Dal Libro della Genesi:

In principio Dio creò il cielo e la terra.
La terra era deserta e vuota;
le tenebre ricoprivano l’abisso e sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio.

Ed ancora, dal Vangelo secondo Giovanni (Prologo 1,1):

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio.
Tutto fu fatto per mezzo di lui.
E senza di lui nulla fu fatto di quanto esiste.
In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini.

Dalla comparazione dei due passi, che costituiscono rispettivamente il più antico e il più recente dei testi biblici, percepiamo che Dio non è considerato esattamente sovrapponibile con il Verbo, ma che il Verbo è lo Spirito di Dio, ovvero il Logos creatore, per alcuni pensatori greci come Eraclito e Platone, il Nous, per altri come Anassagora e Aristotele, principio immateriale aggregante e generatore dell’ordine universale.

Nella Genesi, al terzo giorno:

Poi Iddio disse: si radunino tutte le acque, che sono sotto il cielo, in un sol luogo e apparisca l’asciutto. E così fu. E chiamò l’asciutto terra e la raccolta delle acque chiamò mari.

Perché queste citazioni?

Per dimostrare quanto rimane, ancora oggi, viva la testimonianza della Tradizione Egizia che giunge a noi, seppure velata, passando dalla civiltà ellenica a quella dell’Impero Romano, fino all’era cristiana.

Vediamo come, per tutti e in tutte le epoche, il primo elemento, preesistente alla creazione, fu l’acqua.

Anche la scienza contemporanea considera questo elemento primordiale come indispensabile per la sussistenza e l’evoluzione della vita.

La cosmogonia di Heliopoli, la cui conoscenza ci è pervenuta attraverso i cosiddetti “testi delle piramidi”, decreta la centralità di Atum come dio solare preposto alla creazione, in quanto esistente prima ancora del cielo e della terra, nato proprio dall’oceano primordiale, il Nun.

In alcune tavole geroglifiche Atum viene rappresentato su un’isola, o una collina attorniata dall’acqua, nell’atto della masturbazione perché attraverso il suo seme fu fecondata la “materia prima”, l’acqua.

Per inciso, è di rilevante importanza evidenziare che Eraclito, assieme ai suoi successori Stoicisti come Cleante, fu assertore della dottrina del “logos spermatikòs”, ovvero la “ragione seminale” che si diffonde nella “materia prima”, fecondandola e portando in essa la vita.

Così Atum creò Shu, cioè l’aria o il vuoto, e Tefnut, l’umidità, e da questa coppia fu generata l’altra coppia Geb e Nut, cioè la volta celeste e la terra. Dall’unione di Geb e Nut nacquero due fratelli e due sorelle, Osiride e Seth, Iside e Nephtys. Da queste due coppie si procreò l’intera umanità. L’insieme delle nove divinità fu definita la grande Enneade di Heliopoli (la città del Sole).

Questi sono gli archetipi, i Neteru che, con diversi nomi, si ritrovano in tutti i centri sacri iniziatici dell’antico Egitto.

La cosmogonia di Memphis, nota come Trattato di teologia memphita, ci è pervenuta grazie ad una stele dell’VIII secolo a.C. conservata al British Museum di Londra. La tradizione memphita vuole che la creazione del mondo fosse stata opera di Ptah, figura demiurgica appellata anche Architetto dell’Universo, che con il suo pensiero cardiaco e con la sua parola, o suono creatore, avrebbe generato otto divinità come emanazioni di sé.

La tradizione sacra ci racconta che Ptah, oltre a creare gli dei, creò anche le città e le regioni egizie, istruì gli uomini recando benessere e prosperità nel mondo.

Mentre il sistema teologico di Tebe si basa sull’Ogdoade di Ermopoli che, secondo un’antica leggenda della città di Ashmunein, si compone di otto divinità primordiali, quattro maschili raffigurate con testa di rana e quattro femminili raffigurate con testa di serpente, nate assieme ad una collina di fango emersa dalle acque.

Questa leggenda, transitata a Tebe, subì una trasformazione e, secondo la tradizione tebana, gli dei avrebbero creato un uovo, da cui nacque Amon, il dio-sole.

Tutto quanto fin qui detto va considerato come una necessaria minima premessa, perché non si possono comprendere i miti e i misteri osiridei e isiaci senza un inquadramento generale del pantheon kemita.

