ci ricorda Echidna, in Marocco “ci sono città e fiumi che hanno nomi chiaramente vasconi; in un dialetto berbero, il Tachelhit, si conta come nel basco con un sistema a base venti e molte favole berbere sono simili a quelle dei fratelli Grimm. La pelle singolarmente chiara e gli occhi blu di alcune tribù berbere potrebbero essere la prova di una parentela con i vasconi”.[24]

Su “Le Scienze” [25] il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza scrive: “L’Europa è stata attraversata da molte ondate migratorie, che però non hanno cancellato le vestigia dei primissimi insediamenti. Una chiave di questo enigma è stata proposta nel 1954 da Arthur E. Mourant, uno dei primi studiosi di “geografia dei geni”. Secondo la sua ipotesi, i Baschi, i più antichi abitanti dell’Europa, avrebbero conservato parte della costituzione genetica originaria malgrado i contatti successivi” .. “La lingua originaria basca è un caso estremo di relitto linguistico evidentemente sopravvissuto a millenni di continui sconvolgimenti linguistici nelle regioni confinanti”.

I Baschi o Vasconi (denominazione latina dei Baschi dell’antichità) sarebbero dunque una sorta di fossile vivente, che ci riporta alla lingua europea originaria e ad uno scenario di circa 20 mila anni fa, che per parentele linguistiche e per somiglianza somatica (capelli rossi, pelle chiara, occhi chiari) accomuna genti del Nord con gli antichi abitanti del Delta del Nilo. Roderick Grierson e Stuart Munro Hay, nel loro: “L’Arca dell’Alleanza” (Mondadori), riportano quanto asserisce il geografo armeno Abu Salih nel suo: “Chiese e Monasteri dell’Egitto e di alcuni paesi vicini”. Nel descrivere il trasporto dell’Arca dell’Alleanza in Etiopia durante alcune cerimonie religiose, il geografo precisa che essa era “curata e trasportata” da portantini che erano di “carnagione bianca e rossa, con capelli rossi”. Templari, come ipotizzano i due autori, o discendenti dei “Compagni di Horus”?

Il mito degli Shemsu Hor

Chi erano, dunque, gli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus?

A ben pensare potrebbero essere i compagni di Horus l’Antico, protettore del Basso Egitto, divinità che coabita con Neith “la Libica” e con Thot (Djehuti) nell’area del Delta.

Gli Shemsu-Hor, antichi re-sacerdoti di età predinastica, potrebbero essere i sapienti di un mondo antico andato perduto: un mondo i cui abitanti erano uomini e donne dalla pelle bianca, dai capelli rossi, dagli occhi chiari. Uomini e donne la cui capigliatura fulva, assai differente da quella delle popolazioni africane, li fece assimilare ai leoni?

L’era del Leone è il tempo degli Shemsu-Hor?

Horus l’Antico è la “luce” di un mondo lontano? E Neith “La Libica” è, a sua volta, una divinità che ci riporta a quel mondo perduto di cui narravano a Solone i sacerdoti di Sais?   E Thoth (Djehuti) è il custode di un’antica conoscenza?

Chi erano gli uomini e le donne dai capelli rossi? Erano il popolo di Cro-Magnon, che aveva le stesse caratteristiche? E Libui (delta nilotici), Berberi, Tuareg, Baschi, Guanchi sono ciò che resta di un’antica civiltà? Domande legittime, che sposterebbero il centro di diffusione della Conoscenza antica sulle coste occidentali d’Europa, dove un’antica civiltà, della quale i druidi sono figli, è fiorita e, con alterne vicende, ha trasmesso il suo sapere a civiltà da essa derivate lungo linee di penetrazione che sembrerebbero coincidere con la presenza del megalitismo. Non mancano, del resto, esempi importanti di megalitismo dell’area nordafricana che si affaccia sul Mediterraneo.

 

[1] Almanacco Piemontese, 1983, Andrea Viglongo & C. Editori – Torino

[2] Almanacco Piemontese, 1983, Andrea Viglongo & C. Editori – Torino

[3] Vedi Federico Krutwig Sagredo, Garaldea, Editoria Txertoa, 1978

[4] Vedi Federico Krutwig Sagredo, Garaldea, Editoria Txertoa, 1978

[5] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[6] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[7] Federico Krutwig, Garaldea, Editorial Txertoa

[8] Federico Krutwig, Garaldea, Editorial Txertoa

[9] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[10] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[11] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[12] José Carlos Cabrera Pérez, Lanzarote i los Majos, Centro de la cultura popular canaria

[13] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[14] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[15] Citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[16] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[17] Citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[18] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[19] Torriani, citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[20] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[21] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[22] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[23] Jung, Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, pagina 183

[24] Le Scienze 47, Lughhlio 2002 pag.67

[25] (giugno 1999, Quaderni n.108, pagina 50)