In termini narrativi la leggenda di Osiride può essere così riassunta: Osiride, ricevuto il lignaggio sovrano dal padre Geb, portò la civiltà agli uomini, insegnò loro a coltivare la terra, produrre il grano e trasformarlo con la molitura in farina, coltivare la vite, produrre il vino dalla fermentazione del mosto e fare la birra con l’orzo. Per questo fu molto amato e regnò con il consenso del suo popolo.

Seth, accecato dall’invidia verso il fratello e posseduto dalla bramosia di sostituirsi a lui, cospirò per ucciderlo. Fece costruire in gran segreto un preziosissimo sarcofago ornato d’oro, realizzato appositamente con le dimensioni esatte del fratello, e poi tenne un banchetto nel quale annunciò che ne avrebbe fatto dono a colui che si fosse adattato perfettamente alle sue dimensioni.

Dopo che alcuni complici presenti tentarono senza successo, Seth invitò il fratello a entrarvi e, appena Osiride vi si adagiò dentro, venne chiuso e sigillato il coperchio. Poi Seth e i suoi complici gettarono il sarcofago nel Nilo che lo trasportò fino in mare raggiungendo le spiagge di Byblos, nell’odierno Libano, fermandosi ai piedi di una tamerice.

Quest’albero in pochissimo tempo crebbe così tanto che il suo tronco inglobò il sarcofago di Osiride. Il Re di Byblos, Malcandro, accortosi della maestosità della tamerice, ordinò di utilizzarla per una colonna nella sua dimora (il pilastro ricavatone è identificabile con lo Djed o Zed, anche detto non a caso “la colonna di Osiride”). Intanto Iside, venuta a conoscenza dell’accaduto, raggiunse Byblos e si fece ospitare dalla Regina Nemano, divenendo nutrice del piccolo principino e tentando di donargli l’immortalità con un rito che prevedeva la deposizione del piccolo tra le braci ardenti. La Regina così scoprì l’identità di Iside che, svelatasi, chiese in dono e ottenne la possente colonna contenente il corpo di Osiride.

Iside con l’aiuto della sorella Nephtys voleva riportare Osiride alla vita usando i suoi poteri magici. Seth, appresa la notizia, temendo che Osiride ritornando in vita si potesse vendicare, s’impossessò nuovamente del corpo del fratello e questa volta lo fece a pezzi nascondendo le quattordici parti in vari luoghi. Iside e Nephtys, spinte dal profondo amore per lo sposo e fratello, girarono tutto l’Egitto e ritrovarono tutti i pezzi, eccetto il fallo che, come afferma lo stesso Plutarco in “D’Iside e d’Osiride”, era stato mangiato dai pesci Ossirinco, Lepidoto e Fagro (da allora gli Egizi considerarono sacre le tre specie di pesci e ancora oggi si astengono da cibarsene). Ra mandò in soccorso Anubi e Thot per imbalsamare il corpo ricomposto di Osiride, fasciato e mummificato. Ma Iside, trasformatasi in falco o in rondine, con il battito delle sue ali e con la forza dell’amore, lo riportò in vita temporaneamente e adagiandosi sul suo corpo, anche se privo di organi genitali, rimase gravida.

Con Iside si origina l’archetipo della “Vergine e Madre” e da questa leggenda proviene anche il termine “Figli della Vedova”.

Osiride, rimasto mummificato, fu destinato agli inferi per giudicare e ricevere chi fosse degno di rinascita, e venne anche chiamato Neb-er-tcher (“il Signore del limite estremo” o “il Signore degli Occidentali”). Avvenne così una mutazione del suo stato, passando egli dal piano della realtà manifesta di Sovrano dei viventi, qual era stato nominato dal padre Geb, a quello divino di Signore dell’Aldilà, del Duat: in altre parole, diviene un Dio privo del potere creatore, e questa condizione è simbolicamente rappresentata dalla perdita del fallo.

A sottolineare il suo stato di Signore dell’Aldilà, Osiride viene raffigurato sempre mummiforme, cioè impossibilitato ad agire, ma con il volto verde, cioè con il colore della Rigenerazione. Il colore verde per gli Egizi richiama la rinascita vegetativa del limo fertile dopo la stagione dell’inondazione e del ritiro delle acque del sacro Nilo.

Allegoricamente in questa leggenda viene rappresentata la più complessa via iniziatica detta “Osirificazione”, ovvero la“Apotheosis” ellenica. Il figlio nato dall’unione sublimata tra Osiride e Iside, Horus, quando fu abbastanza grande e istruito dalla dea madre, affrontò Seth in battaglia per vendicare la morte del padre. Il combattimento fu lungo, cruento e nella battaglia a Horus venne strappato un occhio.

Il conflitto fu interrotto dagli altri dei che decisero in favore di Horus e diedero a lui la sovranità del paese, restituendogli il suo occhio che divenne il simbolo della sua divinità. L’Udjat, l’occhio di Horus, fu rappresentato in tutte le sepolture degli uomini più eminenti dell’antico Egitto, a significare la loro raggiunta divinizzazione. Il mito di Osiride, divenuto nel corso dei secoli la leggenda nazionale egizia, è il risultato della fusione di molte varianti, appartenenti a vari luoghi e ad epoche diverse. La stessa possibile interpretazione del suo contenuto mitologico ha originato tesi differenti, dal raffronto delle quali si può avere un quadro complessivo della sua leggenda.

Per l’interpretazione naturalistica il mito di Osiride simboleggerebbe l’eterno ciclo vegetativo ed i colori nero e verde, con i quali iconograficamente è raffigurato, rappresenterebbero la morte e la rinascita di un seme sepolto nella nera terra che, grazie al tepore della primavera (l’amore sublimato di Iside-rondine), torna a vegetare.

Per l’interpretazione astronomica la vita, la morte e la resurrezione di Osiride sarebbero il corrispettivo simbolico del ciclo solare, antesignano del culto Mitraico. Con l’avvento del periodo ellenistico dei Tolomei i culti ed i rituali osiridei arcaici incontrano la nuova mentalità antropocentrica proveniente dalla Grecia e si trasformarono in veri e propri Misteri, simili per struttura e contenuti a quelli “classici”, che costituirono l’aspetto esoterico del culto di alcune divinità greche ed orientali.

Nella complessità dei misteri osiriaci troviamo il principio del quaternario nei rapporti delle due coppie Osiride e Iside, Seth e Nephtys, e del ternario nella triade Osiride, Iside, Horus. Mentre nella contrapposizione Osiride – Seth emerge la dualità universale, il bianco ed il nero, familiare a molti di noi. Due forze opposte e complementari, come due facce della stessa medaglia, l’ordine ed il caos, o meglio, “ordo ab chao”. Osiride rappresenta il “riunire ciò che è sparso”, il “ritorno all’unità”, il risultato dell’azione dell’amore sublimato di Iside.

Seth è la rappresentazione della divisione, del disordine nascente dai bassi istinti, dell’inganno, dell’azione nefasta nascente dalla spinta dell’invidia e dell’ambizione di ottenere ciò che non si merita. Non a caso dal suo nome provengono termini come setta, settario, sezionare, separare e molti altri ancora.

Nella tradizione teosofica, riservata ad una stretta cerchia di iniziati, il dualismo Osiride – Seth rappresenta in maniera perfetta la duplice componente umana, quella divina e quella materiale, ed indica la via esoterica che l’uomo può percorrere per raggiungerne consapevolezza. Senza entrare nei dettagli, voglio ricordare il parallelismo con la Leggenda di Hiram ed i suoi insegnamenti ermetici.

Hiram Abif, architetto e direttore dei lavori del Tempio di Salomone, fu anch’egli ucciso a causa dell’invidia e della bramosia di potere. Anche il suo corpo fu occultato e una pianta, in questo caso un’acacia, ne rivelò il luogo della sepoltura. Anche per lui fu solo l’amore fraterno che lo riportò in vita.

La tradizione medievale norrena narra delle gesta mitologiche e delle religioni misteriche dei popoli del nord, nelle quali possiamo trovare velati richiami al mito di Osiride. In particolare, nel manoscritto chiamato “Edda poetica”, scritto nel XIII secolo e suddiviso in 29 canti tratti da un altro antecedente manoscritto (X sec.) conosciuto come il “Codex Regius”, viene descritta la storia dell’alto sacerdote Sigge che attraversò l’Europa, provenendo dal Caucaso, accompagnandosi con la tribù che si faceva chiamare “Aesir”.

Sigge, giunto in Svezia, identificandosi con Odino (il nordico Wotan) e cambiando in tal modo il suo nome, importò nel nord Europa un antico culto misterico che concepiva l’intero universo, visibile e invisibile, suddiviso in nove mondi raffigurati in un Frassino sacro al quale Odino rimase impiccato per poi rinascere pieno di conoscenza cosmica.

Il primo di questi nove mondi era la residenza degli Dei, indicato con il nome di Asgard, cioè giardino degli Aesir, dallo stesso nome della tribù di Odino. Non è difficile notare l’assonanza tra il nome di questa tribù con quello di Osiride, in egiziano antico Asar. Sempre Odino sacrificò un occhio lasciandolo in pegno nella fonte di Mimir, il pozzo della conoscenza e della memoria dove si affacciò e si abbeverò per conquistare la saggezza e la chiaroveggenza.

Ma il simbolismo dell’occhio e la leggenda di Odino ci portano direttamente a considerare il paragone con l’Udjat, l’occhio che Horus sacrificò nella vittoriosa lotta contro il malvagio fratello Seth, e con il mito di Osiride, con la sua morte, frammentazione e riunificazione del suo corpo, nonché la sua rigenerazione.

Il significato ermetico di queste allegorie misteriche ci insegna che non può essere concessa la conoscenza superiore senza i necessari sacrifici che passano dalla sofferenza e dalla rinuncia a qualcosa di materiale in cambio di una conquista spirituale. Le analogie di morte e rinascita, di cicli ricorrenti del divenire per la purificazione ed il raggiungimento di uno stato superiore dell’essere (la catarsi pitagorica), si possono riscontrare in tante religioni misteriche come quella Mitraica, Orfica, Induista, Buddista, Cristica e molte altre ancora.

Altri temi che invito ad approfondire, rivolgendomi a chi può e vuole, sarebbero le peculiarità dell’Iniziazione Isiaca, fatte proprie nella Tradizione Kremmerziana con la Piromagia della Fraternità di Miriam, e l’Iniziazione Ammonia, percorso iniziatico solare che contraddistingue il sistema degli Alti Gradi degli Arcana Arcanorum, ovvero del Regime di Napoli, gelosamente conservato e tramandato integralmente dai Maestri Passati ai pochi eletti.

I misteri di Osiride sono leggibili anche, o forse principalmente, in chiave alchemica.

Riportando tutta la leggenda nell’ambito delle operazioni sapienziali avremo: la morte o la macerazione della materia, la separazione e la riunificazione del “solve et coagula”, la sublimazione attraverso il fuoco filosofale dell’amore di Iside ed il trionfo finale dell’azione trasmutatoria, il dio Horus, cioè l’oro filosofale.

Dei riti d’iniziazione osiridea abbiamo conoscenza grazie a diverse steli, papiri e testi che vanno dal XV sec. a.C. al I sec. d.C.. Le più recenti testimonianze sono contenute nel X libro delle Metamorfosi di Lucio Apuleio da Madaura e nel papiro di Leida, entrambi risalenti al I sec. d.C. ed entrambi trovano sostanziale riscontro nei testi più antichi come il “Libro dell’uscire verso la Luce”, più noto come “Il libro dei Morti”.

Nel capitolo 125° del “Libro dell’uscire verso la Luce”, cioè il “Testo per entrare nella sala della Verità e Giustizia”, possiamo leggere del rito subito da un “vivente” che affronta la morte iniziatica. L’iniziando si presenta nella sala di Maat per la “confessione in negativo” con cui elenca tutte le azioni malvagie che non ha compiuto.

L’iniziando, dopo essere purificato, rappresenta Osiride e deve dimostrare di conoscere 42 divinità ed i loro segreti, poi affronta una serie di prove come quella di conoscere i nomi celati dei Guardiani della soglia. Alla fine, dopo essere stato interrogato direttamente da Thoth e rivelato il nome di Osiride, viene ammesso nella sala di Maat e viene proclamato un “Maakheru”, ovvero “giusto quanto a voce”. Il termine “Maakheru” individua l’Iniziato, l’uomo divenuto dio, in possesso delle parole sacre, o meglio del giusto tono vocale che gli consente di creare, cioè in possesso del Verbo e delle parole di potenza.

Dunque l’Iniziato è passato dal buio della morte alla Luce divina e attraverso l’illuminazione trascendentale e un percorso purificatorio raggiunge egli stesso la sua divinizzazione al cospetto di Osiride. Spero che questa essenziale dissertazione possa giovare a tutti, nelle varie sensibilità e competenze, come spunto di meditazioni e lavoro di approfondimento della Tradizione Unica e Perenne.